mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:39 - Recensioni
Francesco Bearzatti Tinissima Quartet – Suite for Tina Modotti – Parco della Musica RecordsPer molteplici ragioni che non è il caso di esaminare in questa sede, i musicisti friulani sono particolarmente attaccati alla loro terra, alle loro radici, alle loro tradizioni. A quest’aurea regola non fa eccezione l’eccellente sassofonista e clarinettista di Udine, Francesco Bearzatti, che ha da poco proposto il suo nuovo progetto discografico intitolato non a caso “Suite for Tina Modotti”. Si tratta, in effetti, di un omaggio a questa storica fotografa friulana (nata a Udine nel 1896 e morta a Città del Messico nel 1942) che si rese per l’appunto testimone del rivoluzionario Messico degli anni Venti. Personaggio eclettico, difficilmente inquadrabile in una ben definita categoria (operaia, artista, attrice, attivista politica) essa stessa amava definirsi “una fotografa e nient’altro” e probabilmente sotto questo aspetto ha dato il meglio di sé.
A lei Bearzatti dedica, quindi, questa suite in nove movimenti ben scritta e altrettanto ben strutturata in cui il leader si muove con perfetta consapevolezza ben coadiuvato dai suoi partners: il trombettista Giovanni Falzone, il bassista Danilo Gallo , il batterista e percussionista Zeno de Rossi.
I quattro sono perfettamente a loro agio nell’ambito di una partitura alle volte non facilissima, in cui i richiami ai movimenti d’avanguardia si sposano perfettamente con gli echi delle tradizioni folkoriche friulane nonché con alcuni rimandi, del tutto coerenti, alla musica messicana. Il tutto vissuto con piena partecipazione e sincerità di intenti il che allontana del tutto qualsivoglia pericolo di forzatura o artificio.
Marco Castelli Quartet - “Patois” – Blue Serge BLS-012 Il sassofonista veneziano Marco Castelli si ripresenta al pubblico con un quartetto piano-less di tutta eccellenza completato da Ermanno Maria Signorelli alla chitarra classica, Lello Pareti al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria.
E il risultato globale è pienamente all’altezza della bravura dei singoli musicisti: un album gradevole dalla prima all’ultima nota, che mai denota un momento di stanca e che si fa ammirare anche per la varietà delle situazioni proposte. In effetti “Patois” oltrepassa un linguaggio jazzistico canonicamente inteso per affrontare altri territori le cui origini sono piuttosto differenziate. Così, accanto ad un brano prettamente jazzistico quale “African marketplace” di Dollar Brand troviamo la malinconia del Tenco di “Ho capito che ti amo”, la dolce ispirazione di Dulce Pontes (“El primeiro canto”), la splendida melodia di Goran Bregovic (“Ausencia”), la tristezza in canto di Jacques Brel (“Ne me quitte pas”)…a cui si aggiungono cinque originali dovuti tre alla penna di Marco Castelli e uno ciascuno a Ermanno Signorelli e Lello Pareti. Originali che si inquadrano perfettamente nell’atmosfera generale dell’album che privilegia la linea melodica rispetto ad altre chiavi di lettura.
Quindi niente pezzi particolarmente lunghi e molto “suonati”, ma composizioni sobrie, raccolte, capaci di porre nel giusto rilievo sia la capacità di scrittura degli autori (particolarmente rilevanti al riguardo “Good weather” di Castelli e “La Cattedrale” di Signorelli) sia la pertinenza esecutiva.
A quest’ultimo proposito particolarmente felice ci è parsa la scelta di un quartetto orfano di pianoforte in quanto la splendida chitarra classica di Ermanno Maria Signorelli, unitamente all’immaginifico basso di Pareti e al puntuale drummer di Beggio, si incaricano di fornire quello straordinario tessuto ritmico-armonico su cui Castelli e lo stesso Signorelli possono disegnare i loro magnifici assolo.
Complimenti, davvero un bel disco!
Roberto Cipelli – “A’ Léo” – Radio Fandango Davvero delizioso questo omaggio in chiave jazzistica ad uno dei più grandi interpreti della canzone francese :Léo Ferré.
