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L’Ocse ammonisce l’Italia: abrogare Quota 100, frena crescita. Ricchezza italiani ferma al 2000

La previsione, non lusinghiera, l’Ocse l’aveva già formulata: quest’anno l’Italia non crescerà ed anzi il prodotto interno lordo avrà una variazione negativa dello 0,2 per cento. Presentando il rapporto biennale sul nostro Paese Angel Gurria, segretario generale dell’organizzazione, è entrato nel merito delle principali scelte di politica economica dell’attuale governo, dando un giudizio articolato ma piuttosto critico: il reddito di cittadinanza così com’è rischia di favorire il lavoro nero, mentre i pensionamenti anticipati di Quota 100 appesantiranno il debito pubblico riducendo per di più il tasso di crescita di lungo periodo. Valutazioni così dirette, anche se espresse con il linguaggio dell’analisi economica, hanno naturalmente attirato la reazione accesa dei partiti di maggioranza: e così i due vicepremier Di Maio e Salvini – in questo caso d’accordo tra loro – hanno rispedito i consigli al mittente, invitando sostanzialmente l’Ocse a non occuparsi del nostro Paese. «No alle intromissioni, l’austerity la facciano a casa loro» ha detto Di Maio. Mentre Salvini, spiegando che le analisi gli «scivolano addosso», ha fatto sapere di non aver nessuna intenzione di tornare indietro su Quota 100, perché «decine di migliaia di giovani che cominceranno a lavorare quest’anno grazie a questa legge significa che la crescita verrà per forza».
LA POVERTÀ
Ai due si è poi unito il presidente del Consiglio Conte, che oggi vedrà Gurria ma intanto ha già anticipato il «forte dissenso sulle previsioni» che a suo dire «sottostimano completamente l’effetto positivo sul Pil delle misure espansive che abbiamo introdotto insieme con la legge di Bilancio». Paradossalmente, il rapporto di quest’anno ha tra i suoi temi specifici proprio il contrasto alla povertà e le diseguaglianze regionali. In questa chiave il reddito di cittadinanza di per sé avrebbe un senso, fanno notare gli economisti dell’Ocse, ma andrebbe congegnato in nodo diverso, in modo da assicurare l’effettiva possibilità di accesso al lavoro per gli interessati. A questo scopo – si argomenta nel Rapporto – dovrebbe essere ridotto l’importo del sussidio, che altrimenti può scoraggiare il lavoro regolare; nella stessa logica è necessario potenziare e rendere efficienti i centri per l’impiego. Per quanto riguarda invece Quota 100, la critica è più netta e riguarda l’impatto finanziario della misura, ma anche il fatto che riducendo l’occupazione nella fascia di età più anziana la norma avrà un effetto negativo anche sulla crescita potenziale. Il ministro Tria ha sottolineato la natura temporanea di questo abbassamento dell’età pensionabile, finalizzato a garantire un ricambio generazionale nel mondo del lavoro sia pubblico sia privato. A queste osservazioni Gurria ha risposto facendo osservare che sul piano del consenso è complicato tornare indietro cancellando le nuove e più generose regole dopo i tre anni di sperimentazione. Il suggerimento è cancellare questa misura per liberare risorse pari a circa 40 miliardi da oggi al 2025. Parte dell’analisi del rapporto è poi dedicata alla necessità di spingere gli investimenti. Obiettivo sul quale Tria si è detto ovviamente d’accordo, rinviando alla prossima approvazione del decreto sblocca cantieri e di quello dedicato alla crescita (il primo in realtà ha già avuto un primo via libera dal Consiglio dei ministri). Un pacchetto che per Conte rappresenta «un piano di investimenti e riforme strutturali senza precedenti».
I CONTI
Sul fronte dei conti pubblici, l’Ocse prevede per quest’anno un rapporto deficit/Pil al 2,5 per cento. Il governo dovrà mettere nero su bianco entro una decina di giorni le proprie stime nel Documento di economia e finanza. Il livello del disavanzo sarà più alto del 2% indicato a dicembre, ma al di sotto della previsione Ocse: quindi intorno al 2,2-2,3 per cento. Ma siccome l’importo nominale del disavanzo stesso resterà costante (grazie presumibilmente a risparmi di spesa su reddito e pensioni) il ministero dell’Economia punta a confermare o addirittura a migliorare l’obiettivo di deficit strutturale (quello rilevante a livello europeo). Traduzione: non ci sarà nessuna manovra correttiva, anche perché, ha fatto notare Tria, nessuno l’ha chiesta.

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