A colloquio con il pianista romanoEnrico, in questi ultimi periodi ci sono stati due eventi molto importanti nella tua vita di artista: l’affermazione, ex aequo, con Franco D’Andrea nel “Top Jazz” indetto da Musica Jazz per la categoria “Musicista dell’anno” e l’incisione negli States di due nuovi album di cui uno dedicato al latin jazz. Come vivi questo particolare momento?
“L’affermazione al “Top Jazz” è giunta del tutto inattesa e proprio per questo ancora più gradita. Non ci pensavo proprio, anche perché in questo periodo è cresciuta tutta una nuova validissima schiera di giovani musicisti ed è comprensibile che i riflettori si spostino verso di loro.”
Il fatto che i riflettori si spostino non significa, però, che ci sia un livellamento di valori.
“Certo ma è indubbio il fatto che negli ultimi tempi sia emersa una figura di musicista jazz diversa da quella che potevamo rappresentare sia io sia Franco D’Andrea. E al riguardo, ci tengo a dirlo, sono particolarmente felice di aver ottenuto questo riconoscimento assieme a lui in quanto rappresentiamo, pur nelle nostre diversità, un certo modo di intendere, di vivere questa musica non solo sul palcoscenico. Intendo dire che noi non facciamo parte di quella schiera di artisti forse più duttili, più aperti, più inseriti nel mondo dello spettacolo che probabilmente attirano maggiormente l’attenzione. Non sto facendo un discorso di merito ma solo evidenziando che siamo diversi.”
Io invece me l’aspettavo in quanto, lo scorso anno, hai inciso quello straordinario album dedicato alle musiche di Scarlatti che ha ottenuto consensi assolutamente unanimi…
“In effetti il disco è andato molto bene e credo, come tu dici, che abbia contribuito parecchio all’affermazione nel referendum. Il progetto Scarlatti era nello stesso tempo coraggioso e pericoloso: coraggioso perché poteva apparire assolutamente fuori contesto rispetto all’immagine che avevo sempre proposto – trio, quartetto ecc. Certo, si è sempre saputo che la musica classica rappresenta l’altro mio campo di profondo interesse, interesse che ho sempre continuato a coltivare fattivamente, ma di qui a proporre un album come questo ce ne correva. E qui andiamo alla pericolosità cui prima accennavo: quando si mischiano due linguaggi bisogna stare molto attenti perché facilmente si rischia di deludere un po’ tutti, i fautori dell’uno e quelli dell’altro. Fino a non molti anni fa d’altra parte ero io stesso molto scettico su operazioni di questo tipo – di cosiddetta “contaminazione” - perché facilmente si può scivolare nel pastiche di cattivo o dubbio gusto. Evidentemente sono riuscito ad evitare questi pericoli…lo dimostrano i responsi assai positivi pervenuti anche dall’ambiente classico. Tutto questo mi ha dato fiducia a continuare in un progetto che non smette di appassionarmi: ho alcuni concerti in questo mese di febbraio, un altro in marzo particolarmente importante al Teatro Metastasio di Prato. Altri, nella prossima estate, sono stati richiesti - piacevole sorpresa, ovviamente - da festival di musica antica come quello di Urbino e quello di Froville in Francia.”
Io credo che in questo quadro una parte di merito vada alla casa discografica per cui lavori, la CAM, che ti lascia assolutamente libero di esprimere il tuo talento mettendoti, anche, nelle condizioni migliori per farlo…
“Certamente sì. Siamo in un momento di grossa crisi economica generale e anche il mercato discografico ne risente pesantemente. Il jazz però, nonostante tutto, sembra resistere.. In questo quadro avere la possibilità di esprimersi senza vincoli mi sembra un vero e proprio privilegio. Con la CAM ho un contratto di esclusiva che è iniziato nel 2007 e che proseguirà per tutto quest’anno…poi vedremo. Finora i dirigenti della CAM hanno sempre saputo cogliere quanto di buono c’era nelle mie idee e proposte, ivi compresa quella su Scarlatti che richiedeva una certa ampiezza di visione. Il rapporto con loro è davvero molto soddisfacente. Anche da un punto di vista pratico si mostrano generosi mettendomi a disposizione il meglio. Ad esempio il successo del disco su Scarlatti è dovuto molto anche alla qualità sonora del cd. E questa è stata possibile andando a incidere in uno luogo “storico” del jazz, gli studi Bauer di Ludwigsburg, in Germania, che negli anni ’70 ospitarono la registrazione dei primi album ECM. Inoltre ho potuto contare su un bravissimo tecnico, dotato di conoscenze e capacità atte a riprendere anche musica di questo tipo e, ancora, mi è stato fornito per l’occasione un pianoforte particolare, uno Steinway nuovissimo (solo due mesi di vita…). Una serie di accortezze e di dettagli che sono fondamentali per la buona riuscita di un’operazione discografica. A tutto questo la CAM si mostra sempre molto attenta. C’è insomma da parte loro una sensibilità al bello che garantisce l’elevata qualità del risultato.”
