| categoria: editoriale

Il caso Bonafede ci insegna: il Movimento non sa scegliere gli uomini migliori

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E’ quasi mezzanotte ed il magistrato simbolo della lotta alla mafia Nino di Matteo chiama in diretta la trasmissione “Non è L’Arena” di Massimo Giletti in onda su La7. La voce è pacata e ferma nello stesso tempo racconta i fatti con precisione, senza enfasi né voglia di protagonismo. Lascia tutti sbigottiti la chiarezza con cui il Dr. Di Matteo descrive la vicenda che lo vede protagonista, relativa alla nomina da parte del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, appena insediato, del nuovo capo delle carceri italiane, ovvero del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Il tema erano le dimissioni del Capo del DAP Francesco Basentini, rassegnate pochi giorni prima, costretto a lasciare dopo la vicenda poco chiara dello scontro con i magistrati di sorveglianza di Sassari che chiedevano all’Amministrazione Penitenziaria, senza ricevere risposta, dove portare il boss Zagaria che aveva fatto richiesta di trasferimento per motivi di salute, e che li vedeva costretti ad accordare al boss la detenzione domiciliare. Un fatto grave che ha prodotto nell’opinione pubblica grande preoccupazione e ha sollevato critiche di incompetenza e di colpevoli inadempimenti.
L’altra  sera in televisione cercando di capire perché si fosse arrivati a tanto ci si è interrogati sa lungo sulle dinamiche che hanno portato a suo tempo il ministro Bonafede a nominare il suddetto Basentini.
Un fiume di parole in studio con l’intervento anche dell’ex Ministro di Giustizia Claudio Martelli ed ecco che arriva la telefonata di Di Matteo a chiarire le cose. Il Ministro Bonafede gli aveva chiesto di fare il capo del Dap, il magistrato si era preso 48 per decidere. Ma quando aveva deciso di accettare non aveva più trovato la disponibilità del Ministro che gli aveva proposto  il ruolo di capo degli affari Penali. Nel frattempo erano trapelate nelle carceri italiane le notizie sulla imminente nomina che venivano così commentate dai mafiosi più importanti: “ Se arriva Di Matteo questo butta le chiavi”. Subito sempre in diretta arriva la telefonata del ministro Bonafede che difende le sue scelte e da una versione dei fatti diversa da quella di. Di Matteo.  Uno spettacolo imbarazzante

Al di là dello scontro e delle prerogative insindacabili del Ministro di Giustizia (che fa le sue scelte e ne risponde politicamente)  va sottolineato che in quel salotto televisivo è passato un messaggio devastante per il M5S. Perché il ministro non ha scelto il migliore sulla piazza per quel ruolo? Se lo sono chiesto in tanti, le carceri sono un capitolo pesante nel quadrante Giustizia e necessitano di una guida importante. C’è un problema di valutazioni e di scelte che richiama subito come un dejavù  quelle contorte dinamiche vissute in passato nella gestione della Capitale da parte dei Grillini. Il sindaco Raggi con il 70% dei consensi ha avuto notevoli problemi  con le nomine e con la costruzione di una squadra amministrativa competente e preparata. I vertici delle partecipate hanno scontentato tutti, in primis  dipendenti e lavoratori delle stesse che si aspettavano un vero rinnovamento, un cambio di passo che facesse dimenticare le vecchie logiche di consorterie e favoritismi. I dati di consenso oggi del Movimento nella capitale confermano questo disagio e la profonda disillusione generale. La rivoluzione copernicana proposta da Grillo era fondata sulle competenze e sulla meritocrazia in politica, dove le sfide di una complessità sociale ed economica sempre più spinta richiederebbero l’impegno degli uomini migliori. Il caso del pm antimafia Nino Di Matteo fa molto riflettere. Dunque è vero che il M5S non sa scegliere?

 

 

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