| categoria: Il Commento

Ultimo bluff sulla sanità del Pd?

di Donato Robilotta

Zingaretti, dopo la riunione del tavolo tecnico al Mef, annuncia che per la prima volta il bilancio della sanità del 2018 è in attivo di 6 milioni e dichiara che chiederà al Presidente del Consiglio di uscire dal commissariamento. Contemporaneamente annuncia che la Regione cancellerà il superticket di 10 euro sulle ricette con prestazioni specialistiche per gli over 60, con un reddito familiare inferiore a 36 mila euro, e per alcune categorie svantaggiate, come minori ospitati nelle Rsa e donne vittime di violenze. Un provvedimento che riguarda una fascia piccola della popolazione del Lazio e inferiore alle 400 mila persone, come annunciato dalla propaganda della Pisana.

Zingaretti però non annuncia il taglio delle tasse che sono le più alte e soprattutto non cancella il balzello della tassa sanità che riguarda l’aumento dell’addizionale irpef pari a 0,50%, che porta l’aliquota base da 1,23% a 1,73%, che si applica a tutti i redditi anche a quelli sotto i 15 mila euro.

Una tassa iniqua e dolorosa che da sola vale circa 800 milioni di euro l’anno e che non ha più ragione d’essere dal momento che il bilancio della sanità, a detta del Presidente della Regione, è in attivo. Insomma la solita operazione propagandistica, l’abolizione del Ticket è fumo negli anni per non far vedere che resta il “balzello tassa sanità” che vale molto ma molto di più in termini di cassa. Ma fa più male perché si applica a tutti anche ai redditi bassi.

Proprio questo mi lascia perplesso sul reale stato del bilancio della Regione. Intanto la notizia è che la Regione non è uscita dal commissariamento e per farlo servirà una delibera del Consiglio dei Ministri, diversamente da come annunciato in una trionfale conferenza stampa da Zingaretti e dalla Lorenzin nel Dicembre del 2017, a pochi mesi dalla campagna elettorale regionale del 2018.

Leggerò attentamente, quando sarà reso pubblico, il verbale della riunione per vedere come stanno i conti finali, anche se non posso non dire che a Marzo 2019 lo stesso tavolo aveva sancito per il 2017 un disavanzo finale di – 45 mln e per il IV trimestre del 2018 un probabile disavanzo di – 42 mln.

La Regione la settimana scorsa aveva sostenuto che il 2018 si era chiuso con un attivo di 25 mln mentre ieri il Presidente ha dichiarato che l’avanzo è pari a 6 mln. Aspettiamo le carte anche perché come sappiamo la copertura del disavanzo, che nel 2013 anno in cui si è insediato Zingaretti era pari a – 670 mln, è dovuta essenzialmente all’aumento del fondo sanitario, che è passato dai 9,8 mld del 2013 ai 10,7 mld del 2018, 900 mln di euro in più.

Senza aggiungere i 350 mln di euro per l’adeguamento Istat della popolazione e senza considerare la diminuzione della spesa del personale pari a circa 400 mln, causata dal blocco del turn over che ha fatto diminuire negli anni il personale sanitario di oltre 9 mila addetti. Nonostante questo la spesa sanitaria è rimasta sostanzialmente uguale a quella del 2006 quando il disavanzo era di due miliardi.

Non solo ma dobbiamo tener conto che quando Zingaretti si è insediato nel 2013 l’addizionale regionale era pari a 1,73% ora l’aliquota massima è pari a 3,33%. Per capire perché Zingaretti non abbassa le tasse basterebbe leggere con attenzione la relazione della Corte dei conti. Il debito della Regione è aumentato a causa del prestito dello Stato di 10 mld ed è pari a oltre 22 mld e il bilancio è ingessato e non consente investimenti.

Non solo, ma le rate di ammortamento trentennale verso lo Stato sono state sospese dal 2017 al 20121, grazie una norma del cosiddetto decreto Rieti sul terremoto, dl.189/2916, e la Regione riprenderà a pagarle dal 2022. Con le rate che saranno più pesanti perché dovranno farsi carico di quelle non versate in questo periodo.

Il buco per chi guiderà la Regione dopo Zingaretti
A copertura delle rate di ammortamento l’Amministrazione regionale ha messo in bilancio l’aumento delle addizionali irpef previste dall’articolo 2 della lr 2 del 2013. Dunque le tasse sono già impegnate e bloccate, detto in italiano sono già spese. Il paradosso è che l’aumento dell’irpef da 1,73 a 3,33%, con le altre aliquote intermedie, vale alcuni miliardi l’anno di incasso, e sarebbero bastati pochi anni per pagare il debito dei 10 mld. Mentre il pagamento delle rate di ammortamento è stato rinviato al futuro, quando alla Pisana ci sanno altri inquilini, e nel frattempo gli introiti dell’Irpef usati per spesa corrente.

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