L’idea è venuta al pianista Roberto Cipelli che per realizzarla ha costituito un gruppo all-stars con Paolo Fresu alla tromba, Philippe Garcia alla batteria, Attilio Zanchi al contrabbasso mentre alla voce di Gianmaria Testa è stato affidato il compito più difficile: reinterpretare le straordinarie liriche di Ferré.
Il risultato è più che soddisfacente in quanto sia gli strumentisti sia il vocalist hanno dato prova di grande duttilità sapendo adattare la loro arte alle musiche e ai testi di Ferré con una pertinenza ed una originalità fuori del comune.
In particolare il piano di Cipelli e la tromba di Fresu affrontano questo materiale allo stesso tempo con rispetto ma con una certa spregiudicatezza il che li porta ad esecuzioni straordinarie in cui si avverte sempre ben presente l’originale che viene comunque arrangiato e rivissuto secondo la personale sensibilità dei musicisti.
Dal canto suo Gianmaria Testa fa valere le sue doti interpretative soprattutto nei brani meno noti come “Les Forains” e “Monsieur William”.
Sergio Coppotelli – “Goin’ solo” – Alfa Projects AFPCD 108 E restiamo in territorio italico con un chitarrista che proprio in questi giorni ha festeggiato i suoi sessanta ani di attività e, proprio in questa occasione, ha consegnato all’attenzione del mondo jazzistico questa sua ultima fatica discografica significativamente sottotitolata “celebrating 60 years in jazz guitar”.
In effetti Sergio Coppotelli si forma nel secondo dopoguerra sotto l’influenza del jazz importato dalle truppe americane, dopo di che passa allo studio del bop; successivamente approfondisce tutti gli stili che man mano si susseguono fino a rasentare, come egli stesso afferma “il free e non disprezzando per un certo periodo nemmeno la fusion” .
Dopo lunghi anni trascorsi da free lance accanto a grosse personalità anche della musica leggera quali Bruno Martino, ha la possibilità di collaborare ed incidere tra gli atri con i più celebri compositori di colonne sonore di casa nostra quali Moricone, Rota e Piccioni … senza dimenticare la permanenza nell’orchestra della Rai di Roma che gli offre l’opportunità di esibirsi accanto ai più grandi jazzmen del mondo. Attorno alla metà degli anni ’80 Sergio intraprende una carriera solistica che lo porta ad incidere alcuni apprezzati album, fino a giungere a quest’ultimo che ben rappresenta la sua vita musicale.
Dotato di una non comune freschezza melodica, di un eccellente senso dello swing e di un naturale blues feeling, Coppotelli racchiude tali elementi in questo album che raccoglie brani, tutti rigorosamente in “solo” , incisi in epoche diverse, alcuni dei quali mai pubblicati in precedenza.
Particolarmente interessanti, a nostro avviso, “So what” di Davis, “Yesterday” di Paul McCartney e i due brani incisi con Jim Hall “Summer dream” dello stesso Coppotelli e “Autumn leaves” di Kosma-Prevert.
Enrico De Carli – “We love Cole” – Music Center BA CD 179 Enrico De Carli è un eccellente pianista ben conosciuto soprattutto nell’area milanese, dotato di un’eccellente preparazione tecnica e di un senso dello swing assai marcato.
In questo lavoro, già esplicito nel titolo, evidenzia tutto il suo amore, la sua ammirazione per Cole Porter e che si tratti di “vero amore” risalta chiaramente sin dalle prime note dell’album, godibile in ogni sua parte.
Ottimamente coadiuvato dalla cantante Eleonora D’Ettole, dal contrabbassista Andrea Di Biase e dall’eccellente batterista Tiziano Tononi, De Carli ci offre la sua personale rilettura del vasto song-book di Cole Porter.
Il materiale tematico viene trattato con il massimo “rispetto” mentre si è lavorato di più sulla struttura armonica e sul lato ritmico.
Ben dieci i brani di Porter cui si aggiungono due originals di De Carli, l’uno “Hello Mr.Porter” scritto da solo, l’altro “I remember Cole” con la collaborazione di D’Ettole autrice dei testi. Tra i pezzi di Porter figurano i più noti: da “Night and day” a “I love Paris” da “What is this thing called love” a “Love for sale” , alcuni proposti in forma strumentale come “Ev’ry time we say goodbye” o “Beguine the beguine” “assai distante – come afferma lo stesso De Carli – dall’originale”.
