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Occupazione, con dottorato e master tasso schizza all’89%

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Un’alta formazione post laurea – dottorato o master- si accompagna ad un altrettanto alto tasso di occupabilità. Stando al Report 2020 di AlmaLaurea sul profilo e sulla condizione occupazionale di dottori di ricerca e diplomati di master, i tassi di occupazione arrivano infatti all’89,0% per i dottori di ricerca ed all’88,6% per i diplomati di master. Ma non solo. Ed in questo perimetro, sale anche il livello di retribuzione mensile netta che, rispettivamente, si attesta a 1.703 euro ed a 1.717 euro in media, accompagnato da una maggiore efficacia del titolo per trovare lavoro o migliorare la propria condizione occupazionale rispetto ai ‘semplici’ laureati.

L’indagine – che ha coinvolto circa 4mila (3.938) dottori di ricerca di 24 atenei – ha rilevato che ad un anno dal conseguimento del titolo di dottore, il tasso di occupazione complessivamente pari all’89,0% è “un valore decisamente più elevato di quello registrato tra i laureati di secondo livello” e che “la formazione post-laurea rappresenta un valore aggiunto e una tutela contro la disoccupazione” tanto che, sottolineano gli analisti, “l’ultima indagine di AlmaLaurea, svolta nel 2019, rileva per i laureati di secondo livello un tasso di occupazione a un anno dal titolo di studio pari al 71,7%, 17,3 punti percentuali in meno rispetto a quanto osservato tra i dottori di ricerca”.

La stessa indagine, inoltre, ha mostrato che in Italia l’età media al dottorato di ricerca è pari a 32,5 anni, tuttavia circa la metà dei dottori ottiene il titolo di dottorato al massimo a 30 anni di età e che tra i dottori di ricerca del 2019 le donne rappresentano il 51%, valore in linea con la più recente documentazione Mur (anno 2018), un valore però inferiore rispetto ai laureati di secondo livello che sono il 58,9% (indagine AlmaLaurea su Profilo dei Laureati 2019). In particolare, per entrare nel mondo del lavoro, i laureati “necessitano di un tempo più lungo” per avvicinarsi ai livelli occupazionali dei dottori di ricerca: è infatti solo dopo cinque anni dalla laurea che i laureati di secondo livello raggiungono un tasso di occupazione pari all’86,8%, un valore comunque ancora inferiore, seppure di poco, a quanto rilevato per i dottori di ricerca a un anno dal titolo.

Inoltre, il Rapporto AlmaLaurea 2020 rileva che fra i dottori di ricerca occupati a dodici mesi dal titolo, il 38,8% prosegue l’attività intrapresa prima del conseguimento del dottorato, mentre il 9,2% ha dichiarato di avere cambiato lavoro dopo il conseguimento del titolo. Ne deriva che il 52,0% degli occupati si è inserito nel mercato del lavoro solo al termine del dottorato di ricerca. Tra coloro che proseguono il lavoro iniziato prima del conseguimento del dottorato di ricerca, la metà (50,2%) riferisce che il titolo conseguito ha comportato un miglioramento nel proprio lavoro, di questi, il 63,1% ha riscontrato un miglioramento nelle proprie competenze professionali, il 18,2% nella posizione lavorativa e il 10,2% nel trattamento economico. Solo il 7,6% riferisce di avere ottenuto un miglioramento nelle mansioni svolte.

E ancora. Tra coloro che hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo il dottorato di ricerca, il reperimento del primo lavoro avviene, in media, dopo 3,5 mesi dal conseguimento del titolo, con rilevanti differenze per area disciplinare: chi ha scelto scienze di base o ingegneria trova un lavoro ad appena 3 mesi dal dottorato, deve invece aspettare tra i 4 ed i 5 mesi circa chi ha scelto scienze umane o scienze giuridiche e sociali.

Ma che tipo di lavoro svolgono i dottori di ricerca in Italia? Stando alla foto scattata dal AlmaLaurea – il Consorzio interuniversitario che crea un ponte fra atenei e mondo del lavoro e delle professioni – tra gli occupati a un anno dal conseguimento del dottorato, il 10,6% svolge un’attività autonoma come libero professionista, lavoratore in proprio o imprenditore, mentre il 27,1% è assunto con un contratto alle dipendenze a tempo indeterminato.

Scende invece al 27% la percentuale di dottori di ricerca che svolge un’attività sostenuta da assegno di ricerca, appena l’8,6% può contare su una borsa di studio mentre il 19,1% dichiara di essere stato assunto con un contratto non standard, e per la quasi totalità si tratta di contratti alle dipendenze a tempo determinato. Sono infine “residuali” secondo gli analisti di AlmaLaurea “le altre forme di lavoro” visto che il 2,3% ha un contratto parasubordinato, il 2% è collocato in altre forme di lavoro autonomo e in particolare si tratta di collaborazioni occasionali, l’1,3% ha un contratto di tipo formativo, mentre il restante 0,4% lavora senza alcuna regolamentazione contrattuale.

Suddivisi in cinque aree disciplinari, il Rapporto AlmaLaurea 2020 ha verificato che il 26,8% dei dottori di ricerca fa parte dell’area delle scienze della vita; il 20,8% è ad ingegneria; il 19,8% scienze umane; il 18,8% fa parte dell’area delle scienze di base. Si scende al 13,8% dei dottori di ricerca economisti o dell’area scienze giuridiche e sociali, emerge infine che appena l’8,5% dei dottori di ricerca ha ottenuto un titolo congiunto (joint degree) o un titolo doppio/multiplo (double/multiple degree) con forti differenze per area disciplinare: dal 4,1% di scienze della vita al 14,8% di scienze umane.

Ancora distante, infine, la sinergia fra il mondo accademico e quello imprenditoriale: solo il 5% dei dottori ha svolto un dottorato in collaborazione con le imprese (dottorato industriale/dottorato in alto apprendistato). Questa forma di dottorato è più diffusa nell’area ingegneria (12,7%), mentre è rara tra i dottori nelle scienze umane e nelle scienze economiche, giuridiche e sociali (rispettivamente 1,6% e 1,2%).

 

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