lunedì, 16 marzo, 2009, 20:02 - Recensioni
AMATO JAZZ TRIO – “Time Pieces for Piano” – Abeat AB JZ 062L’Amato Jazz Trio (Elio al piano e piano elettrico, Alberto al contrabbasso e Loris alla batteria) è da tempo una delle più belle realtà del nostro jazz. Non stupisce, quindi, che anche quest’ultimo CD sia di eccellente livello, supportato dalla solita empatia esistente fra i tre fratelli e da quell’indubbio gusto ed eleganza che da sempre contraddistinguono le loro produzioni.
I tre si muovono su piani paralleli nel senso che nessuno dei strumenti assume un ruolo di preminenza rispetto agli altri e così le parti continuano a scambiarsi , a dialogare in un gioco intenso, fitto di richiami in cui le qualità dei singoli emergono a tutto tondo: Elio si conferma pianista dal forte impatto e dal possente fraseggio percussivo nonché compositore di vaglia (tutti i brani sono suoi eccezion fatta per il “piazzolliano” Libertango che viene comunque arrangiato con grande personalità); Alberto sostiene con bella precisione il ritmo del gruppo anche quando imbraccia l’archetto a riprova di una tecnica sopraffina; Loris accompagna il tutto con grande coerenza senza mai strafare.
Difficile scegliere tra i brani anche se personalmente preferiamo “Train of Chagal” con Alberto particolarmente convincente e “Couperin”.
STEVE LACY – “Best Wishes” – Labirinti Sonori 005Siamo a Siracusa, in provincia di Catania, il 12 agosto del 2001 ed è in corso di svolgimento il Festival organizzato da Stefano Maltese e Gioconda Cilio.
In programma un “solo” di Steve Lacy al soprano che per fortuna nostra e di quanti amano il jazz viene registrato ed ora presentato su disco.
Quasi inutile sottolineare come ancora una volta il sassofonista, scomparso cinque anni fa, si esprima su livelli di assoluta eccellenza da ogni punto di vista: di fraseggio con una padronanza strumentale che non teme confronti; di sonorità assolutamente personale e riconoscibile; di costruzione della frase sempre attenta e rigorosa; di ritmo; di personale coinvolgimento; di capacità comunicativa.
Il risultato è una piccola perla che va ad aggiungersi al già enorme scrigno riempito dalle performances di questo straordinario musicista che sicuramente ci avrà lasciato molte altre registrazioni che non aspettano altro se non di essere giustamente valorizzate.
Assolutamente inutile soffermarsi sul singolo brano:l’album va ascoltato dalla prima all’ultima nota e se non vi piace lasciate stare il jazz.
PREVITE-PETRELLA-SALIS -“Big guns” – Auand AU 9015Questo album è l’ennesima conferma –se pur ce ne fosse bisogno – del prestigio internazionale di cui oramai gode Gianluca Petrella. In effetti il trombonista suona questa volta, oltre che con il “nostro” Antonello Salis, anche con uno dei migliori batteristi a livello internazionale , vale a dire quel Bobby Previte che nel suo palmares vanta collaborazioni di grande rilievo.
Ciò detto , va dato atto al produttore (cioè allo stesso Previte) di aver saputo mettere assieme tre artisti di questo spessore che trovano nell’improvvisazione il terreno ideale per esprimere tutte le proprie potenzialità. Di qui un susseguirsi di brani, tutti all’incirca di tre minuti, in cui non sembra esserci soluzione di continuità nel flusso creativo che sgorga dai vari strumenti, un flusso alle volte magmatico, altre volte più lineare ma sempre coerente con il discorso di fondo le cui redini sono saldamente in mano al batterista che con le sue pulsazioni detta i tempi delle sortite solistiche di Petrella e Salis.
E qualche parola la merita anche Antonello Salis che al piano, piano elettrico e organo si conferma solido strumentista in possesso di una fantasia creativa che lo porta ad essere spesso assolutamente originale.
PAOLO BIRRO – Sbàndio” – Alma 90-60-800Un disco per piano solo è sempre una prova assai impegnativa e Paolo Birro la supera brillantemente grazie ad alcune sue qualità di fondo che sono, oltre ovviamente ad una squisita tecnica strumentale, un gusto raffinato ed un eloquio elegante e raffinato.
Paolo ha preparato per l’occasione un repertorio composto tutto da suoi brani che pescano da un lato nella consolidata letteratura jazzistica, dall’altro nella cultura veneta.
E a quest’ultima fa riferimento la suite che da il titolo all’album, vale a dire un assieme di sei brani di cui i primi tre recano, non a caso, un titolo in dialetto veneto. Birro improvvisa a piacimento su temi tratti dalla tradizione delle sue terre con grande freschezza improvvisativa che gli consente di offrire all’ascoltatore situazioni sempre nuove e coinvolgenti.
