| categoria: editoriale, Il Commento

Dietro le belve di Colleferro c’è il vuoto di una società senza coscienza

 

Li hanno definiti le belve di Colleferro,  ci vuol poco a scatenare la fantasia popolare e dei media.  Ed è  davvero terribile quello che e’ successo l’altra sera nel paesone della Valle del Sacco, bassa Ciociaria, poco più di 20mila abitanti.  Quel ragazzo ucciso a pugni e calci durante una rissa per aver difeso un compagno restera’ per qualche giorno nella memoria collettiva, poi scivolera’ inevitabilmente in fondo al palcoscenico informativo, superato da altre notizie egualmente impegnative. Ma l’episodio merita approfondimento e riflessione, non si può abbandonare cosi, anche se i commentatori hanno liquidato la pratica troppo in fretta. Non è un gesto isolato, eclatante, ormai capita spesso anche se il morto porta l’episodio in cima alla classifica: Non è stato un momento di follia ma nemmeno un gesto lucido, deliberato. Succede così, quando saltano i freni inibitori sociali, quando saltano le regole e nessuno trova niente da ridire. La vittima viene da un paesino vicino, gli assassini da Artena, un altro piccolo paese nelle vicinanze. Profonda provincia, dove tutti si conoscono, dove tutti conoscono l’indole violenta, aggressiva, dei due fratelli amanti delle arti marziali fino a farne stile di vita  che sono al centro dell’episodio. Lo sapevano le autorità locali, lo sapevano le forze dell’ordine. I media si concentrano ora sulla personalità della vittima, naturalmente un bravo ragazzo, e dei due fratelli gretti e violenti. E’ un problema ambientale, culturale? La comunità locale era a conoscenza della pericolosità sociale di quei soggetti. Ha alzato le spalle e ha ignorato il problema. Paura; connivenza, disinteresse. Non poteva che finire così.
I social rilanciano rabbia, dolore, indignazione, orrore. Le foto della vittima e delle belve che lo hanno assassinato in una rissa fanno il giro del web e per motivi opposto fanno rabbrividire. Ma tutto si ferma qui. Le forze dell’ordine fanno il loro dovere, gli aggressori sono in carcere. Ma nell’aria il sapore, l’odore della violenza restano nell’aria, li respiriamo tutti. E non e’ il clima malsano, imbastardito di provincia a determinare queste situazioni,almeno non solo.  l’Italia e’ tutta cosi’, sta lentamente andando fuori di testa stressata da un clima generale sempre più insopportabile. Senza punti di riferimento, senza guide autorevoli, senza valori riconosciuti e applicati. Senza controlli e senza regole certe. Il dopo lockdown è fortemente esplicativo di questa situazione. In qualche modo siamo nel panico e ci chiudiamo in noi stessi. Le belve fanno le belve tranquillamente e c’è chi non si stupisce nemmeno. Perché  si vive male, tra crisi economica e sociale, se non c’è chiarezza di fondo ai vertici del paese, se non c’è lavoro e se lo Stato non si fa sentire  il clima di incertezza favorisce se non determina reazioni sopra le righe. Omicidi, suicidi, protagonisti e vittime madri, figli, bambini. Quella fetta di Ciociaria ha vissuto altri episodi simili, ma non si può certo condannare in blocco. Risse tra bande di giovani si registrano ovunque, la scintilla scatta troppo spesso anche nelle piazze romane e nessuno stoppa in tempo l’incendio.  Ma se i giovani vivono in uno stato di confusione e di precarietà continua il problema è a monte. C’è il vuoto di una società senza coscienza, senza la capacità di una autoanalisi che le consenta di riscattarsi, di mettere ordine, di organizzare un discorso di prospettiva. Ma a chi tocca cercare di porre riparo?

 

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