Giovanni Falzone – “R-Evolution Suite” – Soul Note 121448 Questo album può, a nostro avviso, essere considerato la prova più matura e compiuta prodotta fino ad oggi dal sassofonista palermitano Giovanni Falzone.
Questa volta, infatti, l’obiettivo era tanto ambizioso quanto pericoloso: mettere a stretto contatto di gomito un sestetto jazz ed un quintetto di sassofoni di estrazione classica, ponendo a loro disposizione una partitura in grado di evidenziare le qualità melodiche, armoniche, timbriche, dinamiche, espressive di un organico così complesso e particolare, un organico che non può non richiamare certi esperimenti propri della Third Styream Music.
Ebbene Falzone vince a pieni punti questa difficile sfida con una musica assolutamente coraggiosa in cui non mancano echi di un certo free : così nell’ambito di una complessa tessitura ben scritta, si lasciano ampi spazi ad interventi solistici all’insegna della più completa improvvisazione che, grazie alla bravura dei singoli, mai appaiono debordanti o peggio ancora slegati dal contesto.
Ecco, l’organicità del tutto è forse il pregio maggiore dell’album che in alcuni momenti appare assolutamente travolgente con una energia sorprendente che magnificamente si sposa con una mai dimenticata raffinatezza espressiva.
Keith Jarrett/Gary Peacock/Jack DeJohnette – “Setting standards New York Sessions” – ECM 2030-32Volete sapere dove sta di casa il grande jazz di oggi? Allora aprite questo box della ECM contenente in altrettanti CD i tre LP incisi all’inizio della loro “carriera”, nel 1983, in soli due giorni dall’oramai celebre trio del pianista Keith Jarrett con Gary Peacock al basso e Jack DeJohnette alla batteria: “Standards Vol.1”, “Standards Vol.2”, “Changes”.
Quasi a voler sottolineare l’importanza documentaristica ed artistica di questa ristampa, i curatori hanno volutamente rispettato le originarie sequenze e durate e così, almeno per chi ha subito apprezzato questa musica, l’impressione è davvero forte.
Ad oltre venticinque anni di distanza si ha l’ennesima conferma che la musica di qualità non conosce confini né di tempo né di spazio: se questi album venissero presentati oggi per la prima volta sono assolutamente convinto che l’impatto sarebbe esattamente lo stesso di allora. Non cambierebbe l’ammirato stupore nell’ ascoltare questi tre straordinari musicisti confrontarsi con pezzi assai noti eppure saperli rivivere in modo assolutamente fantastico ed originale, grazie ad una gioia dell’improvvisare che traspare evidente, assieme ad una maestria tecnica ed un interplay che appaiono assolutamente magici.
Così, già dal primo brano del primo CD , “Meaning of the blues” si avverte la sensazione di essere dinnanzi ad un vero e proprio capolavoro del jazz moderno che resterà tale per tanti e tanti anni. E man mano che l’ascolto procede la sensazione si conferma vieppiù grazie ad alcune interpretazioni assolutamente grandiose: valgano per tutte quelle di “God bless the child” che già al suo apparire fece scandalo, “Never let me go” e “Prism” una delle tre composizioni originali di Jarrett contenute nell’album “Changes”.
Marilyn Mazur , Jan Garbarek – “Elisir” – ECM 1962 Troppo spesso in questi ultimi mesi abbiamo letto giudizi pesanti su Jan Garbarek accusato di un certo manierismo e soprattutto di non fare altro che ripetere, stancamente, se stesso.
Ebbene, chi fosse afflitto da simile pericolosa miopia è vivamente consigliato di ascoltare con attenzione questo splendido nuovo album firmato dalla percussionista Marilyn Mazur e dal sassofonista norvegese.
“Elisir” è veramente una sorta di scrigno ripieno di perle preziose che vanno scoperte e ammirate con estrema cura una dopo l’altra, a comporre una sorta di puzzle splendido per colori e varietà di situazioni.
