A PROPOSITO DI JAZZ, di e con Gerlando Gatto

Le voci del jazz, Marilena Paradisi: "L’importante è credere in ciò che si fa"
mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:44 - Interviste
Una voce calda e suadente che sa transitare con estrema disinvoltura dai toni più acuti ai bassi più profondi, un’intonazione perfetta, una bella presenza scenica, una fortissima determinazione ed una naturale carica di simpatia: in pochi anni Marilena Paradisi è riuscita a conquistare la stima della critica, soprattutto quella internazionale. Ma come è riuscita ad ottenere questo straordinario risultato? Ce lo spiega lei stessa nell’intervista che segue.

- Cominciamo dall’inizio; dove sei nata e come è iniziato il tuo rapporto con la musica?
“ Sono nata a Roma ed il mio rapporto con la musica è nato in modo assolutamente spontaneo, naturale tanto che neanche io so individuarne il punto di partenza o la motivazione, anche perche’ in famiglia nessuno era interessato alla musica. Sta di fatto che , sin da piccolissima, ero attratta dalla musica classica ed ascoltavo soprattutto Mozart e Bach. Dapprima ho studiato pianoforte, poi sono passata alla danza classica e quindi il legame con la musica è diventato ancora più stretto tanto che i “Concerti Brandeburghesi” rappresentavano una sorta di pane quotidiano. Il tutto suscitando a volte l’apprensione dei miei genitori ,che non mi vedevano giocare come le altre bambine, a volte una dura opposizione: ricordo che quando studiavo pianoforte, molte porte di casa sbattevano in segno di rifiuto o di fastidio verso i miei studi. Poi , anche per tali motivi, per un lungo periodo ho interrotto questo filo con la musica, filo che ho ripreso molti anni dopo quando sono andata a studiare danza a New York. Lì c’è stato un vero proprio colpo di fulmine: ho incontrato il jazz e me ne sono innamorata! Sono tornata a Roma e ho cominciato a studiare canto; avevo deciso: il canto jazz sarebbe stato la mia strada “.

- In particolare, per quanti anni sei stata lontana dalla musica?
“ Per una quindicina d’anni. Poi, quando ho ripreso, era oramai divenuto un fatto mio, senza che qualcun altro potesse in alcun modo interferire e così sono andata avanti per la mia strada. Tieni presente che, proprio per i motivi che ho precedentemente illustrato, a diciotto anni sono scappata di casa e ho potuto disegnare i miei percorsi in modo assolutamente personale, anche perché mi ero resa oramai indipendente”.

- Ricordi qual è stato l’artista o il disco o lo stile che ti ha fatto innamorare del jazz?
“ Assolutamente sì: innanzitutto c’è da rilevare come spesso gli accadimenti di una persona derivano anche dai rapporti umani che la stessa intrattiene in quel determinato periodo storico. Ebbene in quel momento io avevo un fidanzato che amava il jazz, suonava il sassofono e quindi cominciò a farmi ascoltare un bel po’ di musica. In quel periodo io studiavo canto ma ancora non avevo preso alcuna direzione ben precisa. Poi ascoltai l’album “Ballads” di John Coltrane e lì è scattata una vera e propria passione: cominciai ad ascoltare Coltrane, Miles Davis, moltissimo Bill Evans e Chet Baker privilegiando, quindi, quella forma di jazz che si basava soprattutto sul cuore, sull’espressività…”

- Da quanto emerge dai tuoi dischi, sembra che tu utilizzi la voce in modo canonico, del tutto naturale, senza cioè attribuire alla voce stessa alcuna funzione o tonalità strumentale. Eppure tra le tue fonti di ispirazione mi hai nominato solo strumentisti. Come mai?
“ Tieni presente che quei jazzisti che ti ho elencato rispondevano alla Tua domanda circa il mio primo incontro con il jazz…e comunque tra tali musicisti ho citato Chet Baker che era caratterizzato da un’emissione vocale per me assolutamente affascinante: il suo canto è sempre stato ESSENZIALE ed era questo che mi colpiva moltissimo. Anch’io volevo, fortemente volevo, che il mio canto fosse essenziale, senza alcun orpello suppletivo. Poi quando ho cominciato ad intensificare il mio studio sulla vocalità , ho preso moltissimo sia da Helen Merrill sempre per lo stesso motivo (vale a dire l’essenzialità), sia da Shirley Horn. Queste sono le cantanti che mi hanno colpito all’inizio. Molto meno, ad esempio, Billie Holiday, che ho scoperto tardi, come se all’inizio non riuscissi a comprenderne appieno il senso. Sempre in quel periodo mi affascinava anche Sarah Vaughan con le sue improvvisazioni.( Ma ho ascoltato comunque tantissimo gli strumentisti per la mia formazione.) Insomma fin dall’inizio ho sempre avuto un doppio modo di intendere la vocalità: da un lato questa interpretazione molto scarna (avrei voluto essere capace di stare immobile riuscendo egualmente a dire qualcosa, cercando quindi qualcosa di profondo dentro di me); dall’altro il gusto di utilizzare la voce anche in modo strumentale, virtuosistico , cosa che, almeno fino ad ora, si evidenzia poco o nulla dai miei tre dischi. Anche perché una cosa è il live, un’altra il disco. Quando ho fatto i miei album, tutti i grandi musicisti con cui ho lavorato – da Sellani a Piana a Zigmund, – tutti mi hanno raccomandato di essere scarna, di andare al sodo…e io così ho fatto. Il concerto è un altro tipo di esperienza”.

