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Volano gli stracci tra Lega e M5S

d232633caffc9818def8549671d77ba6Questa volta hanno esagerato e non si sa come andrà a finire. Stelle-Lega, un giorno di ordinaria follia e di mezzo non ci sono cose private ma il destino del paese. Che assiste attonito ad una rissa da bar, senza precedenti. Il cosiddetto governo del Cambiamento – ancora alle prese con le liti (solo per citare gli ultimi esempi) sulla Libia, i profughi, i porti chiusi e le circolari quasi quotidiane del ministro dell’Interno – ha ingaggiato un’estenuante e comica partita a ping pong sull’ennesimo corto circuito tra politica e giustizia. Tutto inizia al mattino presto di giovedì 18 aprile quando le agenzie di stampa battono la notizia che il sottosegretario alle Infrastrutture della Lega, Armando Siri, il padre della flat tax, è indagato dalla procura di Roma per corruzione (gli viene contestato di aver caldeggiato degli emendamenti in cambio di una mazzetta da 30 mila euro).

Passano pochi minuti e il Movimento 5 Stelle si scatena chiedendo in coro le dimissioni di Siri. Prima il redivivo Di Battista, poi il vicepremier Di Maio, insieme a moltissimi altri deputati e senatori, fino ad una nota ufficiale del partito, anticipata da una raffica di off the record fatti filtrare come fonti pentastellate che chiedevano la testa del sottosegretario del Carroccio. Passa l’ora di pranzo: il premier Conte, da Reggio Calabria, usa il bilancino come sempre in questi casi, per non far arrabbiare né la Lega né i 5 Stelle (“Parlerò con Siri e valuteremo…”) e prova a trovare una difficile sintesi nell’ennesima lite all’interno della maggioranza.

Poi il colpo di scena. A metà pomeriggio L’Espresso fa uscire gli audio finiti in procura sull’inchiesta su Ama, ovvero sul caso rifiuti nella Capitale. E subito si capisce che la posizione della già traballante sindaca di Roma Virginia Raggi (che Salvini ha messo nel mirino da giorni su vari fronti) si fa pesante. Le intercettazioni sono quantomeno imbarazzanti (ecco alcuni esempi: “I romani si affacciano e vedono la merda”. Poi la Raggi al manager sui conti: “Devi fare quello che ti diciamo, anche se ti dicono che la luna è piatta”).

Alla Lega non sembra vero, un regalo perfetto per rintuzzare l’affondo dell’alleato di governo su Siri. Alle ore 16.19 nella chat ufficiale del Carroccio arriva l’affondo della ministra delle Autonomie Regionali Erika Stefani: “Se il contenuto delle intercettazioni del sindaco Raggi corrispondesse al vero sarebbe la confessione di un grave reato e la chiara ammissione di una palese incapacità a governare. Per coerenza con le regole del Movimento ci aspettiamo le sue immediate dimissioni”. Ecco servita la risposta ai pentastellati: dimissioni della Raggi, come loro chiedono le dimissioni di Siri dalle 9 del mattino. Pan per focaccia, chi la fa l’aspetti. Tié. ‘Ciapa su e porta a ca’, direbbe Salvini se conoscesse il dialetto della sua città natale, Milano.

Dopo la Stefani le agenzie si riempiono magicamente di leghisti che all’unisono chiedono il passo indietro del primo cittadino di Roma, fino alla nota congiunta dei due capigruppo di Camera e Senato (Molinari e Romeo) che ci mettono il timbro ufficiale del partito, e quindi di Salvini: “Abbiamo appreso con sconcerto le ultime cronache relative all’amministrazione comunale di Roma e alla gestione di Ama. Notizie inquietanti che non possono lasciarci indifferenti: se quanto riportato dalle intercettazioni corrispondesse a verità, si tratterebbe di un fatto di gravità inaudita. Per rispetto delle regole interne del Movimento cui appartiene, sarebbe opportuno per il sindaco Raggi farsi da parte e presentare subito le dimissioni”.

Da notare che “fatto di gravità inaudita”, non si sa per un caso o se voluto, è proprio un’espressione usata qualche ora prima dal M5S per chiedere a gran voce il passo indietro di Siri. Insomma, una partita di ping pong tragicomica con magistrati e giudici a fungere da guest star, se non fosse che si parla di un importante esponente del governo e del sindaco della Capitale d’Italia. Almeno fino alle Europee del 26 maggio è difficile che l’esecutivo entri in crisi, quasi impossibile.

Sul dopo-voto gli scenari sono più aperti (molto dipenderà dai risultati elettorali) anche se il duello a distanza su Siri e Raggi e lo scontro tra garantismo e giustizialismo rende l’idea di quanto questo governo (non) sia coeso e unito. E infatti mentre Conte parlava da Reggio Calabria, e a scandalo Raggi non ancora scoppiato, sembrava che il rumore delle unghie sui vetri ai quali era arrampicato si sentisse fino a Palazzo Chigi.

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