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Coronavirus, è il giorno del summit Ue

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Tra i leader dei Paesi membri dell’Ue, anche quelli del Nord, si sta delineando un “consenso” sulla necessità di avere uno strumento ad hoc che consenta di affrontare la crisi che si sta abbattendo sul Continente per via del blocco delle attività economiche indotto dalla pandemia di Covid-19. A confermarlo è un alto funzionario Ue, in vista del Consiglio europeo di oggi.

I leader dovrebbero dare all’Eurogruppo l’incarico di finalizzare entro inizio giugno il lavoro sul piano Sure, sul piano della Bei per le imprese e sulle linee di credito del Mes, e alla Commissione di elaborare una proposta per creare il Recovery Fund, destinato ad aiutare gli Stati membri ad affrontare la crisi. Non sono previste conclusioni del Consiglio europeo, ma solo una dichiarazione del presidente Charles Michel.

“L’idea che serva uno strumento speciale per affrontare questa crisi inizia ad essere consensuale”, spiega la fonte. L’idea del Recovery Fund è condizionata al fatto che dia agli Stati membri prestiti, e non trasferimenti; gli Stati del Sud, che temono un’esplosione dei rispettivi debiti, insisteranno probabilmente per avere anche una quota di trasferimenti.

Ieri il vicepresidente del gruppo del Ppe nel Parlamento europeo, lo spagnolo Esteban Gonzalez Pons, ha detto chiaramente che la Commissione europea “dovrebbe chiedere i soldi necessari ai mercati, in maniera che non ci sia bisogno di aumentare il debito nazionale di nessun Paese”. Una posizione in linea, in nome dell’interesse nazionale, con quella del governo del socialista Pedro Sanchez, che nel suo non-paper ha chiesto che il fondo effettui solo trasferimenti, e non prestiti, finanziati tramite l’emissione di bond perpetui, le cui cedole andrebbero finanziate tramite un aumento delle risorse proprie Ue.

Per l’alto funzionario, l’idea del “debito perpetuo è difficile da digerire in alcuni Stati membri, per una questione di principio. Ogni leader ha la sua opinione pubblica interna e deve affrontare i suoi problemi domestici”. Tuttavia, l’idea di emettere prestiti agli Stati “a lunga scadenza ha buone chance” di essere accettata.

Quanto all’idea di emettere debito in comune, continua la fonte, “è un’espressione che non passa in certi Parlamenti”. I leader “hanno la coscienza della necessità del progetto europeo, ma c’è anche la dimensione nazionale” e “il debito in comune non è un’espressione in grado di ottenere l’unanimità” nel Consiglio Europeo.

L’articolo 122 del Tfue, che potrebbe fornire la base giuridica necessaria al Recovery Fund, “è già stato utilizzato in passato”, durante la crisi finanziaria, ma “è eccezionale” e ha “durata limitata”. Si potrà concepire “uno strumento che ci si avvicini”, ma “questa dizione non la troverete in un documento del Consiglio”.

Il Recovery Fund che la Commissione dovrebbe proporre il 29 aprile, a quanto è stato affermato ed è trapelato finora, potrebbe essere basato sull’articolo 122 del Tfue, sul modello che verrà utilizzato per il programma Sure. La Commissione cioè raccoglierà fondi sul mercato, emettendo obbligazioni a lungo termine, e girerà i fondi così raccolti agli Stati sotto forma di prestiti back-to-back, a lunga scadenza e con interessi bassi.

La Commissione, in questo scenario, dovrebbe utilizzare in una prima fase garanzie fornite dagli Stati membri, che successivamente verrebbero gradualmente sostituite da risorse del bilancio Ue. Per questo, una delle vie potrebbe essere quella di sfruttare il cosiddetto headroom, che sarebbe la differenza tra impegni, che dovrebbero essere alzati, forse al 2% del Reddito Nazionale Lordo, e pagamenti.