- Come vivi il rapporto con il pubblico ? C’è qualche episodio che ricordi in modo particolare?
“Sai, il rapporto con il pubblico nel campo del jazz è sempre particolare: arriverei a dire che sempre quanto succede sul palco è il frutto di una interazione più o meno forte con il pubblico a cui tu trasmetti qualcosa ma che a sua volta ti rimanda un certo tipo di energia, positiva o negativa che sia”.

- Tu hai avuto la fortuna di esibirti dinnanzi a differenti pubblici, anche al fuori dei confini nazionali;hai lavorato, tra l’altro, a New York e Berlino… ecco, trovi qualche differenza apprezzabile al riguardo?
“Devo risponderti in modo affermativo; spesso ho trovato il pubblico “straniero” più caldo e soprattutto partecipe rispetto a quello italiano, all’estero la figura del musicista e’ una figura sociale molto piu’ importante che qui in Italia. Sei piu’ valorizzato, e penso che sia per un fatto culturale”.

- Pensi che questo possa dipendere anche dal fatto che tu sei donna in un ambiente ancora piuttosto maschilista o le due cose non hanno alcun nesso?
“ Questa è una domanda che potrebbe indurre una discussione di parecchie ore..cosa sicuramente non opportuna in questa sede. Eppure alcune cose si possono dire. Non v’è dubbio che ancora oggi, in qualsiasi campo una donna cerchi di realizzarsi sia piu’ difficile…e sicuramente questo accade anche nel jazz che e’ stato anche storicamente molto piu’ maschile. Ma sicuramente, se hai qualcosa da dire e ci credi fermamente e te lo difendi con tutte le tue forze, ce la puoi fare, eccome!! Le cose stanno cambiando per fortuna e in meglio!!!

- E a che punto sei di questo tuo personalissimo cammino?
“ Io sono molto soddisfatta di quel che ho fatto, dei risultati ottenuti. Ovviamente se mi stai parlando del successo, del grande successo, questo nel mondo del jazz è assai relativo. Se invece ti riferisci – come credo – alla mia intima soddisfazione, allora devo dirti che questa c’è; in cinque anni ho fatto tre dischi cosa certo non proprio comune”.

- A quando risale il tuo primo album, “I’ll never be the same”?
“ Al 2002 ed è stato recensito anche da “Jazztimes” e “Jazz Hot” ottenendo così un grande successo all’estero. In realtà ho cominciato a lavorare nei clubs nel 1997 e poi, dopo i classici cinque anni di apprendistato, è nato questo primo lavoro discografico che ha visto la luce anche da una serie di elementi fortuiti. Io avevo conosciuto Eliot Zigmund durante un corso in Veneto e tornata a Roma gli ho scritto una mail quasi per gioco dicendogli: “ma faresti un disco con me?” e dopo qualche giorno lui mi rispose “ma certo, perché no; io sono libero l’otto e il nove aprile”. Era gennaio e a quel punto il dado era tratto, non potevo certo tirarmi indietro: mi sono rimboccate le classiche maniche e ho cominciato a lavorare al repertorio, agli arrangiamenti, e a pensare alla scelta degli altri due straordinari musicisti – Piero Leveratto e Paolo Tombolesi – e in tre mesi ce l’ho fatta ad organizzare il tutto”

- Ma il disco te lo sei prodotta da sola?
“ Assolutamente sì, ed è stato bellissimo. Ci siamo visti alle 8 del mattino con Eliot che veniva da New York, Leveratto da Genova e Tombolesi che invece era residente qui a Roma. Non avevamo provato alcunché … per primo abbiamo registrato “You’are my thrill” che è anche il brano che apre il CD ed è stata buona la prima. Finito questo pezzo, sono andata in regia ad ascoltarlo e la commozione era tale e tanta che mi sono sciolta in un pianto liberatorio: è stato un momento bellissimo che credo mi accompagnerà per il resto della vita. Era accaduta una sorta di miracolo”.

