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Madame Europa: linguaggi diversi, una cultura comune

L’Europa è una ragnatela di fini invisibili attorcigliati, una treccia di tanti colori, un groviglio di capacità diverse che lega il pragmatismo con l’accettazione, il pluralismo di idee con il rispetto della dignità della persona.

europaC’è un sentimento d’Europa, giovanile, fatto di post su Facebook e di tweet quotidiani scritti da migliaia di ragazzi che fanno l’Erasmus e che parlano lingue diverse.

C’è un sentimento d’Europa, senile, che viene dalle esperienze di migliaia di pensionati di ogni paese, che – spinti da politiche fiscali favorevoli – sono andati a vivere in Portogallo, in Bulgaria o a Malta. Un sentimento che si sta costruendo piano piano, man mano che si conoscono le abitudini di quei paesi e si parla con i “colleghi” di altri paesi.

E c’è un sentimento d’Europa, al femminile, meno identitario, fatto di brandelli di storie personali o di racconti “che attraversano l’Europa e la nostra storia e regalano un senso di bellezza e di speranza: quella di poter sentirci ancora parte di un unico continente fatto di tanti diversi piccoli mondi che ancora non sentiamo come un’unità. Ma forse è anche questo sentirci “pezzettini” di un disegno più grande che ci rende speciali e che ci fa cogliere il mistero di ogni luogo e che ci dà la spinta a provare a trovare le nostre radici senza aver paura di partire e di vivere altrove”. Sono le parole con le quali Lea Iandiorio introduce l’antologia Madame Europa, Intrecci di donna, presentato all’ultimo Pisa Book festival. Il libro – dedicato a Selma Lagerlof, prima donna a vincere il Premio Nobel per la Letteratura ed edito da Fusibilia libri per la collana WeWrite – è una miscellanea di racconti a prospettiva donna firmati da autrici e autori che vogliono delineare il ritratto dell’Europa che è, che era e che vorremmo ancora fosse.

I testi contenuti nel volume sono firmati da 13 autori: Ugo Magnanti, Andrea Zurlo (che è una donna), Basilio Milatos, Maria Cristina Mannocchi, Anna Bertini, Michele Genna, Adele Musso, Samantha Macchia, Oreste Bevelli, Francesca G. Marone, Simona Fruzzetti, Matteo Bassioni e Dona Amati che è l’editora della collana. Ed è proprio di Dona Amati, nata a Roma, nel quartiere di Testaccio (quello di Totti), il racconto Sulle Sponde che chiude la raccolta. E’ la storia di ragazza (testaccina anche lei) che segue la madre in varie capitali europee a servizio presso la famiglia di un diplomatico. Scopre così che una città non è solo vociare umano, ma si rivela soprattutto nel fascino delle sue architetture, del lascito universale di quella Bellezza, che – secondo un personaggio di Dostoevskij – “salverà il mondo”. Alla ragazzina manca il fiato davanti ai marmi e alle architetture dei palazzi di Parigi e diventa adolescente tra gli ori barocchi e il Liberty di due città mitteleuropee: Vienna e Praga. Diventata donna, non rinuncerà mai alla sensazione cosmopolita di libertà che le assicurano le città straniere.

Oreste Bevelli, ambienta a Berlino il racconto Alicia e il tempo dei Titani. La protagonista è una ragazza argentina, vincitrice di una borsa di studio. “Per me vivere in Europa era un perpetuo ardere interiore”, scrive Alicia, che ogni mattina preparava la sua anima a “reggere il carico della gioiosa comparsa di cattedrali, musei, piazze, giardini, centri culturali. Scoprivo vernissage di pittori, mostre di fotografi, artisti provenienti da ogni parte del mondo, concerti…Il mondo era Berlino e io ero il mondo”. “A Berlino – scrive Alicia – ho scoperto l’Europa, ho scoperto il valore della narrazione che separa popoli diversi ma di identica radice. L’Europa è una ragnatela di fini invisibili attorcigliati, una treccia di tanti colori, un groviglio di capacità diverse che lega il pragmatismo con l’accettazione, il pluralismo di idee con il rispetto della dignità della persona”.

Due racconti, quelli di Andrea Zurlo C’è ancora vita e quello di Basilio Milatos, Elèni, hanno per scenario la Grecia. Il primo, decisamente futurista e orwelliano, è ambientato negli Stati Uniti d’Europa, nell’anno 2101, in un rifugio a Creta da dove un gruppo di donne e ragazze, guidate da Lisistrata, cerca di diffondere il messaggio che “non si può continuare a riprodursi in questo mondo devastato, senz’altro cibo che una polverina insapore”. Ma tra loro c’è Europa, messa incinta dal capo supremo, che porta nel grembo un bambino che si chiamerà Minosse. Con lei altre ragazze che hanno eluso i controlli mentali, viaggiato in tutto il continente e sono pronte a ricominciare. Pronte per un nuovo inizio: “Vedrai, Lisistrata, noi portiamo dentro questo germe di nuova vita e saggezza; noi ce la faremo”. “Europa richiude gli occhi – sono le ultime parole del racconto – e continua a guardare il film della sua storia sulle sue palpebre. E’ convinta che ci sarà ancora vita e nuove scene da aggiungere, Perché lei tornerà a partorire, lei ancora tornerà a essere quello in cui crede e a difendere ciò che ha saputo incarnare”.

L’unico racconto autobiografico, pieno di suggestioni, è Lisbona, il mio altrove, scritto da Maria Cristina Mannocchi, insegnante – per vent’anni – di Italiano e Latino nei licei romani, studiosa di Tabucchi e innamorata di Lisbona al punto che ha scelto di fare un Dottorato alla Facoltà di Lettere della capitale portoghese con un progetto di ricerca di Medicina Narrativa.

In tutti i racconti, comunque, si percepisce, l’esigenza di trovare un linguaggio comune, di rendere universali idee, gesti impressioni e speranze, legandoli con un lungo filo che collega le rive del Danubio, i suoni di Parigi, i teatri greci, scorci – anche emotivi – di Spagna, Italia, Germania e Portogallo. “Ci auguriamo – conclude Anna Bertini, la curatrice – un’Europa fatta di paesi che si donino per una cultura comune”.

Cesare A. Protettì

(da Cronache&Opinioni, gennaio 2020, per gentile concessione dell’Autore e dell’Editore)

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