| categoria: editoriale, Il Commento

Dietro la retorica del Coronavirus

 

L’Italia, in perfetta buona fede, dà il meglio di sé nell’emergenza Coronavirus. Piange, soffre, si commuove, collabora, nuota nella melassa e nella retorica della comunicazione ufficiale. A Roma fanno tutti a gara per ricoprire di colombe, uova, trasporti gratuiti,  carezze, disegni gli “eroi” di questa emergenza nazionale. Le raccolte fondi sembrano non finire mai. Si vive insomma in un clima di festa e partecipazione continua, e tutti si sentono più buoni. Ma lasciamo da parte le sdolcinature, gli eccessi di ogni tipo e andiamo al sodo. Le “operazioni”sanitarie in senso stretto sono passate in secondo piano, i bollettini – un tempo ricercatissimi dai giornalisti – sono di una noia mortale, alla fine tutto diventa scontato, banale, anche le vittime, i malati seri.
Qualche fiammata di interesse quando si scopre che le Rsa, le case di riposo, sono state trascurate, ma ormai c’è poca voglia di approfondire. Abbiamo usato tutti, tamponi, mascherine, ora ci serve solo il vaccino per risvegliare l’interesse generale.  Intanto l’operazione coronavirus si è trasformata in una lunghissima, interminabile passerella mediatica. Nella quale i politici si tuffano a pesce. Zingaretti è guarito e non si perde una visita, una presentazione, una ispezione. E’ sempre davanti alle telecamere, rubando la scena al suo luogotenente assessore D’Amato. Che abbozza. Nel resto d’Italia non funziona così, solo Zaia e Fontana (qualche volta anche Toti) sono il prezzemolo di telegiornali e talk show, per il resto parlano e si vedono solo primari, infermiere, esperti. Ci sarà pure un motivo…
E vale il ragionamento opposto, né Zingaretti né tantomeno D’Amato vengono invitati nei programmi che contano. E gli uomini dello Spallanzani, solo poche settimane fa superstar della Tv, hanno fatto il loro tempo.  Ma la passerella continua, a livello locale, si controlla, si saluta, si stringono mani e alleanze, si tiene il fiato sul collo, tanto per far capire che nella sanità non si muove foglia che Zingaretti-D’Amato non vogliano.  Hanno trasformato la sanità laziale in un enorme unico reparto Covid-19, tutto il resto è confinato ai margini, non ci si ricovera più non ci si cura, si muore a casa, con discrezione, infarti e ictus sembrano contingentati. Faremo i conti quando tutto questo sarà finito e si farà la stima dei danni. La grande rappresentazione prevede degli attori, dei protagonisti, dei comprimari, delle comparse. E la Regione decide di premiare questi eroi. A medici, infermieri e al personale impegnato nel servizio sanitario della Regione Lazio in questa emergenza arriva un premio economico per il loro impegno. Un bonus da 1000 euro per chi ha affrontato un rischio elevato, che diventa di 600 per il “rischio medio”. Bravissimi? Bravi? Riconoscenti? Ma se la Regione Lazio ha stanziato 24 milioni per la “mancia coronavirus”, la Regione Toscana ne ha invece stanziati 38 e l’intera Toscana è grande quanto Roma e ha avuto un impatto meno pesante con il coronavirus. Ma i presidi di sicurezza ci sono per tutti? E per chi ha affrontato a mani nude il Covid-19 c’è qualcosa in più o la pacca sulla spalla? Sappiamo che i test di sicurezza non vengono fatti a tutti gli operatori sanitari, sappiamo che  in molti ospedali non ci sono percorsi netti e separati tra covid e non covid.  Sappiamo che altre figure mediche tutti i giorni si recano in ospedale per assicurare la continuità assistenziale non sono comprese nell’accordo, vedi. i cardiologi/aritmologi (infarti,cardiopatieischemiche… ), oncologi (terapie salvavita per i carcinomi in essere e di nuova diagnosi…), ginecologi (parti…), ortopedici (fratture, protesi…) e via dicendo. Dobbiamo andare avanti? Meglio di no, fermiamoci qui e non roviniamo l’atmosfera.

 

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