- E gli altri due album, “Intimate conversation” e “Pensiero –Omaggio a Gino Paoli”?
“ Il primo è una logica conseguenza di “I’ll never be the same” dove c’è un brano eseguito in duo con Piero Leveratto, “If you go”, che è stato segnalato dalla critica con particolare attenzione, ritenendolo una piccola gemma. Di qui l’idea di fare un intero CD in duo con questo eccezionale contrabbassista che ha immediatamente accettato la sfida. Ed è stata un’altra esperienza straordinaria: anche in questo caso se non era buona la prima , lo era sicuramente la seconda in quanto l’intesa tra me e Piero si è dimostrata entusiasmante. Ovviamente anche questo album me lo sono finanziato da sola così come il terzo. Al riguardo ho notato una cosa: se i soldi ce li metti tu, nessuno viene a dirti cosa devi o non devi fare. Viceversa se qualcuno investe anche una sola lira, allora si sente in diritto di giudicare, di valutare limitando così le tue scelte artistiche, che invece devono rimanere esclusivamente tue.. almeno io la penso così.”

- Come è nato l’omaggio a Gino Paoli?
“Dai concerti dal vivo che ho fatto con Renato Sellani. In questo caso l’idea è venuta ad entrambi, volevamo avventurarci in un repertorio di song italiane, e abbiamo scelto Paoli proprio perche’ penso che le sue composizioni siano molto vicine, come intenzioni profonde,come modo di raccontare, al jazz e al blues. E così l’abbiamo realizzata dal vivo inserendo anche Dino Piana: io ero rimasta particolarmente colpita da una foto in cui c’erano Piana, Sellani ed Helen Merrill e quindi mi è parso quasi naturale, dovendo fare un album di un certo tipo, chiamare anche Dino Piana. Mi affascinava questa loro antica amicizia. E devo dire che i fatti mi hanno dato ragione: l’apporto del trombonista è di assoluto livello, così come il pianismo raffinato, elegante ed essenziale di Sellani”.

- Quale di questi tre album ti è rimasto particolarmente nel cuore?
“Mah, in una certa misura tutti e tre: certo, il primo è particolare in quanto lo considero la mia nascita artistica, il mio venire alla luce!! Tra l’altro sono stata presa di sorpresa dal piccolo successo che mi è piovuto addosso: recensioni su “Jazz Hot” recensioni su “ Jazz Times ” , su “Musica Jazz” ed io che non sapevo come valorizzare il tutto. Certo il successo è stato soprattutto all’estero in quanto ancora oggi in Italia se canti il repertorio del Songbook Americano, anche il piu’ raffinato e originale negli arrangiamenti, viene bollato come “standards” forse in modo un po’ prevenuto e superficiale, e si fatica un po’ a farsi apprezzare. Ma ripeto, e’ un fatto culturale!!!”

- Tornando all’inizio della nostra conversazione, tu facevi riferimento ad un aspetto virtuosistico del tuo canto che però non si evince dagli album che hai fatto. Qual è il tuo concetto di improvvisazione?
“ Molto dipende ovviamente dal materiale su cui sto improvvisando: se lo faccio su composizioni jazz è una cosa, se improvviso su compositori contemporanei come Bruno Maderna, il quadro cambia completamente: l’uso della voce è completamente diverso”.

- In quale campo ti trovi più a tuo agio?
“ Mi piacciono tutti e due , sia il jazz che la musica contemporanea, ma come ti dicevo la mia ricerca sulla vocalita’ , sta tendendo sempre di piu’ verso la scoperta di nuovi timbri, di nuovi colori espressivi. E’ come se mirassi ad avere una tavolozza di mille colori, con cui poter dipingere la mia improvvisazione. Indubbiamente e’ stata la scoperta di Demetrio Stratos e i suoi studi sulla vocalita’,che mi hanno fatto capire quanto le potenzialita’ della voce siano illimitate”.

- Tu vivi solo di musica?
“Sì: sono una decina d’anni che oramai non faccio altro, dedicando buona parte del mio tempo anche all’insegnamento di tecnica vocale, e rieducazione della voce”.

- Che tipo di soddisfazione trai dall’insegnamento?
“ Sicuramente qualcosa di molto diverso rispetto all’attività di cantante, ai concerti…però devo confessarti che non la considero affatto una attivita’ di ripiego, tirar fuori una voce, costruire una voce, è una soddisfazione davvero grande. E’ un lavoro bellissimo che mi piace tanto”.

- Progetti immediati?
“Ovviamente tanti . Sicuramente mi piacerebbe fare un album con un gruppo più allargato, magari un quintetto o un sestetto, con un repertorio che guardi nuovamente all’estero. E poi c’è un progetto incentrato sulla musica contemporanea, all’insegna dell’improvvisazione più radicale e libera, con il chitarrista Arturo Tallini, un progetto per me assolutamente entusiasmante. Il 9 maggio parteciperemo all’Università di Roma ad un convegno su “ Immagine e suono” e noi improvviseremo estemporaneamente su dei quadri di grandi artisti contemporanei, quali Eva Gebhardt e Alessandro Ferraro; dopo di che sarà fatta una pubblicazione con CD annesso. Sei chiaramente invitato!”

Ci sarò; grazie e a presto!!
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