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ARGENTINA IN CRISI PRONTA A RICONSEGNARSI AI PERONISTI

 Recessione, disoccupazione, inflazione, povertà e, soprattutto, dollaro, sono le parole chiave per interpretare il clima che si respira a Buenos Aires alla vigilia di un cruciale voto presidenziale che, se andrà come anticipano i sondaggi, avrà importanti riflessi non solo in Argentina ma in tutta l’America latina. Il presidente di centrodestra Mauricio Macri chiede con la coalizione ‘Insieme per il cambiamentò una riconferma per poter terminare il lavoro avviato, ma deve fare i conti con il ‘Fronte di tuttì del peronista di centrosinistra Alberto Fernández, accompagnato dalla ex presidente Cristina Fernández de Kirchner. L’opposizione ha sorprendentemente vinto le primarie l’11 agosto con un vantaggio di oltre il 16%. I sondaggisti, smentiti allora per eccesso di prudenza, sono tornati alla carica adesso attribuendo al ticket Fernández-Fernández un vantaggio medio di 20 punti e quindi un’indiscutibile vittoria al primo turno. Ma da fine settembre Macri si è lanciato in una campagna a livello nazionale con lo slogan ‘Sì, se puede!’, che si riferisce alla speranza di accedere al ballottaggio fissato per il 24 novembre. Ciò avverrà se l’opposizione non raccoglierà almeno il 45% dei voti, o non avrà neppure almeno il 40% con più di 10 punti di vantaggio. Macri ha centrato il suo primo mandato su pochi principi – lotta alla corruzione, risanamento dei conti pubblici, apertura del mercato commerciale e finanziario – ma non ha ottenuto il risultato sperato. Il Paese avrà nel 2019 una recessione del 2,7% (la 7/a più grave al mondo), segnerà un’inflazione di quasi il 60% ed una disoccupazione ufficiale del 10,6%, la più alta degli ultimi 12 anni. Inoltre l’Argentina, chiamata ‘il granaio del pianetà per la sua capacità di sfamare 600 milioni di persone, ha oltre il 35% della sua popolazione in povertà. E poi c’è il capitolo dollaro. Il biglietto verde è il bene rifugio per eccellenza del cittadino argentino, che ad ogni accenno di tempesta corre a trasformare tutti i suoi risparmi, e anche di più, nella valuta forte americana. La promessa mantenuta da Macri di aprire il mercato dei cambi ha contribuito alla sua vittoria quattro anni fa. Solo che oggi si sta rivelando un macigno insopportabile per l’economia. Buenos Aires ha dovuto chiedere un prestito ‘stand by’ di 57.000 milioni di dollari al Fmi che dovrà essere rimborsato a partire dal 2021. Secondo l’Indec (l’Istat argentino) l’indebitamento in dollari è raddoppiato nell’ultimo biennio, ed era a giugno di 283.500 milioni, ossia il 58% del Pil. Dopo la recente nuova svalutazione del peso, lo scenario potrebbe essere peggiorato. I media ricordano intanto che dalle primarie il Banco centrale ha speso 22.800 milioni di dollari per frenare l’apprezzamento della moneta statunitense. Infine, se ad affermarsi dovesse essere il peronismo di centrosinistra, l’Argentina raggiungerebbe Messico ed Uruguay nella politica di non ingerenza negli affari interni di altri Paesi, offrendo una boccata d’ossigeno al governo del Venezuela e rilanciando l’obiettivo di un’America latina meno soggetta alle esigenze geostrategiche degli Usa.(

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