E veniamo ai due album che hai inciso negli Stati Uniti; di che si tratta?
“ Sono due progetti nuovi, due cd live che non so ancora quando saranno pubblicati. Queste decisioni spettano alla casa discografica. Comunque è stata un’esperienza straordinaria, era la prima volta che registravo dal vivo a New York.”
Dove, per l’esattezza?
“Al Birdland, alla fine di ottobre 2008…e sono stati quattro giorni intensi, veramente emozionanti. Nei primi due ho suonato e registrato in trio insieme a due musicisti che non credo abbiano bisogno di presentazioni, due icone del jazz moderno quali Paul Motian alla batteria e Steve Swallow al basso. Con loro ho suonato una musica molto aperta, piena di improvvisazione libera. Poi, nei due giorni successivi è stata la volta del quintetto “latino”, per il quale avevo al contrario preparato una musica molto arrangiata. In entrambi i casi si è trattato di un’esperienza che non dimenticherò facilmente, per l’atmosfera del club, perché ero a New York, perché per la prima volta ho potuto esprimere appieno la mia passione per la musica “latina”, cubaneggiante, che mi piace tantissimo.” 
Ecco, a proposito di ciò, qual è stata a tuo avviso l’influenza della musica caraibica sullo sviluppo del jazz?
“ E’ stata un’influenza molto importante. Sappiamo che fin dalla seconda metà degli anni ‘40 i fondatori del bop, Gillespie, Parker, si misero in rapporto stretto con la musica cubana. Iniziò così un processo di vera e propria osmosi, le due forme espressive si mescolarono, si fusero. Certi aspetti ritmici della musica latino-americana hanno avuto un’influenza importante sul “colore” di molto jazz moderno. Anche i musicisti europei si sono sintonizzati con queste musiche ma ovviamente con una sensibilità diversa. In questo senso il mio progetto latino è quello di un musicista europeo che vive questa musica filtrata attraverso una visuale non diretta: non ho fatto cioè un’operazione rigorosamente filologica. E’ stata, quindi, una sorta di gioco, ma un gioco molto importante perché mi ha dato l’opportunità di scrivere nuova musica e mi ha permesso di suonare accanto a musicisti straordinari. In questo senso la CAM è stata davvero generosa mettendomi accanto musicisti stellari, che rispondevano perfettamente anche ai requisiti di temperamento richiesti da questo tipo di musica. In pratica una vera e propria incredibile “all stars” che riuniva intorno a me un contrabbassista americano dalle forti radici italiane, John Patitucci (è di famiglia calabrese), un fantastico batterista messicano, Antonio Sanchez, un grande trombettista argentino doc, Diego Urcola e, naturalmente, un cubano purosangue, il giovane sassofonista Yosvani Terry. Non potevo chiedere di meglio…”
Come hanno reagito questi musicisti alle tue provocazioni sonore?
“Direi più che bene, come spero si sentirà nel disco. Loro hanno detto che il mio modo di scrivere si avvicina molto a quello di Horace Silver…ed è fin troppo facile capire quanto ciò mi abbia fatto piacere, anche perché hanno colto il punto: in effetti il mio interesse per il latin jazz, specie all’inizio, è passato proprio attraverso i pezzi di Silver. Il suo modo così semplice, diretto e sanguigno di scrivere fu per me un punto di riferimento importante quando formavo il mio linguaggio ritmico e armonico, così come lo erano i Jazz Messengers di Art Blakey. In seguito ho scoperto un gruppo latino che mi piaceva moltissimo, quello guidato dal vibrafonista Cal Tjader, con cui, agli inizi della carriera, suonò anche Chick Corea. Ed anche quest’ultimo è stato per me un tramite attraverso cui arrivare ai ritmi latini, termine che uso qui nell’accezione più ampia. Per esempio i pezzi spagnoleggianti di Corea, tra cui il celebre “Spain”, mi hanno sempre coinvolto molto. Chissà, forse non è stato casuale il fatto che a suonare con me a New York ci fosse proprio Patitucci, che è stato partner di Corea in molte sue imprese”.
