martedì, 14 aprile, 2009, 23:39 - Editoriali
di Daniela FlorisE’ di moda, oggi, parlare di “contaminazioni” tra generi musicali. Se ne parla talmente tanto che questo termine viene oramai quasi inconsapevolmente e automaticamente adoperato ogni qual volta sembra di poter recepire “tracce” di un linguaggio sonoro inserite in contesto “altro”. Dopo di che si liquida il concetto, che appare “finito”, “completo”, e come tale “esplicativo” in se stesso. Ad una valutazione attenta invece la contaminazione e’ l’ effetto, la parte ultima, di un processo di interazione tra culture. Questa interazione da’ vita a tale commistione e spesso porta alla nascita di un nuovo genere musicale.
Se si decide di capire il perché, o almeno il come, avvenga una “contaminazione”, occorre dunque orientarsi attraverso vari livelli di conoscenza, come è accaduto alla Casa del jazz con le “guide all’ascolto” curate da Gerlando Gatto, guide che tendono a farci scoprire una sorta di filo rosso che lega tra loro le varie “musiche”. Il 6 aprile si è concluso, xon l’oramai consueto successo di pubblico, l’ultimo di questi cicli significativamente intitolato “Jazz ai Caraibi, ovvero non solo salsa e merengue”.
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