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A PROPOSITO DI JAZZ, di e con Gerlando Gatto

Grande musica made in Italy
sabato, 16 maggio, 2009, 12:52 - Recensioni
Mario Crispi – Arenaria – Suono records – SR 003
E’ con grande piacere che vi segnalo questo album di Mario Crispi, con la speranza che non si alzi il solone di turno ad obiettare:”Ma questo non è jazz”. E chi se ne frega: si tratta di un disco di notevole livello, originale, denso di idee, ottimamente strutturato ed altrettanto ben eseguito che credo anche gli appassionati di jazz gradiranno non poco.
Mario Crispi è musicista ben noto essendo stato, tra l’altro, fondatore degli Agricantus, uno dei migliori gruppi della world music italiana. Musicista “onnivoro” nel senso migliore del termine, Crispi ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo sedimentando una serie di conoscenze che lo portano ad una concezione della musica “aperta”, insofferente di qualsivoglia schematismo od etichetta.
E questo album ne è la riprova: Mario parte dalla sua terra, da quella Sicilia così ricca di mistero e di fascino, per innervare la sua musica con una serie di stimoli che provengono da mondi e situazioni i più diversi tra loro. Ad unificarli c’è la grande sagacia del musicista che per raggiungere i suoi obiettivi di immediatezza e reale sincerità espressiva ha usato tecniche compositive, interpretative e di registrazione affatto inusuali.
Innanzitutto le registrazioni sono state effettuate con uno studio portatile in giro per la Sicilia in luoghi di particolare interesse acustico ed evocativo come “le grotte della Gurfah di Alia” (meglio conosciute in loco come le grotte saracene) , “la tomba del Principe” a Sant’Angelo Muxaro del VII secolo A.C. o ancora il celebre mercato ittico di Palermo.
Per quanto concerne le tecniche compositive ed interpretative, Crispi si rifà ad alcuni stilemi propri della tradizione orale della Sicilia occidentale come il “canto alla carrettiera” e soprattutto quel “cunto palermitano” che si utilizzava per narrare le gesta dei paladini di Francia: nell’album viene riscoperto per il brano “Cuntu ri Guerra” che descrive, con grande intensità emotiva, un quotidiano fatto di guerra e di fuga; alla perfetta riuscita del brano contribuisce non poco l’improvvisazione al pianoforte di Salvatore Bonafede, altro straordinario musicista (jazz) siciliano che non ha ancora ottenuto i riconoscimenti che gli spettano.
E così ogni brano meriterebbe una citazione per i significati che racchiude, le storie che racconta. Ma forse è meglio fermarsi qui e lasciare all’ascoltatore il gusto avvincente della scoperta.

Lanfranco Malaguti – Double Face – Splasc (H) CDH 1542.2

Devo confessare che il primo ascolto di questo album mi ha spiazzato non poco. Sono da anni che seguo con interesse Malaguti considerandolo uno dei migliori chitarristi europei ed uno dei musicisti di punta del jazz italiano.
Di qui la presunzione di conoscerlo così bene da quasi prevedere la musica che presenta; ed invece noto, con estremo piacere, di essermi sbagliato: Lanfranco è riuscito a stupirmi ancora una volta con un lavoro che si differenzia notevolmente da tutti quelli compiuti in precedenza.
Il fatto è che il chitarrista non ama riposare sui classici allori e preferisce proseguire la strada di una ricerca, lunga, faticosa ma che lo porta a raggiungere sempre nuovi traguardi.
Questa volta , anziché misurarsi sui tanto amati “standards” o su canzoni del grande repertorio pop, Lanfranco ha deciso di presentare ben 13 sue composizioni (per altro di eccelsa levatura) accompagnate da due brani assai noti come “You are the sunshine of my life” di Stevie Wonder e “Solar” di Miles Davis.
Per tutta la durata dell’album Lanfranco si confronta con i compagni d’avventura in diversi contesti ma sempre con un fraseggio che sembra non avere più alcuna preoccupazione per librarsi deciso come a mettere a frutto anni e anni di studio, di esperienze, di sperimentazione. E così alle volte si ha quasi l’impressione di ascoltare stilemi free, che certo non ti aspetti da un musicista come Lanfranco. Ma, proseguendo nell’ascolto, ti accorgi che nulla è casuale, che ogni tassello sta proprio lì dove Malaguti vuole che sia. Ed in questo senso il chitarrista non poteva trovare partners migliori di Renzo De Rossi al sax tenore e baritono, Federico Malaman al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria e percussioni, tutti perfettamente in grado di seguire e alle volte sviluppare gli impulsi del leader.