L’Mff, o Qfp, non è un bilancio che dura per sette anni, ma piuttosto un quadro finanziario: fissa il tetto massimo di spesa per l’Ue per i diversi capitoli e anche il tetto massimo per l’ammontare dei pagamenti che l’Ue può fare in un anno. Il bilancio vero e proprio, poi, all’interno del quadro fornito dall’Mff, viene negoziato di anno in anno.

Ora, a quanto si è capito, l’idea, a medio termine, sarebbe quella di alzare il tetto degli impegni, e non quello dei pagamenti. Anche il fatto che Ursula von der Leyen abbia spesso insistito, descrivendo l’Mff che ha in mente, sull’aggettivo “frontloaded”, traducibile in italiano con “ad avancarica”, fa supporre che il grosso degli impegni possa essere concentrato sui primi due o tre anni del settennio, fornendo un delta su cui fare leva.

Proprio il delta tra gli impegni e pagamenti, fondi giuridicamente esigibili ma non effettivamente versati, potrebbe fornire la base per andare sul mercato ed emettere bond, da girare poi agli Stati sotto forma di prestiti back-to-back. Visto che le garanzie a fronte delle obbligazioni in genere non vengono escusse, il rischio effettivo che i contribuenti tedeschi e olandesi finiscano per pagare il conto verrebbe ridotto al minimo.

Molto dipenderà anche dalla scadenza dei prestiti, su cui per ora non c’è visibilità, se non che sarà a lungo termine (ma tra dieci anni e venticinque o trenta c’è differenza). Si tratterebbe di emissioni comuni, di fatto, ma l’emittente delle obbligazioni sarebbe la Commissione europea, e non direttamente gli Stati.

Una soluzione del genere potrebbe essere più vendibile alle opinioni pubbliche di Germania e Olanda, da anni ossessionate dal timore di pagare i debiti dei popoli del Sud, dipinti (dai media ma anche dai rispettivi populisti) come spendaccioni inaffidabili (l’ex presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem accusò i popoli del Sud Europa di scialacquare denari in “Schnaps und Frauen”, liquori e donne).

Per dirla con il copresidente dei Verdi nel Parlamento europeo Philippe Lamberts, “quando abbiamo avuto bisogno del Mes, è stato fatto in tempo record”. Per Lamberts, “è una questione di volontà politica: si nasconderanno dietro le difficoltà tecniche per non affrontare le loro responsabilità politiche. Non vogliono tornare dai loro popoli, per esempio Mark Rutte e Olaf Scholz, a dire che la mutualizzazione del debito è interesse del popolo tedesco o di quello olandese”.

“Perché – ha continuato Lamberts – hanno detto il contrario per decenni. Non vogliono fare marcia indietro e ammettere la verità, cioè che la Germania, l’Olanda e la Finlandia hanno beneficiato in modo massiccio dall’euro, non vogliono dire che questi enormi benefici hanno delle condizioni. E la condizione è la solidarietà di bilancio, che non vuol dire un assegno in bianco”.

Tornando all’headroom nel Qfp, che potrebbe costituire la base per l’emissione dei Recovery Bond, per l’alto funzionario è un’idea che “in teoria potrebbe funzionare. E’ un’idea percorribile e sarà interessante vedere come il Consiglio reagirà”. Tuttavia, spiega, “ci sono due ostacoli”. Il primo è giuridico: “Se tocchi una decisione sulle risorse proprie, allora c’è bisogno non solo dell’unanimità, ma anche di una ratifica” parlamentare.

Il Belgio ha sette Parlamenti e la Germania “ha una Corte che potrebbe essere drastica” su temi di questa natura. “Potrebbe volerci del tempo, forse due anni o più”. E poi c’è anche la questione di che uso farebbe la Commissione farebbe di quel denaro, se lo userebbe per “prestiti” oppure per “trasferimenti”.

E questo “è un altro dibattito: prima di parlare dell’ammontare, dobbiamo sapere per che cosa verrebbe speso. E’ probabilmente su questo – conclude l’alto funzionario – che si focalizzerà il dibattito”.

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