E questa sensazione si avverte durante l’ascolto dell’intero album che evidenzia, appieno, tutte le sfaccettature compositive della variegata personalità di Birro il quale ha così fornito quella prova di compiuta maturità che forse gli mancava .
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CLAUDIO SESSA – “L’età del jazz. I contemporanei” (Il Saggiatore, pagg.288, € 23,00) La letteratura in campo jazzistico si fa sempre più ricca: oramai non si contano i contributi che man mano vengono pubblicati facendo ampia luce sia su determinati periodi sia su certi artisti, naturalmente i più celebrati (per esempio in questa stessa rubrica recensiamo anche uno splendido volume su Count Basie).
Ma se dall’ieri si passa all’oggi le cose cambiano e in modo radicale: quali sono le tendenze più interessanti che attualmente si riscontrano nel mondo del jazz? Quali gli artisti di oggi che veramente meritano un riconoscimento al di là di un successo che per alcuni arriva fin troppo facilmente e par altri non arriva affatto? Quali le registrazioni che meritano di essere conservate e riascoltate?
A mettere un po’ d’ordine in una materia tanto caotica ci prova Claudio Sessa, collaboratore del “Corriere della Sera” con l’interessante volume “L’età del jazz. I contemporanei” (Il Saggiatore, pagg.288, € 23,00)
Il volume è preceduto da una sapida prefazione di Uri Caine dove si evidenzia come l’autore abbia posto particolare attenzione alla realtà discografica mettendo a confronto registrazioni di diverse generazioni ed epoche al fine di sottolineare la presenza di temi ricorrenti. Di qui l’individuazione di connessioni tutto sommato inaspettate ma del tutto congrue.
La stessa struttura del libro risponde ad un desiderio di approfondimento che traspare evidente fin dalle prime pagine; così nel primo capitolo, “Oltre la cronaca”, si tracciano le linee attraverso cui si dipanerà l’analisi: osservazione attenta di quanto accaduto negli ultimi venti anni senza però trascurare che il tutto è la conseguenza di quanto avvenuto in precedenza.
Certo, trattandosi di “cronaca” e non di storia, la materia è avvolta da una sorta di polverone che non giustifica una posizione attendista: per tentare di decifrare quanto sta accadendo, occorre prendere posizione e Sessa lo fa con la schiettezza e l’acume che gli sono abituali. E lo fa, come si accennava in precedenza, aiutandosi con il riferimento a significative incisioni cosicché il volume, diventa , sotto certi aspetti, anche una sorta di guida all’ascolto.
Il secondo capitolo è dedicato a “L’interazione fra Stati Uniti ed Europa” il cui filo conduttore è dato dalla constatazione di come a partire dagli anni sessanta si sia affermata “una paritetica interazione fra le due culture” mentre interessanti sviluppi del linguaggio jazzistico si registravano anche in Sudafrica e Giappone.
Nel terzo capitolo “Radici locali e musica mondiale” Sessa evidenzia come una delle grandi novità del jazz contemporaneo sia costituita dalla “liberazione delle energie contenute in tutte le tradizioni culturali legate alla lunga storia” del jazz.
Di particolare interesse la quarta sezione dedicata a “Il nuovo jazz italiano” e, a questo riguardo, segnaliamo il “coraggio” con cui Sessa affronta un tema scottante come l’attualità jazzistica nel nostro Paese. Ne sa qualcosa il sottoscritto che per avere espresso valutazioni difformi dalla stragrande maggioranza dei colleghi è stato tacciato, nella migliore dei casi, di “faziosa incompetenza”. In questo caso Sessa, contrariamente a quanto fatto in precedenza, analizza lo sviluppo storico che ha avuto la musica afroamericana nel nostro Paese riandando indietro nel tempo, ben oltre gli anni sessanta. Di qui la presa in considerazione di un fantastico musicista quale Gorni Kramer, cui fanno seguito , sempre analizzati attraverso i dischi, i jazzisti italiani che evidentemente Sessa ritiene di maggiore significanza.
In “Un jazz neoclassico” Sessa approfondisce il perché musicisti di oggi sentano la necessità, vera, di suonare stili già tramontati mentre in “Lontano dai margini: il camerismo radicale” l’Autore si sofferma sula gran varietà coloristica degli ultimi decenni strettamente connessa ad una propensione per organici di tipo cameristico.
Nel settimo capitolo viene affrontata “L’ambiguità elettronica” vale a dire quel rapporto, alle volte paradossale, che fin dalle origini lega jazz e tecnologia per giungere a conclusioni davvero interessanti mentre nel successivo “Nuovi racconti, nuovi registi” si evidenziano i nuovi rapporti che oggi si instaurano tra leader e singoli musicisti, tra individuo e gruppo alla ricerca di quell’ottimale equilibrio così difficile da raggiungere.
A chiudere una acuta riflessione sulle ideologie attuali, ponendosi almeno due interrogativi fondamentali: in che modo il jazz ha modificato la propria natura ? Tutto ciò può essere utile per capire cosa accadrà in futuro?