Dado Moroni – Solo Dado – abeat AB JZ 069
Grande ricchezza armonica, gusto raffinato, delicatezza di tocco che si trasforma in energia quando occorre, chiara visione delle strutture musicali, originalità di fraseggio: sono queste alcune delle doti di Dado Moroni, di sicuro uno dei migliori pianisti che oggi calchino le scene internazionali.
Dopo circa 30 anni di carriera che lo hanno visto protagonista di innumerevoli concerti in ogni parte del mondo, ed una trentina di album, giunto nel pieno della maturità artistica, Dado ha deciso di incidere il suo primo album per piano solo ed è stata una scelta assai felice.
Il risultato, come potrete facilmente constatare, è di assoluta eccellenza sia per il repertorio sia per le modalità esecutive.
Moroni si è buttato in questa operazione anima e corpo, così non si è limitato ad inserire ben sei sue composizioni su un totale di dodici, ma ha anche scritto le note di copertina e ha curato la grafica dell’album .
E proprio dalle note di copertina apprendiamo che l’album è nato quasi per caso, dall’incontro , in uno studio di registrazione con un pianoforte “un magnifico Yamaha C7….passarono alcuni minuti – ricorda Dado - e ottenni la take che desideravo. Era fatta…ma qualcosa mi trattene al pianoforte. Suonai per una buona mezz’ora tutto ciò che mi passava per la testa, lentamente rendendomi conto che sarebbe potuto nascere un CD intero in piano solo”.
Ed eccolo, per l’appunto, il CD per piano solo che rappresenta una sorta di summa di quel che oggi è Dado Moroni, un musicista pienamente realizzato, perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi, che può permettersi di suonare qualcosa di suo accanto a perle del “Great American Songbook” (tanto per usare una sua stessa espressione) quali “Don’t blame me” di Mc Hugh-Fields o “My funny Valentine” di Rodgers – Hart o ancora “It could happen tou you” di Van Heusen.

Norberto Tamburrino – Reflection(s) on Monk – Philology W436.2
Ecco un altro pregevole album del pianista e compositore tarantino Norberto Tamburrino. Già nel segnalarvi il precedente lavoro di questo artista (““Prigioniero del mare – Prisoner of the sea”) ne avevamo sottolineato i molteplici pregi che vengono viepiù evidenziati da questo CD evidentemente dedicato alla musica di Monk.
Prendere come punto di riferimento la musica di Thelonious è una sfida ardua per chiunque data la complessità insita nella musica di questo straordinario pianista. Norberto, a mio avviso, l’ha fatto nel miglior modo possibile, vale a dire cercando di penetrare nello spirito della musica monkiana senza alcuna pretesa di interpretarla in modo canonico ma utilizzandola coma una sorta di piattaforma da cui muoversi per andare ad esplorare nuovi territori.
Di qui un pianismo ora meditativo, ora dalle tessiture armoniche più complesse, ora esplicitamente aperto verso forme espressive per lui non usuali quali il free e il latin-jazz, sempre comunque con grande coerenza e padronanza tecnica a dimostrazione di una personalità oramai matura e perfettamente consapevole delle proprie possibilità. Non a caso , indipendentemente dai contesti in cui si muove (quartetto, trio, duo) l’intesa con i compagni di viaggio appare assolutamente perfetta, sia quando si affrontano passaggi strutturati sia quando ci si avventura nel campo sempre minato dell’improvvisazione. In quest’ultimo caso grande ancora una volta la prestazione di J. D. Allen al sax tenore con il bassista Joseph Lepore (sostituito in un brano da Francesco Mariella) e il batterista Bruce Cox impegnati a sostenere il tutto con un gioco ritmico armonico di grande raffinatezza.
Da segnalare, infine, che ben sette composizioni sulle nove presenti nel CD sono dovute alla fertile penna di Tamburrino e nessuna di queste risulta banale o scontata…e scusate se è poco quando già nel titolo si “denuncia” l’intento di rifarsi alla musica di Monk!
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