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AUTONOMIE, SI STUDIA ITER CAMERE, TECNICI AL LAVORO

– «Tutto cominciò il 16 maggio del 2016 con una lettera dell’allora ministro Enrico Costa in risposta al governatore del Veneto Luca Zaia, che chiedeva di fare il referendum». A ricordare come prese il via l’iter del regionalismo differenziato che ora sta spaccando la maggioranza è Gianclaudio Bressa, senatore Pd e sottosegretario agli Affari regionali e autonomie nei governi Renzi e Gentiloni. Bressa risponde all’ex premier Matteo Renzi che oggi prende le distanze dalle intese sulle Autonomie regionali («è un percorso che io non ho e non avrei mai fatto») attribuendo ogni responsabilità al suo successore Paolo Gentiloni, ma in realtà il ricordo di Bressa serve a capire come quella di una maggiore autonomia per le regioni sia una pagina bianca, recente, tutta da scrivere. «È la prima volta che si applica il terzo comma dell’ articolo 116 della Costituzione – sottolinea – e pertanto la procedura deve essere ancora definita». Per questo i presidenti delle Camere si stanno incontrando da giorni con i tecnici dei due rami del Parlamento per trovare la quadra, ma una cosa «dovrebbe essere certa», incalza il senatore Dem, «e cioè che trattandosi di »intese« i parlamentari possono dire la loro su modi, tempi e procedure, ma non sul contenuto di tali intese». In realtà la questione non è così pacifica, almeno ad ascoltare gli esperti di diritto costituzionale messi in campo da partiti e istituzioni. Il procedimento da seguire, si spiega, è ancora in fase di definizione, ma si starebbe pensando di far trasmettere alle Camere la bozza delle intese prima che vengano sottoscritte. E a quel punto le ipotesi sono due. In base alla prima, le intese vengono assegnate a tutte le commissioni per le parti di competenza, poi toccherebbe alla commissione Affari costituzionali redigere una relazione da presentare in Aula. Qui, dopo la discussione generale, si presentano e si votano risoluzioni che contengano eventuali ritocchi alla «bozza». Il secondo percorso possibile prevede che il governo trasmetta la bozza e si presentino mozioni in Aula per impegnare il governo ad apportarvi modifiche. Il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera Giuseppe Brescia sarebbe più propenso a seguire il primo dei due percorsi. In ogni caso, tutto dovrà essere costruito in pieno accordo con il Senato. E dovrebbero essere messe a punto mozioni identiche di maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Quanto all’emendabilità o meno del documento di intesa, questa viene comunque esclusa nel caso in cui ci sia già stata una firma definitiva da parte dei contraenti. Ed è per questo che se si vuole «portare davvero a casa il risultato», assicura uno dei tecnici, il testo deve essere portato all’esame del Parlamento prima della firma: e cioè quando è ancora in fase di bozza. Qui i parlamentari potranno dire la loro, sicuramente su modi e procedure. E, solo per alcuni, sui contenuti. Dopodiché il testo potrà essere firmato. E a quel punto diventare operativo. «In realtà – insiste Bressa – sulle intese con le confessioni religiose» (stesso paragone che fa il ministro per le Regioni Erika Stefani) il Parlamento non può entrare nel merito dell’accordo. E così «dovrà essere anche per le regioni». Che ora sono tre: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, ma a breve potrebbero aggiungersene altre. Ogni regione che vorrà contrattare la propria autonomia su singoli temi («sempre nel rispetto dell’ articolo 119 della Costituzione» precisa Bressa) potrà farlo perché «ogni regione ha le sue peculiarità». Al momento una timeline non c’è. Di Maio vorrebbe che si raggiungesse prima un accordo complessivo. Fico invece, spinge per avviare subito il lavoro: il governo, è il suo appello. mandi subito i testi alle Camere.

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