| categoria: Il Commento

Quando la giustizia fa paura agli onesti significa che non funziona

di giovanni Tagliapietra
Non è per caso che su queste pagine ci occupiamo spesso di giustizia e che da ormai diverse settimane ospitiamo nella seconda pagina di questo fascicolo una rubrica sull’argomento. Si parla tanto di Tav e di Reddito di cittadinanza, restano sullo sfondo altre emergenze che stanno tenendo sulla corda da troppo tempo il nostro paese. Proprio domenica sera La 7 ha mandato in onda per celebrare l’anniversario della morte di Alberto Sordi un film denuncia che all’epoca (1971) lasciò il segno, “Detenuto in attesa di giudizio”. Un film drammatico che riproponeva con il volto da cittadino qualunque del grande attore lo sconcerto, lo smarrimento di un italiano (innocente) alle prese con una giustizia stupida, approssimativa fino alla violenza. Erano gli anni che dal ’68 ci avrebbero portati dritti dritti verso il periodo nero del terrorismo. Sono cambiati i volti, sono cambiati i modi, ma la realtà di fondo non è cambiata poi di molto. C’era e c’è da rabbrividire. La giustizia continua ad essere ingiusta, parziale, approssimativa. Colpa della politica? Colpa degli operatori della giustizia medesima? E’ un problema di risorse, di uomini, o del potere di una casta di intoccabili? Troppe cose non vanno nella applicazione di un diritto che va sicuramente svecchiato e aggiornato. Ma quel che importa è che pagano i cittadini e che i magistrati si chiudono a riccio nelle loro prerogative e non collaborano. Illuminante un passaggio delle cronache politiche di questi giorni sul quale non si è riflettuto abbastanza. Il ministro dell’interno Salvini ha fatto una visita in carcere all’imprenditore condannato in via definitiva per tentato omicidio nei confronti di un rapinatore. Quest’ultimo è libero e vorrà essere risarcito. La vittima della rapina è in cella e dovrà pagare. Una situazione paradossale che Salvini ben riassume: “ La sensazione che qualcosa non è giusto e non funzioni. Che sia in galera un imprenditore che si è difeso dopo cento furti e rapine e sia fuori un rapinatore in attesa di un risarcimento dei danni significa che bisogna cambiare presto e bene le leggi. Cercheremo di fare di tutto perché stia in galera il meno possibile». Apriti cielo, sindacato delle toghe invece di condividere lo sconcerto, di chiedere scusa a nome dello Stato Italiano e di adoperarsi perché questa anomalia venga risolta accusa il ministro di violare le prerogative della magistratura e delegittimare i giudici. «Le decisioni in merito alle modalità e alla durata di una pena detentiva spettano non al Ministro dell’Interno, che oggi ha fatto visita a un detenuto condannato con sentenza passata in giudicato, ma solo alla magistratura, che emette le sentenze in modo rigoroso e applicando le leggi dello Stato», replica l’ Anm. Ma quei giudici non pensano di essere di fatto delegittimati proprio dal loro atteggiamento, che il sistema giudiziario sia delegittimato proprio dagli effetti di regole “interpretate” in chiave kakfiana o peggio ancora Beckettiana? Ogni giorno nelle aule dei tribunali vanno in scena delle commedie dell’assurdo e giudici frettolosi e distratti nemmeno si rendono conto – vogliamo sperare – di quello che producono e dei danni consistenti che provocano nella percezione di giustizia che ha il popolo italiano. Possiamo fare qualcosa?

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