| categoria: società

La tavola post covid diventa più italiana e a km0

agroalimentare

Ha lasciato il segno a tavola l’emergenza Covid diventando più Made in Italy, tipica e local (62%), dove la spesa on line è diventata ormai un’abitudine non solo al supermercato. Mesi di lockdown che, senza bisogno di campagne di promozione, hanno fatto comprendere la strategicità dell’agroalimentare. Emerge quindi un cittadino più attento ai prodotti italiani (26%), alla tutela dell’ambiente (22%), alle tipicità del territorio (16%), alla salute (15%) e alla convenienza (14%). A tracciarne l’identikit è Cia-Agricoltori Italiani con un rapporto Nomisma presentato in occasione del primo incontro on line dedicato al progetto «Il Paese che Vogliamo», dopo le 5 tappe del roadshow in tutta Italia. Un incontro per evidenziare la centralità della filiera agroalimentare per il rilancio del sistema Paese. Il Coronavirus, segnala il rapporto, ha spinto del 5% i consumi di cibo e bevande nei primi quattro mesi (-22% i cbeni non alimentari) rispetto all’anno precedente, con un carrello trainato dall’impennata dei prodotti base del made in Italy. Abitudini rimaste e ampliate dalla ricerca della territorialità degli alimenti, un must per 6 italiani su 10, come anche il fatto che un prodotto sia «tipico/legato a una specifica zona», o per il 58% «fatto da piccole aziende del territorio». Ha poi acquistato valore per il 47% la spesa «solidale» legata a iniziative benefiche e per il 36% il poter usufruire della «consegna a domicilio». In un contesto in cui l’e-commerce alimentare è destinato a crescere (lo crede il 95%), questo canale avrà un ruolo centrale anche nel mercato tipico e locale. Secondo il 92% del campione sarà utile per fare la spesa dai piccoli produttori, soprattutto nelle zone e difficili da raggiungere. Vendite online, ricorda Nomisma, che hanno visto una crescita del 120% da gennaio a giugno destinate quindi ad uscire dai confini del supermercato. Una corsa all’e-commerce che però non è riuscito a compensare la chiusura di hotel, ristoranti, caffè), con ricadute negative sull’agroalimentare di almeno 2 miliardi. Il rapporto ha fatto anche una previsione dei consumi alimentari che, da qui ai prossimi 30 anni, tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione, dovrebbero diminuire del 10%, con più frutta e verdura e, meno carne rosse, salumi e vino. «È il momento di lanciare la ‘fase 2’ del progetto »Il Paese che Vogliamo« – ha detto il presidente di Cia, Dino Scanavino – consapevoli delle nuove sfide che l’emergenza ha prodotto, ma anche con la certezza che l’agricoltura debba giocare da protagonista nel rilancio dei territori e del sistema Paese». Sulla stessa linea il vice ministro alla Salute, Pierpaolo Sileri «le aree rurali, anche con vocazione turistica, sono una mappa importante della nostra ripartenza»; come anche il ministro per il Sud. «L’agricoltura – ha detto Giuseppe Provenzano – ha ricevuto in questi mesi di emergenza una nuova attenzione che mancava da tempo, un settore che gioca un ruolo decisivo per il Sud».

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