I due si conoscono a menadito collaborando assieme dai primi anni Novanta e questa intesa risulta evidente in un intreccio di suoni che alle volte ha davvero dell’incredibile. Il fatto è che, nell’occasione, si fondo due straordinari talenti: Marylin Mazur è unanimemente considerata una delle più grandi percussioniste dell’universo jazzistico avendo collaborato, tra gli altri, con Miles Davis e Gil Evans; dal canto suo Jan Garbarek è stato tra gli iniziatori di un nuovo modo di concepire l’approccio alla musica jazz sviluppando una sonorità affatto particolare e proprio per questo del tutto riconoscibile.
In questo album, nato a Copenaghen sotto la supervisione del solito infaticabile produttore Manfred Eicher, i due si lasciano andare al proprio spirito improvvisativo ed i risultati sono di assoluto livello; i richiami sono i più svariati: si va da suoni assolutamente eterei, ad espressioni più materiche di chiara matrice funk , per giungere ad atmosfere arabeggianti come quelle che si avvertono in “Orientales”, il tutto legato da un interplay davvero magico.
Marcin Wasilewski – “January” – ECM 2019 Il pianista Marcin Wasilewski, il contrabbassista Slamowir Kurkiewicz e il batterista Michal Miskiewicz sono abbastanza conosciuti nell’ambito di un pubblico più attento per costituire la sezione ritmica del celebrato quartetto del trombettista polacco Tomasz Stanko che ha già registrato alcuni album per la stessa ECM.
Adesso l’etichetta tedesca ci propone i tre come componenti di un trio autonomo che , ad un attento ascolto, risulta avere parecchie frecce al proprio arco.
Innanzitutto l’ottima padronanza tecnica : il pianista è dotato di un tocco sopraffino e di una spontanea “leggerezza” che lo porta a fraseggiare ed improvvisare sempre con grande fluidità; anche il contrabbassista , dalla cavata sicura e aritmicamente possente, trova nella capacità improvvisativa la sua arma migliore mentre il batterista rinuncia a porsi in particolare luce per fornire ai compagni un drumming di rara efficace e precisione.
Ma, tecnica a parte, è anche la scelta del repertorio che appare del tutto convincente: ai quattro originals (per altro davvero validi) di cui tre firmati dal leader ed uno da tutti e tre i musicisti, si affiancano brani della più svariata estrazione provenienti dalle penne di Gary Peacock, Prince Rogers Nelson, Carla Bley, senza dimenticare Tomasz Stanko e … udite udite, la musica italiana: c’è infatti il brano “Cinema Paradiso” di Ennio ed Andrea Morricone interpretato con grande partecipazione emotiva da questo trio che sicuramente farà molto parlare di sé.
Jacob Young – “Sideways” – ECM 1997 Non v’è dubbio alcuno che la Norvegia si confermi come straordinaria culla di grandi talenti… così come non v’è dubbio alcuno che probabilmente una simile fioritura non ci sarebbe stata senza l’attenta opera di valorizzazione e diffusione operata dalla ECM.
A questa sorta di regola non sfugge il giovane e brillante chitarrista Jacob Young che si ripresenta al pubblico alla testa di un quintetto con Mathias Eick alla tromba, Vidar Johansen al tenore e clarinetto basso, Mats Eilertsen contrabbasso e Jon Christensen alla batteria…come a dire un gruppo che già nei nomi è una garanzia.
E l’ascolto non delude…tutt’altro!
La musica messa in vetrina da Young ,nella duplice veste di compositore ed esecutore, si riallaccia ai più originali filoni del jazz norvegese, quindi distacco dalle matrici afro-americane e ricorso alle proprie radici sia folk (si ascolti soprattutto “Near South End”) sia colte (“Hanna’s Lament”). Il tutto eseguito con straordinaria perizia e partecipazione in cui risaltano le doti di tutti e cinque i componenti del gruppo.
In particolare Eick si fa ammirare per la sua poetica così vicina a quella di un Kenny Wheller mentre il leader evidenzia uno stile assolutamente essenziale nella sua ricchezza che sembra discendere direttamente dalla lezione del grande Jom Hall che non a caso è stato suo maestro.