| categoria: politica

LA CARTINA DI TORNASOLE/ Nessuna nube sulla politica estera italiana

di Carlo Rebecchi

 

 

 

 

Siamo di fatto un paese  in “libertà vigilata” per la incapacità di rispettare gli impegni, ma il governo giallo-rosso nonostante le premesse inquietanti è riuscito ad evitare disastri diplomatici e non ha scontentato nessuno degli “amici” (vedi Washington) e degli interlocutori privilegiati (come Mosca e Pechino)

Un grande punto interrogativo ha accompagnato la nascita del governo Conte-2: la politica estera. Sulla base delle posizioni assunte prese in passato dai due soci di maggioranza dell’esecutivo – il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico – in Italia, ma soprattutto all’estero, ci si interrogava su quale sarebbe stata la linea diplomatica che avrebbe assunto il Paese. Gli annunci di cambiamento, in parte presenti anche nel Conte-1, erano numerosi. I grillini avevano acquisito consenso con messaggi di cambiamento, dalle prese di posizione nei confronti dell’Alleanza atlantica, piuttosto freddine, a quelle verso la Russia di Vladimir Putin, di gradevole simpatia; dall’atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea, quasi un “peso” da sopportare, all’entusiasmo verso la Cina, desiderosa di imbarcare l’Italia nello sviluppo della Via della Seta, leggi nella diffusione del 5G che sta aprendo una nuova era nelle telecomunicazioni. Linee non tutte condivise fino in fondo dal partito democratico, che però ha dato fin dall’inizio l’impressione di “accodarsi” ai Cinquestelle.

In Italia certi osservatori si sono lasciati andare a prevedere disastri diplomatici, nuove crisi con Paesi tradizionalmente amici. Debbo dire che, personalmente, non ho mai avuto timori in proposito. La diplomazia è una categoria troppo seria per entrare in fibrillazione sulla base di annunci. Per averne conferma non c’era che da aspettare; e, in questo caso, l’attesa non è neppure stata troppo lunga. A due mesi dalla nascita del Conte-2, e in un momento in cui l’Esecutivo sembra più traballante che mai – alla legge di bilancio si sono sommati nelle ultime ore la débâcle elettorale in Umbria e le rivelazioni del Financial Times sul collegamento tra il premier e fondi di collocamento finanziario sotto inchiesta in Vaticano – nessuna nube turba l’orizzonte della  politica estera italiana. Sui dossier diplomatici più delicati il Conte-2 sta dimostrando una coerenza per molti inaspettata.

Almeno per il momento, la gestione degli affari esteri da parte dell’Esecutivo appare meno conflittuale di quella lasciata in eredità dal governo giallo-verde (quello comprendente la Lega di Matteo Salvini, per capirci). Nessuno, per esempio, cerca più di prendere le distanze dagli Stati Uniti, e Conte non ha esitato a definire “assi fondamentali” non soltanto il rapporto con gli Usa ma anche l’Alleanza atlantica. Un fronte, quest’ultimo, sul quale il ministro della difesa, Lorenzo Guerini, ha promesso ai 28 colleghi dell’Alleanza  l’impegno del governo su due fronti, la continuità delle missioni all’estero e la messa in sicurezza della rete 5G, minacciata dall’utilizzo senza adeguate contromisure della tecnologia cinese Huawei.

Parallelamente l’Italia ha  anche mostrato di prendere le distanze da iniziative che avrebbero potuto alimentare dubbi sul proprio atlantismo storico.  Due ministri del Conte-2, il cinquestelle Stefano Patuelli (M5S) e Vincenzo Amendola (Pd) – hanno declinato l’invito a partecipare ad un evento “di vicinanza” con la Russia, il Forum Euroasiatico svoltosi pochi giorni fa a Verona, punto di riferimento per imprenditori e industriali italiani e russi. al quale hanno partecipato  figure di spicco del mondo politico ed economico russo, tra cui il potente oligarca Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft molto vicino a Vladimir Putin, tutt’oggi sotto sanzioni el Dipartimento del Tesoro Usa. Lo scorso anno l’evento era stato aperto da Matteo Salvini. Un altro passo indietro  è andato in scena a Roma, in occasione della presentazione dei nuovi uffici di Huawei. Fino al pomeriggio del giorno precedente  sulla locandina ufficiale figurava in bella vista il nome del sottosegretario agli esteri pentastellato Manlio Di Stefano; in serata è scomparso e la mattina dopo l’unica autorità presente a complimentarsi con l’azienda cinese è stata, a sorpresa, il sindaco di Roma, Virginia Raggi. Impegni istituzionali, hanno fatto filtrare in entrambi i casi i rispettivi entourage.

Le assenze istituzionali restano però indicative di una linea più prudente e meno erratica del nuovo governo su due questioni, il rapporto con la Russia e quello con la Cina, che molto hanno angustiato chi è stato nella stanza dei bottoni nei quattordici mesi precedenti. L’Italia è diventata “ragionevole” anche nei confronti dell’Europa di cui sovranità e populisti erano sicuri di poter ribaltare gli equilibri e che, ora guidata da Christine Lagarde e Ursula von der Leyen, ha finito per confermare, pur con numeri meno solidi, l’asse di potere tra popolari e socialisti. La vittoria “europea” si è tradotta in un diverso atteggiamento sulla manovra economica, dove l’Italia ha avuto il via libera soltanto per evitare (in buona parte deficit) l’aumento dell’Iva. Chi ha in mente altro (su fisco, politica monetaria, investimenti, fondi europei) rimarrà deluso. Con un’amara certezza: quella che l’Italia, in buona parte per la sua incapacità di rispettare gli impegni, è di fatto un paese in “libertà vigilata”.

 

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