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| categoria: politica

LEGA: DA CONGRESSO OK A SALVINI, NORD IN SOFFITTA E SOVRANISMO IN TRINCEA, MA BOSSI C’È

 Umberto Bossi lascia la scena a Matteo Salvini. 20 minuti prima che il segretario della Lega inizi a parlare, il vecchio capo – poco prima dell’una di questo 21 dicembre, scelto per il congresso della svolta sovranista della Lega nord – si fa accompagnare fuori dall’Hotel Da Vinci, non prima di un buffetto affettuoso a Gad Lerner. Quello che doveva dire l’ha detto. Una mezza benedizione gliela elargisce («oggi arriva solo il doppio tesseramento, lo possiamo concedere a Salvini»), ma per il resto i sassolini dalle scarpe se li leva tutti. Matteo Salvini si affretta a salutarlo, l’abbraccio tra i due è immortalato da decine di flash e tv. Salvini parla per 40 minuti, mentre da poco è stato votato lo statuto che ‘prosciugà la Lega nord, mandandola in soffitta, perché «ora serve un movimento snello, al passo con i tempi». «Abbiamo il 30% dei voti, non possiamo ragionare come se avessimo ancora il 4%», spiega ai delegati, tra cui si contano le assenze, non solo della minoranza indipendentista, ma anche di qualche parlamentare. Assenze che Salvini bacchetta. «Bisogna aprire con intelligenza, non possiamo pensare di essere noi i più bravi, gli unici». Un chiaro monito a condividere il progetto nazionale con altri compagni di viaggio, allargando la Lega e quel centrodestra che Salvini vuole di nuovo al governo, a guida sovranista. «Coinvolgere, contaminare», questo è l’ordine di Salvini, perché «chi rimane solo ancorato al passato è morto». Con Salvini, Roberto Calderoli, Giancarlo Giorgetti che fa da padrone di casa, smistando gli interventi e registrando il voto per alzata di mano che, all’unanimità, promuove lo statuto. In prima fila i governatori della Lega, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Luca Zaia. Assente invece Roberto Maroni. Salvini dedica gran parte del suo intervendo a serrare i ranghi, chiamando alla difesa del capo. Prima ricorda come con «la Cina e con il terrorismo islamico, corriamo un grande rischio». Rivendicando, nel suo passaggio più applaudito di essere noi «l’ultima ancora di salvezza per il popolo cristiano occidentale». Il segretario della Lega deve, soprattutto, disinnescare l’ultima minaccia, quella dei giudici, che arriva a dire «attentano alla sovranità nazionale», riferendosi al rischio di processo nei suoi confronti per il caso Gregoretti, con i migranti bloccati in mare. «Processateci tutti, allora», dice alzando la voce, chiedendo ai suoi di autodenunciarsi e di alzarsi in piedi per dare il loro assenso. Tutti si schierano con lui, che aggiunge che «in tribunale, se mi processeranno porterò milioni di italiani». I temi sono quelli dei comizi, degli interventi televisivi, a tutto campo. C’è tempo pure per ricordare che «quando saremo al governo cancelleremo i senatori a vita»

Bossi ormai è in viaggio verso Gemonio, ma in sala oltre al via libera a Salvini, sottolineato anche dal suo passaggio in cui dice che «non abbiamo ancora vinto, ma Salvini è uno che ha voglia di combattere», risuonano le parole sulla storia della Lega che non è finita: «Ne parleremo al prossimo congresso». Per poi ammonire il nuovo capo con «siamo noi che concediamo non è lui che ci impone. Salvini non può imporci un cazzo lo diciamo con franchezza. Le cose imposte non funzionano. Se vuole il simbolo, raccolga le firme», è la stoccata finale, mentre Salvini sorride poco distante. Colpiscono anche le parole sulle sardine, che per Bossi, «a differenza di come fa qualcuno, non vanno sottovalutate» perché sono una operazione «intelligente», «rappresentano una forza sociale contro il Palazzo, come all’inizio noi della Lega». Sardine evocate anche da Salvini, ma in tutt’altro modo: «Sono qui fuori, sono solo quaranta, sono il giochino dei giornalisti, ma poi i popoli votano». E come sembra chiaro a tutti in sala lui i voti li porta a casa. E pure il via libera del congresso straordinario di Natale.

 

 

 

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