| categoria: Il Commento

Storie grilline. In che mani ci siamo messi E come ne usciamo?

di GiovanniTagliapietra

In che mani ci siamo messi. E soprattutto, come ne usciamo. Le cronache dei giornali sono piene di storie grilline, quasi mai a lieto fine.   Raggi, De Vito, Barillari,  Lombardi,  Stefàno, Lombardi, e via discorrendo.  Se pensiamo che il nostro lavoro, la nostra vita quotidiana, il nostro futuro, in qualche modo sono legati a loro vengono i brividi.  Colpa nostra, naturalmente, noi abbiamo dato una patente politica a degli apprendisti stregoni, per di più privi della umiltà necessaria . Beppe Grillo con i suoi vaffadays, poi con la sua rivoluzione e quel pacchetto di parole d’ordine avevano  affascinato e convinto alcuni milioni di elettori a puntare su di lui e sui suoi colonnelli. I grillini di quell’epoca erano diversi, alternativi. Ma la politica ti cambia in fretta e ora siamo qui a sperare che l’esperienza grillina di governo finisca in fretta. Quella romana, prima di tutto. Che si sta rivelando ben piu’ che deludente. Pericolosa. Nessuno è colpevole finchè non viene condannato, questo è un paese garantista all’eccesso,  ma queste note non hanno nessun riferimento giudiziario. Quello che si contesta è il tradimento di una fiducia riposta in modo che a questo punto si può giudicare avventato.  Li mettiamo nel mucchio, perché quel gruppo di seguaci di Beppe Grillo hanno fatto e disfatto la politica capitolina in questi tre anni, ciascuno con le sue iniziative, le sue scelte, il suo carattere.  Della Raggi si parla tutti i giorni, Alice nel paese delle meraviglie ne ha combinate di cotte e di crude, alla fine ha piazzato fedelissimi  a gestire tutte le emergenze possibili, Ama, ambiente, etc.  Con esiti non brillanti, per usare un gentile eufemismo.  Di De Vito si torna a parlare in questi giorni. La sua voglia di rivalsa è comprensibile. Colpevole o innocente la sua vicenda è troppo grossa per il Campidoglio, ci manca solo che in questo momento vada in pezzi il governo capitolino, un basso profilo in questo momento  avrebbe dato al personaggio una maggiore dignità. Il caso Barillari è sconcertante,  il castigatore dei guasti sanitari, l’inquisitore accanito, l’uomo delle perquisizioni a sorpresa e delle continue, ossessive richieste di accesso agli atti finisce a sua volta nel mirino degli inquirenti.  Troppo facile agitare la bandiera del siluro politico, lui dissidente grillino ha frequentato compagnie discutibili e pericolose, si è assunto dei ruoli  di giustiziere che non gli spettavano. Se è in buona fede si è comportato da sprovveduto, se non lo è… Carriera politica finita, in ogni caso. Il dubbio lo perseguiterà sempre, come perseguiterà De Vito. Per le resurrezioni servono personaggi di ben altro spessore.  Roberta Lombardi, dura e pura, scomoda e ambiziosa. Che abbia tramato o meno contro la giunta grillina in Campidoglio da panzer del Movimento  ha provato a trasformarsi  in animale politico, senza valutare il fatto che per portare a casa il risultato alla Pisana ci vuole la capacità di fare patti e compromessi  in assenza di una statura morale, di un carisma da contrapporre agli avversari. E così si continua a non capire a che gioco stia giocando il Movimento in Regione con la Giunta Zingaretti. Ci marciano tutti, ma non è detto che alla fine non paghino i cittadini.  Due battute le merita quello che più volte è stato definito il “khomenista” della pattuglia grillina in Campidoglio, Stefàno.  Appartiene alla squadretta approdata in aula Giulio Cesare nella prima fase della crescita grillina. Erano quattro moschettieri, lui, De Vito, la Raggi e Frongia.  Facevano una opposizione goliardica, se lo potevano permettere. Oggi , De Vito, a parte, governano. E Stefàno (che tra l’altro ha piazzato la moglie in prima fila) confonde le sue idee, le sue fisse ideologiche, con il bene della città. Potente presidente della Commissione Mobilità del Campidoglio, dovrebbe risolvere i problemi del traffico, dovrebbe ragionare su come sciogliere nodi antichissimi: invece agita la bandiera delle piste ciclabili, delle biciclette ad oltranza, picchia duro sugli automobilisti come se fossero i nemici della città. Non offre possibilità di dialogo né di contradditorio, ha ragione lui e basta. Non tiene conto che Roma è una città di saliscendi, impegnativa. E di anziani che faticano a salire sugli autobus. Pensa che le chiusure al traffico e le aree pedonali siano la soluizione, tratta Roma come se fosse Forlì, o Ferrara. Per indicare due città piccole e piatte.  E’ la quintessenza della filosofia grillina del potere. La ragione da una parte sola, gli altri non contano, sono da colonizzare.

In conclusione, Roma tira a campare. Aspetta che passi la buriana e sogna una amministrazione capace. Non necessariamente neo-leghista. Ma più pratica e con un po’ di buon senso. L’onestà no si predica e non si compra a peso al mercato. Bisogna accontentarsi?

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