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TENSIONE NEL GOVERNO E CAOS M5S, DI MAIO SI ECLISSA

– Un’assenza lunga quarantotto ore, che ai tempi dei social sono un’enormità. Luigi Di Maio si inabissa, sparisce dalla scena e dal web, come mai dalla nascita del governo. Dopo la debacle abruzzese prepara la ‘controffensivà M5s, raccontano alcuni. Non sa cosa sia meglio fare per restare al governo senza sacrificare il Movimento, dicono i più. Di sicuro l’eclissi del ‘capò crea spaesamento tra i pentastellati e preoccupazione nella Lega. Di Maio, sostengono, non sarebbe più in grado di garantire il No dei suoi senatori al processo su Diciotti. Dai M5s ai leghisti sarebbe giunto il messaggio che su un dossier tra Tav o Diciotti il Movimento deve mantenere fede ai suoi principi: se cede su entrambi, rischia di non reggere. Domina il caos. Nel M5s c’è chi su un punto concorda con Salvini: Di Maio la sta facendo troppo grossa per la sconfitta in una regione che ‘pesà quanto un quartiere di Roma. Ma tra i Cinque stelle si ragiona apertamente su come cambiare. Circola l’ipotesi, sgradita a Davide Casaleggio e stoppata dalle fonti ufficiali, di farsi partito, con tanto di segreteria nazionale e regionali. Ma c’è – e rimbalza in ambienti parlamentari – anche la suggestione di un cambio al vertice del Movimento, non con il ‘barricaderò Alessandro Di Battista (la sua presenza in Abruzzo ha pagato zero) ma con il premier Giuseppe Conte, che è in cima al gradimento nel governo e potrebbe lui stesso rafforzarsi facendosi leader e trattando alla pari con Salvini. Suggestioni. Idee. Destinate ad alimentarsi finché Di Maio resterà lontano. Il vicepremier M5s diserta anche un vertice mattutino a Palazzo Chigi, al quale lunedì notte sarebbe stato pronto a partecipare. E trascorre la giornata al ministero, dove siede a un tavolo con l’Anci e a uno con le Regioni sul reddito di cittadinanza. È quella l’arma elettorale per le europee: farlo partire senza rinvii è imperativo categorico. Ma sul resto, si rinvia. Il M5s è macerato dai dubbi. Il No alla Tav in pubblico è granitico. Ma si ragiona se non convenga rinviare, perché rischia di non pagare alle europee una scelta che parla alla base ma non ai tanti che un anno fa nelle urne hanno premiato il nuovo piglio governista del M5s. Nell’attesa di una scelta, che potrebbe essere sigillata da un incontro tra Di Maio e Salvini, anche il premier Conte sceglie di non aprire il dossier Tav. Prima di partire per Strasburgo, mette a punto la linea da tenere in Parlamento sul Venezuela con Salvini, il ministro Riccardo Fraccaro, delegato da Di Maio, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Per il resto, si rinviano le decisioni: dal ddl sull’acqua pubblica caro a Roberto Fico e inviso ai leghisti, fino alle autonomie regionali, su cui i governatori del Nord minacciano barricate. Passando per nomine come quelle al vertice dell’Inps e di Bankitalia, su cui Salvini ha smorzato i toni ma M5s no. In un clima del genere, temono sia i pentastellati che i leghisti, l’incidente è dietro l’angolo. Il voto in Aula al Senato sul processo a Salvini per la vicenda Diciotti, che cadrà dopo il voto sardo, torna ad alto rischio. E preoccupa la Lega. Ecco perché il leader della Leghista non affonda il colpo dopo la pubblicazione di un’analisi costi-benefici della Tav del tutto indigesta ai suoi. Vuole parlare con Di Maio: cercare insieme una exit strategy, almeno fino alle europee. Nelle quarantotto ore seguite al «dimezzamento» elettorale in Abruzzo, si affaccia intanto nel M5s l’idea di dotarsi di un organismo politico simile al vecchio direttorio, quasi una segreteria politica. Lo stesso Di Maio si sarebbe mostrato possibilista ma l’idea sarebbe stata stoppata da Casaleggio. Più concreta invece l’ipotesi di affiancare liste civiche a quella del M5s alle prossime elezioni locali. Una assemblea M5s potrebbe tenersi la prossima settimana: prima di allora, la speranza unanime nel governo è quella di una schiarita.

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