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MODA: DA LA PERLA A BRIONI, PER MARCHI IN CRISI A SETTEMBRE IL BANCO DI PROVA

Da La Perla a Brioni, da Stefanel a Cavalli: sono tempi duri per molti marchi del Made in Italy. Queste griffe famose in tutto il mondo stanno vivendo un grave momento di crisi. E i primi a soffrirne sono proprio i lavoratori. Migliaia, infatti, sono gli operai che vedono addensarsi sempre di più nubi nere all’orizzonte. Per loro, il vero banco di prova ci sarà all’apertura degli stabilimenti, dopo la pausa estiva. «Agosto è il mese della tregua» avvertono i sindacati. I nodi, insomma, torneranno tutti al pettine. E lo sanno bene le 126 lavoratrici dello stabilimento di Bologna de La Perla (Gruppo che conta circa 1000 dipendenti in tutto il mondo, dal febbraio 2018 venduto al fondo olandese Sapinda) per le quali il 29 luglio scorso la prevista procedura di licenziamento da parte dei vertici è stata sospesa fino a settembre. Ovvero, fino al prossimo incontro dei sindacati al Mise, in programma nella settimana dal 9 al 13 settembre. «Nel frattempo – dichiara all’Adnkronos Daniela Piras, segretaria nazionale della Uiltec – faremo di tutto per scongiurare i licenziamenti che colpiscono in particolare modelliste, sarte e operaie specializzate, tutte addette alla vita produttiva dell’azienda. Serve un concreto piano industriale di rilancio per tutelare la forza di penetrazione del ‘made in Italy’ e l’avviamento del marchio in questione. È forte il dubbio che la proprietà voglia togliere dal mercato una realtà troppo competitiva per sopprimerla anziché salvarla favorendo, è questo il nostro sospetto, un diretto concorrente. Ora attendiamo dalla controparte un piano industriale degno di questo nome
«Un sospiro di sollievo, uno spiraglio ma non è finita»: non ha dubbi Sonia Paoloni, segretaria nazionale Filctem Cgil, per la quale «va bene tagliare i rami poco produttivi del Gruppo La Perla quali scarpe e borse, tra l’altro mai realizzati nello stabilimento di Bologna, ma se la proprietà rinuncia alla »testa« della produzione e mantiene i negozi, i conti non tornano. Per questo motivo, stiamo chiedendo al governo il ricorso alla Cigs in deroga per un anno. Il tempo necessario per capire se ci sono altri acquirenti interessati al brand. I nuovi proprietari non hanno mai presentato un piano di rilancio né hanno trasmesso alcun piano marketing». Non solo La Perla. A preoccupare i sindacati è anche, e soprattutto, l’andamento finanziario dell’azienda di abbigliamento maschile Brioni, del gruppo della holding francese Kering. «Nonostante investimenti e ristrutturazioni è una realtà in perdita – ammette senza giri di parole, Sonia Paoloni-. Dei 1200 addetti, la maggior parte impiegata nei siti produttivi di Penne, Montebello di Bertona e Civitella Casanova della provincia di Pescara, ad eccezione dei 50 lavoratori del sito di Curno (Bergamo) non si parla, eppure lavorano ad orario ridotto, in media 34 ore settimanali, non più 40. Per questo motivo a settembre, torneremo a chiedere incontro con l’Azienda dalla quale stiamo ancora aspettando un piano di rilancio del marchio e una strategia per salvaguardare i livelli occupazionali». «Brioni perde milioni ogni anno – conferma Daniela Piras – eppure era un’azienda che vendeva capispalla da uomo a clienti facoltosi in tutto il mondo. Da anni non è più così: cambiare stilisti, risparmiare su professionalità e disperdere il know-how vuol dire investire in modo sbagliato sul rilancio del marchio. Bastava seguire l’esempio di Loro Piana, ormai di proprietà del francese Lvmh, che nei periodi di bassa produzione anziché ricorrere agli ammortizzatori sociali, ha continuato ad investire per riconvertire e formare le professionalità, puntando sulla produzione di tessuti e tinture naturali ed eco-friendly

«L’accordo sulla Via della Seta – chiosa Piras – siglato tra Italia e Cina è una scatola vuota. Inutile esportare le arance della Sicilia. Per rilanciare il mercato serve altro, occorre investire sul Made in Italy. Impossibile, però, senza una politica industriale». Nel tunnel della crisi anche Stefanel. «Quella di Stefanel è una cronaca di una morte annunciata – è il duro commento di Sonia Paoloni, segretaria nazionale Filctem Cgil – I numeri parlano chiaro: nel 2000, nella sede di Ponte di Piave ad occuparsi della produzione erano 600 operai. In circa un ventennio, però, la manodopera cala drasticamente fino a raggiungere circa 100 lavoratori, che presto potrebbero trovarsi in mezzo ad una strada se entro fine anno non sopraggiunge un’offerta d’acquisto. Altrimenti l’azienda chiuderà per cessata attività». «Anche la crisi di Roberto Cavalli – conclude Paoloni – è sicuramente l’emblema della decadenza del settore tessile e abbigliamento del nostro Paese. La griffe vive un periodo difficile. Di nuovo c’è il progetto del gruppo del Golfo Persico, Damac Properties, pronto ad investire 160 milioni di euro ma anche a ridurre il personale: si stima siano 20/30 addetti su un totale di 200».

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