Come mai sei arrivato a questa scelta proprio adesso, proprio dopo aver realizzato un disco su Scarlatti?
“Può sembrare bizzarro o paradossale ma l’imput che m’ha portato a pensare di fare un disco “latino”, l’ispirazione, se vuoi, è venuta proprio da Scarlatti. Il collegamento? La musica di Scarlatti è piena di ritmi ispanici, mediterranei. Quando ho ricominciato a suonarla sono stato invaso da una sorta di ritrovato, misterioso, travolgente furore ritmico…un piacere primitivo, molto fisico che poi è diventato il motore per scrivere quasi tutti i brani del progetto latino.”
Facciamo un passo indietro: proprio in questi giorni è uscito un altro tuo splendido album, “Dream dance” (CAM JAZZ 7815-2) , registrato però nel dicembre del 2004; cosa rappresenta per te questo album?
“E’ l’ultimo disco che ho fatto in trio con Marc Johnson al basso e Joey Baron alla batteria. Come sai si tratta di un trio cui sono molto affezionato tanto che l’ho chiamato “il trio del mio cuore”, perché rappresenta una tappa importantissima nel mio cammino artistico. Questo cd esce proprio nel 25° anniversario della fondazione di questo trio. Il primo disco, “New Lands”, lo incidemmo infatti nel 1984. Il titolo “Dream dance” sintetizza assai bene quello che per me ha rappresentato la collaborazione di 25 anni con questi fantastici musicisti: una danza da sogno, che mi ha regalato emozioni indicibili. Credo sia un trio assolutamente unico come combinazione di suoni, fusione di personalità, capacità di interagire, fantasia …e quindi questo disco rappresenta una sorta di summa e insieme la celebrazione sonora di un’avventura musicale bellissima. Nessun altro musicista riesce ad entrare nella mia musica meglio di Marc e Joey, nessuno meglio di loro è in grado di interpretarla e di farla propria con tanta naturalezza, classe, intensità. Dimenticavo di aggiungere in proposito che anche “Dream dance” presenta solo miei brani originali. Un altro aspetto di cui sono grato alla CAM che mi dà l’opportunità, in occasione dei vari progetti, di cimentarmi come compositore e arrangiatore, oltre che come pianista. Posso così esprimermi in ogni direzione musicale, senza limiti o restrizioni.”
Avete altri progetti assieme?
“Al momento, purtroppo no. L’ultima volta che abbiamo suonato insieme è stata nel 2006 in California, dopo di che non ci sono state più occasioni. Ma io sono fiducioso. E visto che “Dream dance” celebra le nozze d’argento del trio, spero di cominciare presto con loro un altro periodo di musica che duri almeno altri venticinque anni…”
Comunque devo dire che indipendentemente dal contesto in cui ti trovi ad operare, si tratti della musica di Scarlatti piuttosto che del trio con gli italiani o del trio con gli americani, il tuo stile risulta immediatamente riconoscibile…
“Questo è il più bel complimento che potevo sentirmi fare. Si dice, soprattutto nel mondo del jazz, che un musicista sia di rilievo proprio quando ha la capacità di essere riconoscibile tra molti. Vuol dire che ha cose sue da raccontare e che le sa raccontare in modo originale. E’ un regalo bellissimo quando mi viene detto.Grazie. “
L’intervista con Enrico Pieranunzi si svolge in condizioni assolutamente ottimali: siamo nel salotto di casa mia ed abbiamo appena ascoltato l’ultima straordinaria fatica discografica del pianista romano “Enrico Pieranunzi plays Domenico Scarlatti – sonatas and improvisations” CAMJ 7812
Vogliamo approfittare di questa occasione per smentire una leggenda metropolitana e chiarire una volta per tutte che l’improvvisazione non è solo della musica jazz?
Da oltre mezzo secolo protagonista del jazz europeo, Marcello Rosa ha “frequentato” questo ambiente in tutti i suoi risvolti: non solo da musicista ma anche da giornalista, critico, presentatore di moltissimi programmi radiofonici e televisivi.
Il bilancio di tanti anni di attività è sicuramente positivo anche se restano molte cose da cambiare; quali? Rosa ce lo svela in questa lunga ed interessante intervista.
- E a che punto sei di questo tuo personalissimo cammino?
- Tornando all’inizio della nostra conversazione, tu facevi riferimento ad un aspetto virtuosistico del tuo canto che però non si evince dagli album che hai fatto. Qual è il tuo concetto di improvvisazione?
- Quanto ami "raccontarti " in musica?