| categoria: sanità Lazio

IL PUNTO/ Chi ha tradito sul serio gli anziani

Un conto sono le retorica della chiamata alle armi, gli appelli, le pacche sulle spalle, gli imperativi categorici del “non abbassiamo la guardia”; un conto è la realtà, meglio rappresentata da un realistico “Io speriamo che me la cavo” mutuato dalla filosofia di sopravvivenza dei “bassi” napoletani. E’ facile dire “Chi ha tradito gli anziani non può stare più nel sistema sanitario”, più difficile analizzare la situazione dal profondo e nel dettaglio e arrivare delle conclusioni serie e condivise. Annunciare un think tank sulla riforma della assistenza agli anziani formata da autorevoli rappresentanti del mondo scientifico, della comunicazione, della sanità e del mondo religioso è ottima cosa, anche se arriva con dieci anni di ritardo. Ma se si trasforma  in uno sterile esercizio  di bella scrittura e di eloquenza siamo doppiamente nei guai. Non  è dell’ennesimo comitato che il quadrante socio-sanitario del Lazio ha bisogno, servono poche cose ma subito. Ed è inutile recriminare sul fatto che se su tutto questo si fosse riflettuto prima tanti problemi si sarebbero potuti evitare. Il rischio è di finire come la Raggi, che per non aver nemmeno provato ad affrontare con realismo il problema della viabilità nella capitale si è inventata la strategia del monopattino. Una follia romantica e tutti le battono le mani. Ma poi le questioni andranno affrontate sul serio. In un altro modo, naturalmente.
Ma torniamo agli anziani. E mettiamo una serie di argomentazioni in fila. Che l’Italia invecchi lo dicono le statistiche; più anziani significa una platea di attivi in più ma anche una platea di non attivi che va crescendo con progressione geometrica. Gli anziani sono una risorsa,. È bello dirlo, ma gli anziani sono anche un carico pesante per la collettività. Vivono molto più a lungo e la loro autosufficienza, naturalmente, è via via sempre più limitata, fino a consumarsi. Quindi scatta un passaggio successivo: gli anziani vanno gestiti e assistiti, i familiari vanno sorretti. Assistenza domiciliare, strutture ad hoc? Quanto costa un sistema che garantisca tutto questo nel lungo periodo? Meglio lasciar perdere, giocare nell’equivoco e mettere insieme una serie di soluzioni raffazzonate, dove compiti e responsabilità si mischiano. Dunque lo Stato delega la questione ai privati, che ognuno si arrangi come può. Il pubblico interviene marginalmente, contribuisce finanziariamente. Ma non si impegna. I familiari diventano fin che possibile caregivers, chi ha risorse si affida a enti e organizzazioni in grado di gestire, a pagamento, l’anziano. Ed ecco che  la Terza Età, quella non attiva, diventa un business. Ci sono le case di riposo, ci sono le Rsa,  Residenze sanitarie assistite, dove gli ospiti sono accuditi, curati se necessario, protetti. Non è un caso che una generazione di imprenditori abbia colto l’occasione e si sia specializzato nel settore. Carlo De Benedetti, ad esempio, ha visto prima degli altri l’affari e ha messo in piedi una rete di case di riposo dal Piemonte al profondo sud (ed è stato sfiorato come altri dall’emergenza Coronavirus) . Nel Lazio diversi grossi gruppi che operano in sanità  hanno aperto delle Rsa, una miriade di piccoli imprenditori hanno investito case di riposo.  Qualche anno fa ci si lamentava apertamente del numero troppo esiguo di strutture di questo tipo in rapporto alle necessità sul territorio. Un governatore, Marrazzo, aveva millantato un suo impegno ad aprire in fretta seimila posti letto in Rsa.

Ovviamente per mettere in campo strutture di questo genere servono dei precisi requisiti. Le cronache ogni tanto raccontano di ospizi-lager, di case di riposo all’interno delle quali gli anziani vengono maltrattati, raccontano di strutture abusive, senza autorizzazioni e senza controlli.  La Regione, il servizio sanitario regionale, i servizi socio sanitari comunali hanno a diversi livelli il compito di sovrintendere il corretto funzionamento delle corse in questo quadrante. Lo hanno fatto?  E’ facile identificare cattivi. Gli imprenditori senza scrupoli che si approfittano della situazione, lucrano, risparmiano, sfruttano. Accade, certo, ma non è la routine, anche perché agli imprenditori del settore conviene operare bene per trarre un giusto profitto che correre inutili rischi. E va detto che per anni i privati, intesi come categoria, come insieme di associazioni datoriali, hanno lamentato il disinteresse delle autorità regionali, hanno chiesto maggiori contributi e più interazioni. Oggi le Rsa e le case di riposo sono nell’occhio del ciclone, sono al centro dello scandalo Covid. Al loro interno carrettate di positivi, il m aggior n umero dei morti per questa pandemia. Tutta colpa dei gestori improvvidi che non hanno saputo gestire la situazione, che non hanno adottato i protocolli di sicurezza, che non hanno tutelato ospiti e operatori. Nei fascicoli corposi aperti nelle Procure di mezza Italia c’è di tutto. Terribile.Ma  prima di tutto guai a fare di tutte le erbe un unico fascio. Perché deve essere chiaro che grossi, medi e piccoli imprenditori investono un settore per ricavarne degli utili e non per finire nei guai. Nell’emergenza magari hanno chiesto invano la collaborazione delle autorità regionali sanitarie e non l’hanno avuto. Magari sono stati colti di sorpresa e nessuno li ha avvertiti per tempo. Nel quadro generale i casi di grosse deficienze in termini di sicurezza sono risultati una percentuale non particolarmente rilevante. E in effetti dove le carenze sono risultate evidenti e potenzialmente letali i gestori sono stati indagati. Chi sbaglia deve pagare, deve essere messo in condizione di non nuocere.
Agitare oggi lo spadone, minacciare revoche di accreditamenti e sanzioni, tuttavia, oggi può risultare controproducente. Attenti a non farsi accecare dalle cronache dei giornali, spesso inesatte, eccessive, caricate ad effetto. In molti casi le rettifiche, le precisazioni, sono state passate sotto silenzio. Nessuno invece ha riflettuto sulle responsabilità della amministrazione regionale. Posto che, come abbiamo detto fin qui, il problema è di antica data, posto che il pallino del gioco è in mano da dieci anni alle stesse persone, come mai  non è mai stato affrontato in modo serio e razionale? Parliamo delle stesse persone alle quali si sono contestate per anni le liste d’attesa e le situazioni disastrose dei Pronto Soccorso, e che oggi vengono messi sotto accusa per aver chiuso ospedali, tagliato personale, ignorato le emergenze della medicina territoriale. Quegli stessi che si sono fatti trovare senza mascherine, guanti, protezioni, letti di terapia intensiva a sufficienza. Sarebbe stato necessario mettere ordine per tempo ad un settore delicatissimo per gli equilibri del sistema socio-sanitario laziale, predisporre regole chiare e controlli accurati e reiterati, periodici. Anticipando e risolvendo via via i problemi . E’ evidente che tutto ciò non è stato fatto e se qualcuno ne ha approfittato per commettere irregolarità le responsabilità son o per lo meno condivise. Le strutture/contenitori di anziani sono costose da mantenere e da gestire, presuppongono risorse e personale.  Se lo sporco lavoro non venisse fatto da soggetti privati toccherebbe al pubblico farsi carico di tutto. Ma non è quello che l’amministrazione pubblica vuole.

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