| categoria: editoriale

Che noia, parlare ancora di disabili…

Ancora con questa storia della giornata internazionale dedicata alla disabilità. L’Onu l’ha creata quarant’anni fa e da allora si trascina stancamente in un rituale fatto di retorica e di impegni sempre disattesi. La lotta per i diritti dei disabili ( all’epoca venivano chiamati brutalmente handicappati) in Italia ha avuto grande vigore negli anni Settanta, le associazioni di genitori guidarono la piccola rivoluzione che portò alla integrazione scolastica, alla legge sulle barriere architettoniche, ai primi timidi tentativi di inserimento (poì è arrivato il sostegno legislativo) nel mondo del lavoro. Progressi? Enormi o scarsi, a seconda del punto di vista. Un tempo i portatori di handicap (altro termine intermedio) erano nascosti negli istituti, spesso condannati da patologie che ne causavano morte prematura. Oggi il progresso della scienza, della tecnologia, della medicina, ha portato ad una sorta di rivoluzione copernicana a metà. I diversamente abili ( ci siamo arrivati…)  sono formalmente inseriti nella società contemporanea a pieno titolo, molti problemi sono stati risolti, vivono meglio e più a lungo, in parte sono autonomi, in parte hanno bisogno di un sostegno. Ma il processo ad un certo punto si è fermato, sono mancate energie, risorse e idee. Esistono tante efficienti amministrazioni locali, tante realtà associative private, tante “esperienze”. Ma non esiste una strategia comune che parta da due concetti fondamentali: i diritti e i doveri. Non esistono cittadini di serie A e di Serie B da questo punto di vista, ma non possono nemmeno esistere ipocrisie o piccole scappatoie. C’è ad esempio un punto cruciale irrisolto, quello del Dopo di noi: l’interrogativo di fondo di decine di migliaia di genitori che hanno gestito e gestiscono il figlio disabile fin che possono e che vivono nell’angoscia del dopo. Chi si occuperà di lui? Lo Stato, forse?  Un libro di un certo impatto “Adulti e soli” poneva il tema in modo analitico negli anni Ottanta. Siamo rimasti più o meno allo stesso punto.Termini come comunità alloggio, casa famiglia, etc sono usate ed abusate. Ma un disegno complessivo non esiste. Ora avventatamente il presidente del consiglio Conte butta lì l’impegno di un ufficio che si occupi del “pianeta handicap”. Boh, tutto qui? Prima di lui hanno fatto uffici, dipartimenti, addirittura un ministro praticamente ad hoc.  C’è stato anche un ministro disabile, brillantissimo, Antonio Guidi. Lo ricorda qualcuno? Tutte cose servite a poco. Si diceva prima di diritti e di doveri. Lo Stato ha il dovere di occuparsi fino in fondo del problema, di gestirlo. Non è un gesto di pietà, né di solidarietà. E’ un imperativo categorico. E anche il rispetto dell’interesse comune. Alla fine si vive tutti meglio. Troppo complesso da digerire questo concetto?

P.S. L’autore del libro citato poc’anzi è l’autore di questo editoriale

 

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