| categoria: editoriale, Il Commento

Il partito di Conte e quello di Renzi, qualcosa di più di un gioco politico?

Quando si parla di partito normalmente si intende la adesione di un certo numero di cittadini attorno ad un’idea, a un simbolo, ad un leader. Nella prima Repubblica i partiti hanno avuto un ruolo importante, erano strutturati, “pesavano”. Come non ricordare il famoso pentapartito di governo, dove Liberali, Socialdemocratici, Repubblicani, con percentuali che oggi consideremmo sotto soglia erano determinanti, esprimevano ministri e linee politiche. Oggi si parla del “partito di Conte”, del “partito di Renzi”, ma le parole stanno a spiegare realtà diverse. Se Conte volesse fare un partito tutto suo si ipotizza che potrebbe catalizzare attorno a se’ addirittura un buon 10% di suffragi. Un discorso teorico, il partito Conte dovrebbe prima cucirselo addosso, poi trovarsi una linea e degli obiettivi. Il consenso nel ruolo che oggi occupa è una cosa, dargli un voto è un’altra. Diverso il discorso di Renzi, che è già stato un leader e che oggi conta un bel pacchetto di parlamentari “suoi”. Sarebbe in grado di farsi il partito personale subito, potrebbe porre condizioni, potrebbe attrarre gli uomini di Berlusconi; ma il suo potere di aggregazione è per ora soltanto parlamentare appunto. E’ da vedere se la traduzione in consenso delle urne porterebbe i renziani da qualche parte. Quando era premier l’idea di un suo nuovo soggetto politico veniva accreditato con un ipotetico 10% di consensi. Oggi gli addetti ai lavori gli attribuiscono la metà di quegli eventuali voti

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