Ovviamente sì, a patto che non si abbia la pretesa di confinare il jazz in una formula ideologica, in quanto tale impossibilità a comprendere appieno un fenomeno così complesso.
COUNT BASIE con ALBERT MURRAY – “Goord morning blues – L’Autobiografia” – (minimum fax, pagg.537, €17,00)Ecco un altro libro che farà felici quanti amano le biografie: dopo Miles Davis, John Coltrane, Chet Baker, Ray Charles, James Brown, la “minimum fax” dedica un volume a Count Basie, uno dei più grandi pianisti jazz di tutti i tempi, maestro indiscusso dello swing e leader di una big band leggendaria.
Per narrare la sua vita Basie si affida ad Albert Murray saggista e critico jazz tra i più quotati negli States, ed il risultato è eccellente.
Il volume segue passo passo la vita del grande musicista , dall'infanzia nel New Jersey dei primi del secolo, alle prime esperienze a Kansas City e New York, alle collaborazioni con Billie Holiday e Lester Young, ai tour mondiali con la sua orchestra.
La scrittura è piana, piacevole, ricca di humour senza mai scadere nel banale, la vicenda umana e artistica è assolutamente entusiasmante per cui l’interesse della lettura mai viene meno. Così, seguendo la vita di Count Basie, ritroviamo le figure che , assieme a lui, hanno scritto la storia del jazz. E ci sono davvero tutti: da Duke Ellington, a Fats Waller, da Herschel Evans a Freddie Green, da Walter Page … a Jo Jones a Lester Young … a Buck Clayton.
Insomma una straordinaria galleria di personaggi e di situazioni che illuminano al meglio cinquant’anni di storia del jazz senza trascurare il contesto socio-economico in cui questa musica cresce e si sviluppa.
Di qui l’interesse particolare di certe pagine in cui si descrive con dovizia di particolari il modo in cui i musicisti riescono a sbarcare il lunario pur in momenti di crisi, senza un lavoro, grazie alla solidarietà che sorge spontanea in certi ambienti.
Così come di grande rilevanza sono le parti in cui si pone l’accento sulle forme di spettacolo che hanno accompagnato i primi vagiti del jazz e che, sotto certi aspetti, ne hanno costituito una sorta di culla.
Insomma un libro sempre interessante, a tratti entusiasmante, che tutti gli appassionati di jazz dovrebbero leggere.
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JAZZiT – Marzo Aprile 2009E’ in distribuzione il nuovo numero di JAZZiT che registra un’importante novità : la direzione torna a Luciano Vanni dopo cinque anni di gestione affidati a Vincenzo Martorella e Loredana Albanese. Ovviamente è troppo presto per capire se ci saranno significativi mutamenti anche se nel suo editoriale il neo-direttore afferma che la rivista continuerà lungo le direttrici tracciate in precedenza seppure , afferma esplicitamente Vanni , “con un carattere ed uno stile più vicini alla mia personalità”. Di qui , innanzitutto, una nuova impostazione grafica con grandi foto sì da rendere più facile e gratificante la lettura.
Dal punto di vista dei contenuti, invece, almeno in questo numero nessuna significativa novità. La copertina è dedicata ai settanta anni della Blue Note con una serie di sevizi tra cui quelli di Sergio Pasquandrea (che ne traccia un profilo storico), Luciano Vanni (con un doppio esame dei venti artisti a suo avviso più rappresentativi e delle venti incisioni più importanti), Andrea Di Gennaro (che ci indica i venti giganti Blue Note immeritatamente finiti nell’ombra)…
Sempre sotto il profilo storico, interessante contributo di Stuart Nicholson sui cinquanta anni di “Kind of Blue”.
Per quanto concerne gli italiani, spazio a Alessandro Giachero, al Quartetto Alborada, e a Massimo Barbiero.
il giornale della musica – marzo 2009Anche “il giornale della musica”, nella sezione dedicata al jazz, dedica un ampio servizio ai settanta anni della Blue Note.
A parlarcene è uno dei migliori critici jazz italiani, Stefano Zenni, che mette tra l’altro in evidenza come questa ,alle origini, piccola etichetta indipendente sia riuscita, con una ricerca accurata sugli artisti e quindi sul suono, e con una grafica affatto particolare, a creare l’immagine del jazz così come lo conosciamo.
Nell’ambito degli altri contributi jazzistici di particolare rilievo un’intervista a Stefano D’Amerio che, fresco della nomination ai Grammy 2009 per l’album “Distance” di Norma Winstone registrato nel 2007, ci parla del suo lavoro di ingegnere del suono mentre Paolo Carradori illustra l’ultimo lavoro del sassofonista Dimitri Espinoza con Amiri Baraka.
Infine interessante l’articolo di Luca Canini sulla chitarrista Mary Halvorson messasi in luce con Anthony Braxton, giunta al primo disco da leader: “Mary has a little band”