A PROPOSITO DI JAZZ, di e con Gerlando Gatto

Dal Brasile di Stefania Tallini al radicalismo di Eivind Buene
martedì, 19 febbraio, 2008, 23:47 - Recensioni
Rassegna di nuovi CD

Felice vena compositiva, tecnica raffinata, gusto raffinato, piena consapevolezza dei propri mezzi espressivi, grande facilità improvvisativa, estremo equilibrio nell’alternare improvvisazione a parti scritte: queste le doti principali di Stefania Tallini così come risaltano a tutto tondo dall’ascolto del suo ultimo e splendido lavoro “Maresìa – Alfa Music AFMCD131”.
La Tallini ,con questo album, si pone all’attenzione del pubblico e della critica come una delle più belle realtà del jazz italiano, una realtà che ancora non è stata considerata e valutata per quel che merita.
Non è la prima volta che ci occupiamo di questa talentuosa pianista e compositrice e siamo davvero lieti nel constatare che non ci eravamo sbagliati nel vedere in lei un’artista a tutto tondo: come sottolineavamo in apertura, l’album è infatti davvero splendido e per più di un motivo.
Innanzitutto il repertorio: Stefania si è sempre dichiarata amante della musica brasiliana e ne da diretta testimonianza con i brani del CD che sono quasi tutti di sua composizione e ispirati chiaramente a quell’universo musicale; ma non si tratta di un omaggio meramente oleografico: la pianista interiorizza quel mondo e lo riespone secondo quelle che sono le sue sensibilità di musicista europea, italiana.
In secondo luogo la scelta dell’organico: Stefania ricorre ad un quartetto di assoluta eccellenza con Gianluca Renzi al basso, Nicola Angelucci alla batteria e soprattutto uno straordinario Gabriele Mirabassi al clarinetto, tutti musicisti di assoluto livello.
Infine le modalità esecutive: la musica scorre fluida con accenti di vero lirismo in diversi momenti, sempre sostenuta da un grandioso colloquio a due tra pianoforte e clarinetto, con la sezione ritmica a fornire un supporto tanto discreto quanto efficace.
Modalità esecutive che si apprezzano anche dal vivo: l’album è stato presentato a Roma il 17 febbraio scorso alla libreria Feltrinelli di Via Appia, dal trio senza Mirabassi, e Stefania Tallini è apparsa ancora una volta in splendida forma , capace di incantare il pubblico per un’ora buona, grazie ad un’arte pianistica di assoluta eccellenza.

Di tutt’altro tenore l’album di Esther Lamneck , Eugenio Sanna “Intentions an improvised cycle - AMIRANI amrn #09”.
Esther Lamneck è una clarinettista e suonatrice di tàrogatò (uno strumento a fiato della tradizione ungherese ad ancia singola) particolarmente versata nel campo della musica moderna tanto da aver fattivamente collaborato con diversi compositori di quest’area e da aver ricoperto il prestigioso ruolo di direttore artistico della NYU New Music and Dance Ensemble.
Alla stessa area della musica improvvisata appartiene il chitarrista Eugenio Sanna , cofondatore nel 1976 a Pisa del CRIM (Centro per la Ricerca sull’Improvvisazione Musicale).
I due hanno avuto modo di collaborare a lungo per più di quindici anni ed ora hanno avuto l’opportunità di fissare queste interazioni nel CD in oggetto.
L’album consta, infatti, di un ciclo improvvisato di brevi pezzi il cui sapore evocativo rinvia a immagini e panorami intimamente vissuti da due musicisti, che evidenziano una reciproca conoscenza davvero stupefacente.
Nonostante la non facilità dell’ascolto, si percepisce un’interazione tra i due assolutamente perfetta che sfocia in una creatività che mai conosce momenti di stanca, all’insegna di una forza improvvisativa scaturente da una profonda conoscenza della materia trattata.

E chi dell’improvvisazione ha fatto il suo pane quotidiano è certamente il percussionista norvegese Ingar Zach per il quale Eivind Buene ha composto la musica contenuta nel recente uscito album “Asymmetrical Music – Sofa 523”.
E titolo non poteva essere più azzeccato: magistralmente eseguita da un largo ensemble in cui, oltre a Zach, figurano tra gli altri Ivar Grydeland chitarra e bajo, Rolf-Erik Nystrøm sassofoni e Rolf Borch clarinetti, l’abum propone una musica tutt’altro che facile la cui cifra stilistica la si può ricondurre ad una sorta di “caos organizzato” in cui il leader lascia piena libertà espressiva ai suoi musicisti per ricondurre il tutto ad unità in alcuni momenti ben precisi dell’esecuzione.
Procedimento certo non originalissimo ma che per raggiungere risultati di rilievo abbisogna di musicisti di grandissimo spessore e di un leader di assoluto livello carismatico.
Doti queste che non mancano né alla band in oggetto né, tanto meno, al suo leader Ingar Zach.

