| categoria: Il Commento

Perché al Dap si continua a sbagliare direzione. A chi fa gioco?

 

Di Cornelius

 

Dalle inchieste del Fatto Quotidiano al talk di Giletti, sembra non esserci pace per il Ministero della Giustizia ed in particolare per il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, la struttura che si occupa delle carceri italiane. Un excursus di fatti che ha portato sino alla richiesta di sfiducia del parlamento al ministro 5 stelle Bonafede conclusasi poi con la sua riconferma. Ma andiamo con ordine.

Ha fatto scalpore la gestione “blanda” da parte dell’amministrazione penitenziaria dei boss in carcere in tempo di emergenza sanitaria, una situazione che ha costretto il Ministro Bonafede a cacciare il capo del DAP Basentini. Una vicenda tanto imbarazzante da fare intervenire in diretta TV in prima serata il dr. Di Matteo che serenamente ha raccontato come non sia stato scelto come capo del DAP pur essendo stato chiamato direttamente dal ministro che evidentemente  lo voleva in quel ruolo salvo cambiare idea dopo appena 24 ore.
Avanti veloce di pochi giorni e arrivano le dimissioni di Fulvio Baldi capo di gabinetto del ministro. Il suo nome compare nell’inchiesta sul giro di nomine orchestrate dalla sapiente regia dell’ex consigliere del CSM ed ex presidente dell’ associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara. E purtroppo anche il nome del nuovo numero uno del DAP  da poco insediato, Bernardo Petralia, risulta nelle intercettazioni di  Palamara per le nomine dei magistrati. Si pensa a questo punto alla fine dei colpi di scena, invece niente affatto. Venerdì 22 maggio ennesime dimissioni al Ministero della Giustizia. Stavolta è toccato al direttore generale dei detenuti Giulio Romano.”Non sono stati ancora resi noti i motivi ma, molto probabilmente, la vicenda è da ricondurre alla disastrosa gestione delle scarcerazioni dei boss e, prima ancora, alla famosa circolare che invitava i direttori delle carceri a segnalare alla magistratura di sorveglianza i detenuti ultra settantenni a rischio contagio”, riporta in una nota il SAPPE , organo ufficiale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria.Peraltro, il Consigliere Romano si era insediato al Dap soltanto da tre mesi.
Insomma una situazione non certo facile da gestire per  Bonafede e per il suo staff al Ministero. Tuttavia c’è un altro fatto, non ancora trattato da TV e giornali che continua ad essere gestito dal DAP in modo davvero singolare ed incomprensibile, almeno quanto la decisione del ministro di non scegliere il migliore sulla piazza per il ruolo di capo delle carceri. Si tratta del concorso per 45 posti da direttore di penitenziario uscito sulla Gazzetta del 19 maggio scorso. Con il  D.M. del 22 gennaio 2020 il DAP indice la selezione dei direttori e nello schema che riporta i requisiti richiesti si legge che per accedere al ruolo di direttore, che è qualificato come dirigente, basta una semplice laurea senza il requisito di possedere ulteriori titoli di alta specializzazione come invece richiesto per l’accesso alla carriera di tutta la dirigenza pubblica. La conseguenza di questa scelta comporta che le carceri italiane si ritroveranno con direttori vincitori di concorso neolaureati senza nessuna esperienza, dirigenti che non hanno mai visto un carcere, chiamati  a gestire situazioni complesse. Pensiamo ai casi delle recenti rivolte, come quelle presenti negli istituti penitenziari. Il concorso appena pubblicato è solo per esami e non per titoli ed esami come sarebbe stato più logico, non è previsto neanche il requisito dei 5 anni di esperienza già maturati nell’amministrazione nel ruolo da Funzionario direttivo ruolo propedeutico a quello da direttore.
Perché al DAP si è pensato ad un concorso così strutturato? In una selezione per soli esami le valutazioni saranno orientate necessariamente sul criterio della discrezionalità (la valutazione degli scritti e degli orali della commissione di esame è di fatto insindacabile) piuttosto che sul criterio della oggettività data dal possesso dei titoli e dell’esperienza professionale. Titoli ed esperienze li ha o non li hai, non esiste discrezionalità. Eppure ci si lamenta spesso che le carceri funzionano male  proprio perché i direttori sono pochi e spesso hanno la reggenza di più istituti. Quindi giusto reclutarne di nuovi ma perché senza scegliere la strada per selezionare le figure più adeguare e meglio attrezzate? È bene ricordare che le proteste dei detenuti di poche settimane fa dovute alle restrizioni dei colloqui per l’emergenza sanitaria hanno prodotto circa 20 milioni di euro di danni alle strutture penitenziarie. Insomma con questo concorso il DAP sarà l’unica struttura dello Stato ad avere dirigenti a cui non sono richiesti requisiti che ne attestino competenze e capacità. Si poteva scegliere una strada diversa e pure non si è fatto proprio come avvenuto nella scelta del capo del DAP. Viene solo da pensare che in tempo di crisi economica e occupazionale, ci sono molti figli e nipoti neolaureati da sistemare

 

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