| categoria: sanità

L’INTERVISTA/ MEDICI: TROPPI GAP IN ITALIA

Parla il Dott. Benedetto Magliozzi, Segretario della Cisl Medici di Roma Capitale/Rieti
di Vanessa Seffer

Ci ha colpito l’interessante Rapporto (“Health worker gap in Italy: the untold truth”) che la giornalista freelance Marta Paterlini ha pubblicato il 17 agosto per The Lancet, l’illustre e blasonata rivista scientifica inglese con cui collabora, una delle mete ambite dei Prof di tutto il mondo, sogno di qualsiasi ricercatore che poi una volta fatto accettare e quindi pubblicare lì il risultato della sua ricerca, a vita potrà mostrare la sua stelletta.

MagliozziNel Rapporto, Paterlini sottolinea, fra le tante cose, innanzitutto la grave carenza dei medici in Italia, la fuga di circa 1000 giovani laureati in Medicina ogni anno e denuncia i concorsi pubblici di settore come truccati. Waww! A parte i mille giovani laureati che se ne vanno dal Paese ogni anno, numero ampiamente sottostimato, ma la perdoniamo poichè la giornalista vive di fatto a Stoccolma, pertanto non avrà del tutto il polso della situazione, ossia della desertificazione che è in atto da tempo, sulle restanti dichiarazioni bisogna darle atto che difficilmente qualcuno si prende il carico di mettere nella stessa frase parole come “concorsi” e “truccati” insieme, se poi vuole essere ancora invitato in una trasmissione televisiva, continuare a condurla, seguitare a scrivere per un giornale, a meno che non sei un giornalista uomo e fra quelli blasonati. Quindi chapeau!

Molte altre cose si leggono fra le pieghe e intorno a questo tema e alcune fra le parole della giornalista fanno venire qualche curiosità che potremmo toglierci chiedendo direttamente ad un medico e sindacalista, il Dott. Benedetto Magliozzi, Segretario della Cisl Medici di Roma Capitale/Rieti.


Perchè in Italia non si riesce a migliorare la situazione lavorativa del personale medico e sanitario che si forma invece poi di perderlo per poi reperirne altro dall’estero?

Evidentemente non c’è un reale interesse perchè l’Italia diventi una piazza appetibile per i nostri giovani laureati italiani in Medicina, poiché il mercato li mortifica, sul posto di lavoro subiscono continuamente aggressioni. La professione del medico oltre ad avere le sue peculiarità è altamente reputazionale, ma oggi ti considerano una specie di assassino. Le guardie mediche sono quotidianamente aggredite, è normale che i nostri giovani se ne vanno all’estero. Anche perchè vivere a Berlino o vivere a Roma oggi non è che cambi molto.


Nonostante tutto questo sfacelo ci sono tanti professionisti medici che dall’estero ambiscono a venire a lavorare in Italia. Ci sono tante richieste di laureati in Paesi africani, russi e altri ancora che vogliono sapere se i loro esami sono compatibili con quelli degli atenei italiani. Come possono lavorare questi professionisti con le loro lauree qui in Italia?

Per il riconoscimento del titolo di studio in Italia secondo le norme europee bisogna aver fatto un certo numero di esami con determinati requisiti in determinate facoltà con il meccanismo dell’accreditamento, della certificazione. Quindi una volta che loro vengono in Italia, portano il loro titolo di studio che deve essere certificato da quelle Università che devono avere dei precisi requisiti, fatto questo possono essere riconosciuti. Perchè purtroppo o menomale, per determinate professioni, occorre una certificazione certa, perchè bisogna sapere che percorso certificato abbia fatto il professionista per poter svolgere una professione protetta. Perchè il medico come l’ingegnere svolge una professione protetta. Ovvero ci può essere un gruppo, uno studio di ingegneri, ma chi firma il progetto è un ingegnere.

E gli Atenei italiani sono in grado di risalire al percorso, con le opportune traduzioni, per esempio, che il medico africano o russo, ha fatto?

