| categoria: Il Commento

La carta europea di Salvini

di Carlo Rebecchi


La travolgente affermazione del Carroccio è la vera novità di queste elezioni, ma deve fare i conti con una realtà politica continentale che sta cambiando in fretta e che può portarci fuori dai giochi. Tutto dipenderà dal ruolo e dalla posizione che la Lega prenderà a Bruxelles


Giornali e telegiornali straripano in queste ore di superlativi. Ciascuno della miriade di partiti – 34 – che hanno partecipato alle “europee” non ha vinto o perso secondo natura; o avrebbe stravinto o sarebbe crollato. No, non è così. O meglio non è tutto così. Per rendersene conto occorre delimitare i confini geografici dell’analisi, e precisare le conseguenze del voto. Se guardiamo all’Europa – quelle di domenica non erano forse “elezioni europee” ? – si può dire che gli oltre 200 milioni di elettori (su un totale di 427 milioni) hanno tirato per la giacca i loro governi e gli “eurocrati” di Bruxelles (Commissione &C.) per far capire loro che l’Unione europea deve essere meno burocratica e astratta e più vicina alle loro esigenze. Che negli ultimi anni sono profondamente cambiate. Il mondo “congelato” fino al 1989 in “est” e “ovest”, “Comunismo” e “Occidente”, non c’è più. Gli Stati Uniti non sono più gli stessi di trent’anni fa, c’è la Cina, ci sono i barconi che arrivano dall’Africa. C’è internet, l’industria 4.0; è cambiato, e per molti manca, il lavoro. Che cosa devono capire, in quest’ottica, i leader che si sono sentiti tirati per la giacca? Che devono darsi una mossa, perché se non lo fanno quando i cittadini europei torneranno a votare, tra cinque anni, allora sì che potrebbero essere travolti. Non si erano mai visti, nelle precedenti campagne elettorali europee, governi attaccare altri governi o le istituzioni comunitarie. Un dibattito globale con una partecipazione record, il 50%, rispetto al 43% di cinque anni prima. Segno che il problema è reale. Comunque il tempo per evitare una crisi dell’Europa c’è e la responsabilità incombe sugli stessi partiti e strutture, politiche e burocratiche, oggi contestate apertamente per la prima volta. I “vecchi” partiti che storicamente hanno partecipato al governo dell’Europa (riuniti nei gruppi del partito popolare europeo e del partito socialista) perdono voti ma mantengono la posizione; e con l’aiuto dei liberali europei (Alde) riusciranno a mantenere la maggioranza.

In altre parole, e comunque la si voglia rappresentare in Italia, la “rivoluzione di palazzo” di cui sono stati protagonisti i partiti sovranisti/populisti – nel nostro Paese la Lega di Matteo Salvini e in misura minore il M5S di Luigi Di Maio – è fallita. Come avevano del resto previstogli osservatori più imparziali, che pure non sottovalutano l’importanza e i pericoli per l’edificio europeo. I sovranisti/populisti sono infatti il primo partito in tre grandi Paesi europei: Gran Bretagna, Francia e Italia. Nel Regno Unito l’anti-europeista Nigel Farage, che due anni fa aveva innescato la Brexit, è in condizione dopo le dimissioni della premier Theresa May, di portare a termine il processo di uscita, che sarà del resto cosa fatta entro qualche mese. In Francia il Front National di Marine Le Pen, ha superato il partito “En Marche” del presidente Philippe Macron, ma rispetto a cinque anni fa non progredisce.

La vera novità è la Lega di Salvini, con il suo 34,3% dei voti. E’ vero che cinque anni fa Matteo Renzi aveva ottenuto in Europa il 40%, poi rapidamente sperperato. Ma il Partito democratico dell’ex premier dell’establishment europeo faceva parte da sempre, l’ex Lega Nord di Umberto Bossi ancora un anno fa era invece soltanto al 7%. Ed ora non si può ancora dire quali strade percorrerà e quali saranno le conseguenze delle scelte del Matteo2. Al momento, a caldo, si può soltanto dire che l’Europa nel suo insieme va da una parte (quella solida, magari con riforme e auto riforme passo dopo passo) e il governo guidato da Salvini imbocca un’altra strada. Quale sia non è dato di sapere. Salvini ha sempre detto che i partiti sovranisti/populisti avrebbero “rovesciato il potere” a Bruxelles, che gli burocratici avrebbero dovuto fare i conti con la Lega ed i suoi alleati. Ma, anche se l’ungherese Orban nel suo Paese ha stravinto, i numeri non glielo permetteranno, in Europa i sovranisti/populisti sono ancora una netta minoranza.

Almeno in Europa, la via scelta da Salvini sembra insomma portare ad un progressivo isolamento dell’Italia. Tutte le richieste “urlate” dal leader della Lega durante la campagna elettorale – dallo sforamento dell’ormai mitico tre per cento ad ogni altro “abbiamo il diritto” di fare questo o quello – andranno ai voti. E lì, senza alleanze, si fermeranno. Anche la sua richiesta di un Commissario con responsabilità in campo economico, per un rilancio industriale che permetta la creazione di posti di lavoro, non sarebbe miracolosa: i commissari Ue, infatti, realizzano ciò che è stato deciso a monte all’unanimità. L’isolamento rischia di essere così pericoloso che per evitarlo c’è già chi suggerisce a Salvini di pensare ad una possibile adesione al gruppo europeo. Cosa che presupporrebbe però la crisi di governo, la fine dell’alleanze con i Cinquestelle e il ritorno ad un centrodestra con Forza Italia. Fantapolitica?

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