| categoria: editoriale

I buchi neri dell’ emergenza Coronavirus

Il  governatore Nicola Zingaretti è stato intercettato dal virus subito dopo aver presentato ai media il nuovo piano di emergenza, l’assessore alla sanità D’Amato – che era con lui nell’occasione-  fortunatamente risulta negativo, i giornalisti presenti sono stati presi dal panico e hanno fatto ressa per chiedere anche loro il tampone. Tutti negativi, pare. Per gli addetti all’informazione che in queste settimane hanno fatto la spola tra Roma e Milano seguendo gli ordini delle proprie testate è durissima, la paura di entrare nel girone dei positivi è tanta e a decine hanno bussato allo  Spallanzani per chiedere aiuto, consigli, e l’estrema ratio del tampone. Con le ultime, estreme misure del governo saranno tra i pochi a circolare, ormai, con tanta preoccupazione e rabbia in corpo.
Ma i problemi purtroppo  anche e soprattutto altri, e riguardano il quadrante sanitario. Gli operatori rasentano e superano l’eroismo, ma non basta, ci sono alcuni punti sui quale vale la pena di riflettere. Il segretario generale della Cisl Medici Lazio Luciano Cifaldi, ad esempio, aveva lanciato nei giorni scorsi un appello/segnale ai vertici della Regione Lazio e al board che gestisce al suo interno la  emergenza Coronavirus. Serve un commissario ad acta per gestire questa situazione, scriveva Cifaldi, e faceva riferimento a quando accaduto in Emilia Romagna con la designazione a questo incarico di Sergio Venturi, già assessore alla sanità regionale e dunque chiaro segno di continuità istituzionale. L’esigenza era sentita anche a livello nazionale, naturalmente, soprattutto dopo l’estensione delle misure “repressive” su tutto il territorio. Volete un Commissario con poteri straordinari come quelli della protezione civile che abbia esperienza sul campo, sia di gestione di strutture che di conoscenze e competenze di patologie infettive? E Conte si è inventato Arcuri, un manager. Non sarà Bertolaso ma ha pieni poteri. Non è esperto di sanità, non è un medico. Ma dobbiamo affidarci a lui, alla sua capacità di “inventare” una soluzione.Staremo a vedere
Ma andiamo oltre. Cifaldi nella sua lettera aperta pone una serie di interrogativi molto importanti che  non ci pare siano emersi a sufficienza nel dibattito che da giorni imperversa sui media nazionali e locali. L’allarme sulla insufficienza di posti nelle terapia intensive e sulla affanosa ricerca per trovare altri spazi da utilizzare alla bisogna è patrimonio comune, lo dicono tutti.E’ il problema più immediato ed evidente, fino a che non si sarà venuti a capo del Coronavirus, della sua genesi, della cura.  Ma nessuno sembra spiegare che il problema non è solo il reperimento delle apparecchiature di rianimazione, ventilatori, monitors etc..Si sta cercando di provvedere, a quanto pare, la caccia al ventilatore, lo scambio tra ospedali, lo spostamento in elicottero al Sud dei pazienti in eccesso, tutto questo sta avvenendo.  Il vero dramma – dice il segretario Cisl – è rappresentato dall’impiantistica, perché le stanze debbono essere a pressione positiva, cioè da quella stanza infetta, perché vi è un malato di coronavirus, non deve uscire l’aria presente, perché altrimenti infetteremmo l’intero ospedale con gli impianti di aria condizionata. E su questo pare si sia ancora molto indietro. Superficialità, impreparazione  di chi deve affrontare questi problemi? Dobbiamo preoccuparci?  Quanto tempo ci vuole a fare questi impianti? Con i tempi normali tra elaborazione del progetto ed approvazione dello stesso da parte dei nuclei tecnici regionali passano almeno 4-5 mesi ed almeno 6-8 per realizzarli. Troppo tardi, chiosa Cifaldi, non possiamo aspettare, a quel punto saremmo stati “tutti” infettati e la mortalità sarebbe molto alta. Qualcuno ha la bontà di spiegare come ne verremmo fuori se la situazione dovesse precipitare?
Bene le tensostrutture per i pre-triage, ma il raddoppio del personale (indispensabile) non è avvenuto e solo ora si corre affannosamente ai ripari con reclutamento di emergenza. Ma se assumiamo personale neo specializzato e neo laureato in scienze infermieristiche che non conosce minimamente le strutture dove vanno a lavorare possiamo stare tranquilli?  Se poi visitando il paziente, il medico ritiene che questi necessita di esame radiografico del torace per essere certo della polmonite e della sua gravità, ci troviamo di fronte ad un altro problema enorme – si interroga Cifaldi –  Dove eseguiamo la radiografia dal momento che non ho apparecchi radiologici nell’ospedale da campo? Lo mando in radiologia rischiando di inquinare mezzo ospedale durante il percorso e poi mando il personale in quarantena?. Ognuno si assuma le sue responsabilità in questa situazione. Aggiungiamo un ulteriore interrogativo in questo contesto: e i privati? Non potevano essere coinvolti con un ruolo attivo “prima” che la situazione esplodesse e rischiasse di sfuggire di mano? Nel Lazio il “privato” ha una consistenza e una forza d’urto pari a quello della Lombardia e superiore di gran lunga a quelli di tutte le altre regioni italiane. L’Aiop nazionale ha messo sul piatto la disponibilità dei suoi associati, qualche associazione datoriale regionale si è messa nella scia. Lentamente lo Stato è entrato nell’ordine di idee di far entrare il privato nel gioco. Ma la bandiera orgogliosa del Pubblico continua ad essere sventolata. Abbiamo degli eroi. Ma dobbiamo farli morire sul campo? Possibile che il privato rimanga confinato nell’angolo e tirato in ballo solo come estrema ratio?

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