Certo. Loro devono certificare tutto il loro percorso di studi, in maniera tale che il riconoscimento viene fatto fra tutti gli Enti certificatori: Ordine professionale, Università, Ministero, Ambasciata, ecc. Nel momento in cui questo percorso viene fatto, viene detto che è riconoscibile oppure no, e che mancano determinati esami. Il professionista fa quegli esami e dopo anche gli esami di Stato. Poi può iscriversi all’Ordine dei Medici italiano. Altresì, per quegli Stati che riconoscono la certificazione della normativa europea non c’è bisogno del riconoscimento del titolo di studio. Se ti laurei in Francia con un percorso statale, ovvero riconosciuto dallo Stato, oppure in Inghilterra o in Irlanda, direttamente ci si può iscrivere all’Ordine professionale in Italia poichè viene riconosciuto in automatico.

Lo stesso dall’Est europeo?

Se il Paese di provenienza fa parte dell’Europa viene ugualmente riconosciuto. Ciò per evitare quei percorsi di dubbia provenienza, quelle “tre per due” che si sentivano una volta, che avevano creato scandalo perchè non avevano tutti i requisiti. Io mi sono laureato alla Cattolica, ma la Cattolica è una Università riconosciuta dallo Stato italiano. Rilascia un titolo di studio sul quale c’è scritto “In nome della Legge”, non in nome del Rettore dell’Università Cattolica che è delegato a farlo perchè l’Università è riconosciuta. Tutte le Università come la Bocconi, la LIUC, il Campus Biomedico, la LUISS ecc, fanno un percorso di riconoscimento con il Ministero che ne vede la bontà e la genuinità dei requisiti e consente di rilasciare un titolo di studi. Sempre che abbia quei requisiti. Ci vogliono un tot di crediti, determinati esami, altrimenti non puoi accedere agli Esami di Stato, all’esame di abilitazione, altrimenti nel caso delle professioni protette c’è l’esame di abilitazione non c’è la laurea abilitante in Italia, perchè in altri stati c’è la laurea abilitante, per gli stati dell’Unione Europea è una norma codificata da tempo. Il problema è che molti di questi “laureati” provengono da università che non hanno tutti i requisiti certificanti, ma soprattutto non sanno neanche parlare italiano.

Come si fa a parlare con un paziente che sta molto male e che non può pensare a cercare di tradurre il suo malessere?

Pensiamo ad un trentino, un toscano o un calabrese che hanno vissuto sempre in un piccolo paese e gli fa male la schiena e deve parlare con un medico straniero. Come fa quel medico a raccogliere l’anamnesi se te lo dicono in vernacolo, sei fregato!

Al contrario, tutti i Pronto Soccorsi italiani hanno i traduttori in arabo, cinese, romeno, nelle lingue delle etnie più presenti nel nostro Paese?

Nei nostri Pronto Soccorsi ci sono i mediatori culturali da anni, c’è un numero di telefono cui possiamo attingere ed abbiamo il mediatore attraverso un numero diretto che parla le varie lingue, dal swaili al romeno che sono le comunità più rappresentate. I cinesi sono quelli che si vedono meno. Da quando lavoro, circa vent’anni, al Sant’Eugenio forse ne avrò curati tre, difficilmente vengono negli ospedali italiani, pochissimi cinesi.

Che mi dice a fronte dei nostri moltissimi giovani laureati in Medicina che partono ogni anno secondo il Lancet, di tutte queste richieste per venire da noi da parte di laureati africani, russi, extraeuropei diciamo per far prima, che non temono di guadagnare dai 1200 ai 1800 Euro al mese.

Ma non sono tantissimi in fondo quelli che chiedono di venire. Ci sono quelli che hanno un profilo economico molto ma molto basso e la maggior parte di questi Paesi sono in via di sviluppo e la borsa di studio viene sostenuta a patto che poi tornino nel loro Paese d’origine e se non tornano nel loro Paese tendono a rimanere dove c’è un’alta richiesta di professionalità perchè la laurea italiana, tedesca, spagnola, quella della Comunità europea insomma, riguarda 350 milioni di persone, altresì se dovessero andare nel mercato americano dovrebbero fare tutt’altro percorso, molto più selettivo e il costo della formazione del medico sarebbe insostenibile. Mentre in Europa viene sostenuto dalla Sanità generale. In Italia studiare in fondo costa pochissimo circa duemilacinquecento euro di tasse universitarie annue, all’estero per studiare medicina finisci di pagare il mutuo a 45 anni. Quindi noi siamo visti sempre come un primo approccio per valutare dove si sta meglio poi.

@vanessaseffer

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