| categoria: Dall'interno

Non si può lasciare che una madre si dia fuoco per disperazione

 La disperazione di non vedere più sua figlia, dichiarata adottabile dal tribunale, ha prevalso e una mamma in mattinata si è data fuoco davanti al Tribunale dei minori di Mestre. La donna ora versa in gravi condizioni ed è ricoverata nel Centro ustioni di Padova. Prima di compiere questo gesto estremo la donna ha messo davanti al Tribunale un cartello con una foto della bambina in braccio al presunto padre, scrivendo in un italiano stentato che lui “ha violentato l’infanzia della sua bambina”, con il numero della sentenza, seguito da “e ha fatto il possibile per mandare la piccola in comunità”. Poi, ha preso una tanica con del liquido infiammabile e si è cosparsa il corpo, dandosi poi fuoco.
Fermiamoci qui, il resto della storia, il contorno, in questo contesto non ci interessa. Quello che vogliamo testimoniare è il dolore, la frustrazione di chi segue queste vicende dedicando ogni settimana degli spazi come probabilmente nessun’altra testata ha mai fatto. Madri che fanno lo sciopero della fame davanti ai vari Tribunali dei Minori, madri che si incatenano, disperate, per protestare contro leggi, magistrati, assistenti sociali miopi o incapaci di uscire da un ruolo che attribuisce loro poteri di vita e di morte sulle persone più deboli e indifese. Mancano gli elementi, mentre scriviamo queste note, per valutare chi abbia ragione e chi torto nella terribile vicenda di Mestre, ma le parole chiave  sono nelle prime righe di questo testo. Ci sono una madre disperata, una bimba contesa, un padre al quale vengono presumibilmente attribuite delle responsabilità, degli oneri; ma ci sono anche dei giudici e degli operatori evidentemente lontani dalla realtà. Non saltiamo alle conclusioni ma ragioniamo.
Registriamo tanti casi in Italia, tante tragedie consumate o sfiorate, tanti dolori e tante angosce. Con cognizione di causa si può dire che in tante occasioni il martirio si sarebbe potuto evitare con buon senso e umanità. Chi decide è troppo spesso schiavo di schemi rigidi, ingabbiato in pregiudizi, condizionato da un ruolo di potere discrezionale assoluto, al di là e al di sopra del bene e del male. Si decide di strappare una figlia alla madre, di affidarla ai servizi sociali, alle comunità, punendo tutti in m odo diverso (Ma Bibbiano ha insegnato qualcosa?),   con violenza,  ma affidandosi alle leggi.
Paradossalmente quegli stessi Tribunali minorili, quegli stessi consulenti, quelle stesse assistenti sociali che  spezzano famiglie lasciano tranquilli i genitori rom, capiscono le loro difficoltà ma apprezzano il loro senso paterno e materno. Quella donna che si è data fuoco aveva certamente dei problemi enormi sul piano dell’equilbrio psicologico, psichico; un addetto ai lavori avrebbe dovuto riscontrarlo e procurarle un sostegno, un appoggio. Il servizio sociale serve a questo, a prevenire, gestire, accompagnare. Troppe tragedie avvengono per la superficialità di chi opera e controlla in un contesto delicatissimo di disagio familiare, sociale, psicologico. In parole povere qualcuno avrà sulle spalle il peso, la responsabilità di quanto è accaduto e poteva essere evitato. Ma difficilmente qualcuno pagherà per questo. E’ una delle tante dimostrazioni che il sistema non funziona.

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