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M5s, fiducia a Di Maio dall’assemblea degli eletti

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Un “unicum” nella storia recente del M5S: i gruppi riuniti senza lo staff della comunicazione. E’ questa la principale novità di una congiunta che si preannunciava come un enorme “j’accuse” a Luigi Di Maio ma che il capo politico del M5S disinnesca almeno in parte annunciando un voto su di lui su Rousseau. E l’assemblea, a metà della riunione, sembra dare massiccia fiducia al vicepremier. E’ invece la comunicazione, oltre alla squadra del cosiddetto “sottogoverno”, a finire nel mirino dei parlamentari. Tanto che, subito dopo l’intervento di Di Maio, tutto la staff, su richiesta di 15 deputati e nonostante il resto della riunione si opponga, lascia l’Auletta dei gruppi.

Sono presenti, invece, tutti i big del Movimento, incluso Roberto Fico e Alessandro Di Battista. Segno di un’assemblea se non decisiva, almeno fondamentale per il proseguo del Movimento di governo. Anche perché Di Maio, prendendo la parola, scandisce la domanda chiave ai suoi parlamentari: “Volete ancora sostenere questo governo? Conte vuole saperlo”, è la domanda che il vicepremier pone all’assemblea. Domanda sulla quale, invero, non c’è alcun voto e che prevede, almeno al momento, una automatica risposta positiva. Con una strategia che i vertici avrebbero in mente in queste ore: lasciare davvero il pallino dei provvedimenti a Matteo Salvini a partire da quelli più complicati, come la flat tax.

“Ci faccia vedere le carte, non ci opporremo”, è il senso della strategia che metterà in campo Di Maio. Sul piano interno, invece, l’assemblea, da sfogatoio contro i dimaiani si trasforma in una sorta di seduta di autocoscienza, con i “big” decisi a blindare Di Maio. “Luigi, scusa se non ti ho aiutato abbastanza”, si spinge a dire Di Battista che da il suo placet ad una riorganizzazione più “movimentista” dei Cinque stelle, sulla scia di quanto spiegato da Di Maio. Contrarietà alla la votazione di domani su Di Maio sarebbe stata espressa dal presidente della Camera, Roberto Fico, in occasione dell’assemblea M5s alla Camera. “È da vecchia politica mettere in discussione il capo politico dopo una sconfitta. Almeno abbiamo un vertice, il problema è che mancano gli altri”, aggiunge Fico. “Il problema non è Luigi, ma tutti e dobbiamo lavorare insieme, serve più lavoro sul territorio. Ci vuole più coraggio, non dobbiamo avere paura di dire ciò che siamo, riscopriamo i nostri valori, è questa la linea invalicabile per avere una visione da qui a 20 anni”, avrebbe inoltre aggiunto Fico il cui intervento, da chi è alla riunione, è giudicato come aggregativo.

Oggi il voto degli iscritti – Due endorsement di peso, come quelli di Beppe Grillo e Davide Casaleggio e una mossa a sorpresa, ideata e messa in campo per “sminare” l’assemblea congiunta dei parlamentari del Movimento che rischiava di trasformarsi in un “processo” senza possibilità di appello al vicepremier, ministro due volte e capo politico del M5s. Luigi Di Maio rompe gli indugi e annuncia che rimette il suo mandato di capo politico al giudizio degli iscritti. “Non sono mai scappato dai miei doveri e se c’è qualcosa da cambiare lo faremo”, afferma, mettendo al voto su Rousseau il ruolo di capo politico. “Perché è giusto che siate voi ad esprimervi. Gli unici a cui devo rendere conto del mio operato”, scandisce Di Maio. Insomma, chi è nominato dalla Rete solo da quella, e non dai parlamentari, può essere riconfermato o meno. “Il Movimento non sono gli eletti” si affrettano a mettere in chiaro i vertici pentastellati, visibilmente irritati dal comportamento di alcuni parlamentari “che si sono fatti nominare ed ora attaccano chi li ha portati fino a qui”. Come Gianluigi Paragone, fino a lunedì nell’inner circle dei fedelissimi, tanto da figurare tra i pochi chiamati al “quartier generale” improvvisato al Mise per ragionare con Di Maio su come affrontare la debacle elettorale.

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