| categoria: editoriale

Non illudiamoci, è sempre lo stesso Pd

Almeno un punto fermo nel caotico quadro politico italiano ci voleva. Adesso il Pd ha un nuovo segretario e Nicola Zingaretti può provare a riorganizzare il partito, affrontare le prossime regionali in Basilicata, la tornata di amministrative (quattromila comuni interessati) e naturalmente le Europee. Il Pd aveva già dato segni di riscossa nelle ultime settimane, ora è galvanizzato ed è ipotizzabile una ulteriore ripresa in percentuale. La formula di un partito “aperto” funziona, bisogna vedere dove porterà. Questi sviluppi per ora non impensieriscono il governo, certo spostano gli equilibri e rendono il quadro generale più fluido. La ripresa a sinistra porterà ad un ricompattamento del centro destra? E come si comporteranno i grillini? Troppo presto per valutare, ora bisogna lasciare che la situazione decanti, che gli entusiasmi e la retorica del momento sedimentino e che si ricominci a ragionare in termini operativi. Zingaretti ha vinto, sia per la debolezza dei suoi competitor sia perché il partito aveva bisogno di mettere un punto alla crisi e di avere una faccia rassicurante a Largo del Nazareno. Il nuovo segretario non ha carisma né particolare appeal, non è un uomo nuovo ed è anzi cresciuto nell’apparato del vecchio Pci romano. Ma si è costruito una solida base attorno alla quale far girare il partito. Conosce la macchina del potere, non ha idee particolarmente brillanti e risolutive, va avanti più che altro a forza di slogan. Non avendo una decisa personalità sarà ecumenico e strutturerà il Pd come ha fatto in passato con la Provincia di Roma e poi con la Regione, costruendo una rete di interessi e di potere che porterà l’ordine e la stabilità a Largo del Nazareno. Che poi il Pd possa tornare ad essere opposizione e alternativa è tutto da vedere.
I problemi piuttosto Zingaretti se li trova ( e se li lascia?) alle spalle. Potrà rimanere a fare il Presidente della Regione, potrà avere ancora un ruolo operativo di questo tipo? Stoppiamo subito l’obiezione. Renzi era premier e insieme leader del Pd, ma era altra cosa. I due ruoli andavano nella stessa direzione. Governare una regione è impegnativo e difficile, non si può lasciare il potere in mano ai colonnelli, non si può delegare tutto, c’è una realtà amministrativa da tenere sotto controllo e da orientare. Come è noto l’assemblea della Pisana si regge su una maggioranza quasi fittizia e comunque fragilissima. Una distrazione e la giunta di centro sinistra può andare a fondo. E Il Pd non può permettersi di perdere anche il Lazio. Ancora. Zingaretti oggi è anche sub commissario per il piano di rientro in Sanità, il governo giallo-verde ha varato una legge ad hoc per toglierli questo ruolo e il ministro Grillo manderà un sub-commissario governativo ad impicciarsi degli affari della sanità laziale, affari complessi, delicati, contorti. Non è una situazione facile, soluzioni organiche all’orizzonte non ci sono. Leghisti e grillini stanno facendo la posta da tempo alla Regione e non aspettano che il momento giusto per colpire. Alla luce di queste riflessioni il segretario Zingaretti sta per entrare in un tritacarne spietato, avrà solo nemici nel Partito e nella capitale, alla faccia dei richiami all’unità, agli appelli e ai sorrisi.

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