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Omicidio Marco Vannini, la Cassazione: “Nuovo processo per i Ciontoli”

 

Servirà un nuovo processo d’Appello per l’omicidio Marco Vannini. E’ quanto hanno deciso i giudici della prima sezione penale della Cassazione che hanno accolto la richiesta delle parti civili e del sostituto procuratore generale della Cassazione Elisabetta Ceniccola.

Secondo i togati ad Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina, non sfuggì quindi “per errore” (come aveva detto lui stesso) un colpo di pistola, ma sparò per uccidere. Una decisione arrivata poco prima delle 18 del 7 febbraio, accolta da applausi e lacrime di gioia dei familiari e degli amici di Marco.

“Non ci speravo più. Non ci posso ancora credere, sono troppo felice. Marco ha riconquistato il rispetto e la giustizia ha capito che non si può morire a vent’anni”, ha commentato mamma Marina Conte.

La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha così annullato, con rinvio, la sentenza di secondo grado a carico di Antonio Ciontolicondannato a 5 anni, per Maria Pezzillo, moglie di Ciontoli, e per i loro figli Federico e Martina, la ragazza di Marco Vannini, condannati a 3 anni.

Gli ermellini hanno accolto la richiesta di rimodulare le condanne. In primo grado ad Antonio Ciontoli, accusato di aver materialmente sparato il colpo che uccise Marco Vannini era stato riconosciuto l’omicidio volontario e per questo venne condannato a 14 anni.

Il Pg Ceniccola, nel corso della sua requisitoria, aveva chiesto di “annullare con rinvio ad altra sezione” la sentenza di secondo grado“Si tratta di una vicenda gravissima per la condotta degli imputati e addirittura disumana considerati i rapporti con la vittima. Marco era un ospite in quella casa e come tale andava trattato”, ha detto nel corso della requisitoria il sostituto procuratore generale Ceniccola

“Marco Vannini non è morto per il colpo di pistola ma per i 110 minuti di ritardo nell’allertare i soccorsi. Tutti per ben 110 minuti  mantennero una condotta omissiva menzognera e reticente. La gravità della situazione era sotto gli occhi di tutti loro. Se metto una bomba su un aereo non posso dire che non volevo far morire delle persone. Nel caso di Marco Vannini il proiettile è come la bomba di quell’aereo”, ha ribadito.

Che quelle di Marco, in quei 110 minuti, siano state “urla disumane dal momento del ferimento fino all’arrivo del 118” ne è sicuro anche l’avvocato Celestino Gnazi, legale della famiglia della vittima che ha posto l’accento su quel lasso di tempo: “È presumibile pensare che in quei 110 minuti siano stati messi in atto tentativi programmati, cinici e lucidi di ripulire il sangue”.

Nel verificare la presenza della famiglia Ciontoli all’interno del bagno dove è avvenuto l’omicidio di Vannini, la difesa ha ribadito che “la prova sulle particelle derivate dallo sparo ritrovate nei nasi delle persone coinvolte, è stata effettuata a distanza di circa 9 ore dagli eventi e che quindi non si può escludere la presenza di Martina (ex fidanzata della vittima, ndr.) nel bagno. La corte d’Appello ha usato questa prova senza tener conto di questo lasso di tempo e senza tener conto delle dichiarazioni fatte dalla stessa Martina in cui lei stessa ribadisce, in una occasione, di ‘aver visto’, di delirare e di ripetere quello che diceva il padre“.

Richieste fatte e ascoltate dalla Suprema Corte mentre, in mattinata, andava in scena un sit-in fin dalla famiglia e degli amici del ragazzo ucciso per chiedere “giustizia e verità per Marco Vannini”. Presente anche l’ex ministra della Difesa del governo Conte I, Elisabetta Trenta: “Sono qui per esprimere vicinanza alla famiglia come sempre ho fatto anche in passato“.

Marco Vannini fu ucciso da un colpo di pistola nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2015 mentre era a casa della fidanzata a Ladispoli.

Punto centrale della vicenda discussa ed esaminata dalla Cassazione è stata la sussistenza o meno del reato di omicidio volontario riconosciuto in primo grado ma non in appello, dove il sottufficiale della Marina Militare e padre della fidanzata di Marco Antonio Ciontoli, un anno fa, ha visto la pena ridursi da 14 a 5 anni.

Alla lettura della sentenza nell’aula, quel giorno, esplose la protesta dei familiari e degli amici di Marco: “La vita di Marco non può valere cinque anni“, tuonarono.

Secondo gli atti, gli imputati erano in casa quando Vannini venne colpito mentre era nella vasca da bagno da un proiettile che dalla spalla arrivò fino al cuore, uccidendolo. Durante il dibattimento il capofamiglia, Antonio Ciontoli, aveva detto di essere stato lui a sparare al fidanzato di sua figlia spiegando però che il colpo sarebbe partito “per errore“.

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