| categoria: editoriale, Il Commento

Dietro il caso delle cooperante liberata c’è un “sistema” che cambia

di Carlo Rebecchi

 

 

Una buona notizia: la liberazione, dopo 18 mesi nella prigione del movimento terroristico somalo al-Shabaab, della giovane cooperante Silvia Romano. Un “caso” che farà parlare a lungo, dal solito gioco sul riscatto (pagato?  un milione e mezzo o quattro milioni?) agli interrogativi sulla conversione all’Islam della giovane donna (“E’ stata una mia scelta, in piena autonomia” la conferma) e alle voci su un suo matrimonio “forzato” (“Niente di vero: la prigionia è stata dura ma niente episodi di violenza, sono stata rispettata”. In queste colonne non è però il caso personale di Silvia che vogliamo analizzare, siamo i primi a comprendere quanto possono essere stati psicologicamente duri i 18 mesi passati in cattività in una sperduta località della Somalia fuori da ogni contatto con il mondo civile cui lei, milanese, era abituata prima di andare come cooperante alla scoperta dell’Africa. Questo premesso, si può affermare con sicurezza che la vicenda di cui Silvia Romano è stata protagonista è esemplare per comprendere i cambiamenti politico-economici  che stanno avvenendo in aree, dal Corno d’Africa alla Libia, dove una volta l’Italia aveva voce in capitolo e dove oggi, invece, è soltanto sullo sfondo. E che non possono essere ignorati.

Il punto di partenza è che ad ottenere la liberazione di Silvia sono stati gli uomini dell’ ”intelligence” che lavorano per l’Aise, l’ Agenzia per l’informazione e la sicurezza esterna, gli “007” che sono l’equivalente della Cia americana, dell’ M16 britannico, del Gru russo e del Mossad israeliano. Qualche giornale ha addirittura scritto che il ministro degli esteri Luigi Di Maio non era informato dell’operazione e avrebbe saputo dell’esito dell’operazione dal tweet di Giuseppe Conte, che è stato il primo ad esserne informato in quanto l’Aise fa capo proprio alla presidenza del consiglio. E’ molto probabile, e questo spiegherebbe anche il fatto subito dopo aver preso in consegna la Romano in un villaggio a una trentina di chilometri da Mogadiscio, gli uomini guidati dal capo dell’Aise Luciano Carta – che sta per lasciare l’incarico per passare ad un’azienda di armamenti privata, la Leonardo – non si sono recati nella sede dell’ambasciata italiana ma in un compound delle Nazioni Unite. Meritatissimo, il plauso che meritano: dal 2018 non hanno mai “mollato l’osso”, districandosi tra decine di informazioni false fuorvianti. Dall’autunno scorso erano convinti di essere sulla buona pista, il 17 gennaio hanno avuto il filmato che confermava che Silvia era ancora viva. A quel punto gli uomini che abbiamo visto scendere dal “Gulf-stream”  dell’Aise insieme con la giovane cooperante sono partiti per Mogadiscio e, dopo altre settimane di contatti e appuntamenti cambiati o rinviati all’ultimo momento hanno riportato Silvia a casa.

Tutto bene, fino a questo punto, perché l’intelligence è uno degli strumenti al servizio della politica estera. Il fatto è però che decisivo per la liberazione della giovane sarebbe stata la collaborazione, oltre che dei  servizi segreti “di casa”, quelli somali, di quelli turchi: e questa, lo sottolineo, è la vera notizia. Per decenni, da quando è diventata indipendente, la Somalia e l’intero Corno d’Africa erano un’area dove i servizi di intelligence più informati erano quelli di Roma, grazie a contatti storici risalenti al periodo coloniale italiano. Ricordo di esserci stato, negli anni 80 del secolo scorso, al seguito di un ministro della difesa, Giovanni Spadolini. A Mogadiscio e a Chisimaio gli italiani erano come a casa, la collaborazione era totale. L’Italia non si dedicò con l’attenzione necessaria alla crescita della democrazia somala, non ha saputo contribuire al rafforzamento di governi sempre più deboli che, sotto la spinta dell’ islamismo, hanno trasformato il Paese in una terra di nessuno, in un complesso ginepraio di interessi strategici (le rotte del petrolio), di signori della guerra, di pirati, di bande di predoni e di terroristi. E’ proprio la più importante di queste bande, al-Shabaab, affiliata ad al-Qaeda, ad aver “comprato” Silvia dalla banda di criminali comuni kenioti e somali che l’avevano rapita  il 20 novembre del 2018. Fuori dai giochi che contano in Somalia, per trattare con al Shabaab e portare a termine la loro missione, gli “007” italiani si sono dovuti rivolgere a chi nel giro di una ventina d’anni ha preso il loro posto: i turchi. Mentre poco a poco l’Italia allentava sempre più i rapporti con la Somalia, il presidente Erdogan ha infatti spinto avanti i suoi, sempre pronto a fornire aiuti economici, magari in cambio di basi militari, proprio come fa in tutta l’Africa la Cina. Ed è ovvio che a Mogadiscio i turchi sanno come muoversi, alla luce del sole o in maniera discreta.

Secondo numerosi esperti di geostrategia e relazioni internazionali, la Somalia è oggi uno degli  avamposti della strategia turca che punta a ricostruire gli antichi confini dell’Impero ottomano. E, guarda caso, ciò che ora vediamo emergere in Somalia è la copia carbone di quanto è avvenuto negli ultimi mesi in Libia. Anche qui, gli italiani – messi politicamente ai margini soprattutto dopo  l’attacco che per iniziativa francese una decina di anni fa ha eliminato il colonnello Gheddafi – contano sempre meno e non hanno potuto opporsi a che proprio la Turchia sia diventata l’alleato privilegiato del governo di Tripoli, che da Ankara riceva armi e soldi. A difendere gli interessi italiani in Libia è rimasta soltanto la compagnia petrolifera Eni, ma fino a quando? Visto che da anni l’Italia non ha praticamente più una politica estera ed ha sempre maggiori difficoltà per difendere i propri interessi al di là delle sue frontiere. Anche dove – come in Somalia e in Libia – era fino a poco tempo fa una occulta ma reale “padrona di casa”.  Ora, dopo il “favore” fatto dai servizi segreti turchi all’Italia in Somalia, non sono in pochi a temere l’aiuta per la liberazione di Silvia possa essere ripagato dall’Italia proprio a Tripoli. Con un via libera all’egemonismo turco nel Mediterraneo?

 

 

Ti potrebbero interessare anche:

E alla fine l'unica nota di colore, nello sbiadito panorama elettorale, è lui. Il cavaliere
E l'Occidente scopre, sgomento, di essere in pericolo e di non sapersi difendere
Italia "ostaggio" della Cirinnà? Ma voltiamo pagina e facciamola finita
Ue, Renzi abbassa i toni in cambio di “sconti”sulla manovra
A da venì Baffino
La Raggi rimpolpa lo staff ed è subito polemica



wordpress stat