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ATLANTIA KO IN BORSA DÀ BATTAGLIA, SCURE CORTE CONTI

– Il rischio che Autostrade per l’Italia (Aspi) possa vedersi revocare la concessione senza indennizzo affonda Atlantia in Borsa, con la holding della famiglia Benetton che preannuncia una battaglia legale senza esclusione di colpi per scongiurare una misura che decreterebbe il fallimento di Aspi, con impatti pesantissimi per la stessa Atlantia e le sue controllate. A gettare benzina sul fuoco, in un clima già incandescente, contribuisce il quadro impietoso del sistema delle concessioni autostradali tratteggiato dalla Corte dei Conti, dove a vincere sono i privati, che si assicurano profitti ingiustificati, lesinano sugli investimenti, si vedono prorogate le concessioni senza gara, e a perdere è l’interesse pubblico a una gestione efficiente, sicura e trasparente dei quasi 7 mila chilometri di rete autostradale. La possibilità che il Milleproroghe spiani la strada a una revoca delle concessioni senza indennizzo (stimato da Mediobanca in 22 miliardi per Aspi) e ne affidi la gestione all’Anas, ha spaventato gli investitori. Atlantia ha perso il 4,85% bruciando 883 milioni di euro. In caso di revoca Aspi andrebbe in default, non avendo le risorse per rimborsare 10,8 miliardi di bond e 7 mila posti di lavoro sarebbero a rischio. Il rating di Atlantia diventerebbe ‘spazzaturà, con effetti a catena sulle sue controllate, da Adr ad Abertis. «Se confermato l’articolo 33 sarebbe molto negativo portando a una sostanziale riduzione del valore dell’indennizzo per Aspi e alzando il livello di scontro», scrivono gli analisti di Equita, secondo i quali, però, la norma punterebbe a «rafforzare» la posizione del governo «nella rinegoziazione del contratto con Autostrade». L’ipotesi di modificare «ex lege alcune clausole» della convenzione, ha affermato Aspi, presenta «rilevanti profili di incostituzionalità e contrarietà a norme europee», in relazione ai quali la società «sta valutando ogni iniziativa» per tutelare i suoi diritti. Aspi ha avvertito Mit, Mef e il premier Conte che l’adozione di una norma simile determinerebbe la risoluzione della convenzione (art.9-bis comma 4), facendo scattare il diritto al maxi-indennizzo. In questo clima di scontro – anche nel governo, dove il M5s cavalca la revoca, Italia Viva frena e il Pd cerca di mediare – la Corte dei Conti ha demolito, con una relazione di 200 pagine, il sistema delle concessioni, invitando a «trovare un equilibrio tra profitto e interesse pubblico», con il primo che ha avuto fino ad ora la meglio sul secondo. Le concessionarie hanno goduto di rendimenti ingiustificati potendo permettersi «investimenti sottodimensionati ed extraprofitti» grazie a un sistema regolatorio inadeguato. Il settore soffre di «mancata apertura al mercato» e produce «inefficienze» quali «l’irrazionalità degli ambiti delle tratte, dei modelli tariffari, di molte clausole contrattuali particolarmente vantaggiose per i privati». «Un grave errore demonizzarci», ribatte l’Aiscat: le concessionarie sono «un patrimonio industriale fatto di occupazione e competenze, capacità d’investimento e innovazione tecnologica»

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