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Il sindacato che difende deboli, donne e oppressi? Immagine sbiadita da dimenticare

Se n’è andato anche Pietro Larizza, ultimo leader sindacale di una stagione irripetibile – e ormai lontana – che ha visto la “triplice”, Cgil, Cisl e Uil, protagonista indiscussa sul palcoscenico della politica nazionale. Poche settimane fa ci aveva lasciato Franco Marini, una delle figure più rappresentative di quel mondo. Ci restano Bertinotti, D’Antoni, Benvenuto, Cofferati, Epifani, ormai parcheggiati metaforicamente all’ombra di una quercia, seduti sulla classica panchina da pensionato. Epigoni di una generazione di leader che avevano saputo guidare le masse e trattare per loro con la controparte imprenditoriale e con i governi. I tempi sono cambiati, e la cartina di tornasole del livello di apprezzamento di cui gode il sindacato è nello spazio che i media hanno dedicato a queste due dipartite. Complice il Covid, certo, ma non solo. L’immagine della triplice è sbiadita, il suo peso ridimensionato. Il sindacato è vissuto come una istituzione “statale”, non più come una risorsa, uno scudo per i lavoratori. Termini come “contratto”, “tavolo”, hanno perso significato e appeal, sulla barricata c’è rimasto il tribuno della Cgil Landini, pure lui pesantemente imborghesito. Alla guida della Cisl è appena sbarcato Luigi Sbarra,dirigente di seconda fila, che ha subito mandato un segnale a Draghi chiedendo concertazione con le parti sociali. I media hanno preso con sufficienza la new entry.
Dunque Larizza. Il vecchio Pietro non ha avuto gli onori che gli sarebbero stati riservati in altra epoca. Del resto se Marini non fosse passato dall’altra parte della barricata, se non fosse stato presidente del Senato, se non avesse rischiato di diventare presidente della Repubblica sarebbe finito nell’oblio anche lui. Uomini come gli altri, non eroi come le mitiche figure della leggenda come Lama. E’ l’occasione per riflettere sul ruolo del sindacato, su quello che ha rappresentato e su quello che rappresenta.
Senza usare parole forti e termini avvilenti. Ha difeso gli interessi dei lavoratori? Certo, soprattutto in certi momenti storici. Ha rappresentato la coscienza, l’umanità, i valori, la solidarietà. Innegabile. Ma per sostenere il suo ruolo ha finito per far crescere al suo interno una organizzazione di potere, di interessi che poco o nulla avevano e hanno da invidiare ai loro interlocutori storici, i “padroni” e lo Stato, il governo, le istituzioni. Chi più chi meno i leader sindacali che abbiamo citato in apertura sono stati parte attiva di questo gioco. Hanno esercitato potere, hanno gestito interessi, sono stati per certi versi “padroni” anch’essi. Vale anche per Larizza, naturalmente, trent’anni passati all’interno del sistema, prima in seconda fila, poi alla segreteria. Quindi al Cnel, e poi in Parlamento, circondato nella sua carriera da “famigli” e soprattutto da conterranei, da calabresi, che oggi, “per successione naturale” governano quel sindacato. Niente di cui stupirsi. Anima sindacale ma organici al sistema. Parlamento, cariche importanti in enti pubblici e privati. Tutto legittimo, intendiamoci, ma fuori dal mito del Sindacato con la esse maiuscola. Cambia tutto o cambia poco nella valutazione generale. Il sindacato ha e ha avuto una rigida gerarchia, dei capi e dei “dipendenti”, i dirigenti sono stati spesso più duri e intransigenti di quegli imprenditori, di quei quadri aziendali che punivano e licenziavano ben oltre e al di fuori di quei principi e di quelle regole che la triplice aveva negoziato e imposto alle imprese. Perché non sempre il sindacato ha applicato e rispettato al suo interno quei diritti per i quali si batteva all’esterno. Anzi, bisogna avere il coraggio di dire che né in passato né ora quelle regole e quei principi vengono applicarti fino in fondo e correttamente per i “dipendenti” del sindacato. Fior di inchieste giornalistiche hanno spesso squarciato il velo di riservo sull’argomento, E non si può dimenticare, proprio a ridosso della ricorrenza – romantica – dell’8 marzo, e proprio nella Uil di Pietro Larizza, oggi celebrato come promotore e protagonista «la stagione della concertazione che portò alla firma del famoso Protocollo del luglio 1993 con il Governo Ciampi», venivano selvaggiamente liquidate, nella storica sede di via Lucullo, diverse dirigenti “scomode”. Una prassi fredda e cinica (ma il sindacato ha sempre le sue buone ragioni) adottata in mille occasioni e in tutte le latitudini. Il sindacato è sempre meno una potenza, il mondo è cambiato, sono cambiati i rapporti di forza, non ci sono quasi più gli operai, il mondo del lavoro ha altri punti di riferimento e le organizzazioni sindacali sono delle aziende con dei dipendenti, hanno i Caf e mille altri strumenti operativi. Che rappresentano posti di lavoro, che consentono di fare affari e di gestire interessi. La spinta ideale si è esaurita, è rimasta la retorica, buona per tutte le stagioni. E Draghi questo lo sa benissimo.

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