E restiamo nel Nord Europa per segnalarvi una splendida realizzazione discografica dovuta alla sapiente regia del FIMIC (Finish Music Information Centre) : “Jazz from Finland 2008”.
Si tratta di un CD con 14 brani accompagnato – ed è qui il valore aggiunto della pubblicazione – da un esaustivo libretto che riporta una serie di notizie assi utili su musicisti e gruppi che oggi rappresentano il meglio del jazz finlandese.
Così mentre, come già accennato, il cd si limita a proporre quattordici tra singoli musicisti e gruppi, la pubblicazione d’accompagno fornisce un quadro molto più esaustivo della realtà musicale finlandese cosicché si possono trovare informazioni praticamente su tutti i migliori musicisti del momento.
Tornando al CD da segnalare le interpretazioni della “Eero Koivistoinnen Music Society”, di “Kvalda”, di “Ilmiliekki Quartet”, di “Jarmo Savolainen” e dell’intramontabile “UMO Jazz Orchestra” vera e propria bandiera del jazz finnico.


Musica & Musica alla scuola popolare di musica di Testaccio
martedì, 19 febbraio, 2008, 23:42 - Appuntamenti
La Scuola Popolare di Musica di Testaccio presenta la rassegna Musica & Musica, giunta ormai alla 22a edizione.
Musica & Musica 2008 si propone come un grande contenitore che raccoglie tutte le potenzialità artistiche attive all’interno dell’associazione. Progetti di tendenza e stile diversi con ensemble nati all’interno della scuola e solisti che con la scuola hanno intrecciato il loro cammino di ricerca artistica e didattica.
La rassegna di quest’anno prevede un mese di concerti e l’impegno di musicisti come Antonello Salis e Sandro Satta in esplosivo duo, Stefano Rotondi con il suo nonetto, Silverio Cortesi e Michele Iannaccone con una delle Big Band della scuola.
Si intrecciano a questi un recital di Clara Murtas dedicato a Mina e Laura Betti, un’escursione attorno alla musica del ’68 con i Circle Game, una fitta serie di appuntamenti con la musica irlandese del Rome Irish Fleadh e una serata interamente dedicata all’organetto a cura di Raffaele Mallozzi e Pino Pontuali.
Infine a rappresentare il versante classico il duo Fossà-Graziosi, la serata Rossiniana di Margherita Pace e Luigi Petroni e il quartetto Pisana-Franceschi-Fossà-Tramma, tutti insegnanti della scuola.
I concerti si svolgeranno nella suggestiva Sala Concerti dell’Ex Mattatoio di Testaccio, inaugurata il 28 gennaio 2006.
Uno spazio dove finalmente possiamo ospitare tutta la musica che vogliamo: classica, antica, di ricerca e sperimentazione, popolare, rock e jazz nel continuo tentativo di rompere steccati e barriere stilistiche.

Ed ecco il calendario completo:

DOMENICA 2 MARZO 2008 – ore 19,00
Duo Salis-Satta

…melodie e composizioni istantanee liberamente improvvisate

Antonello Salis: pianoforte, fisarmonica
Sandro Satta: sassofono

SABATO 15 MARZO 2008 – ore 21,00
Potentissime signore

Mina piaceva agli intellettuali non essendo un’intellettuale, Laura Betti piaceva agli intellettuali essendo un’intellettuale. Un recital di canzoni delle due artiste e loro interviste dal 1960 al 1963.

Clara Murtas: voce
Alfredo Messina: pianoforte

DOMENICA 16 MARZO 2008 - ore 19,00
Sulle strade del blues

Viaggio musicale immaginario sulle “strade” che il blues si è trovato a percorrere negli anni attraverso le letture che ne hanno dato gli interpreti del jazz.

Stefano Rotondi: sax tenore, flauto traverso – Antonello Sorrentino: tromba – Davide Di Pasquale: trombone - Enrico Ghelardi: sax contralto – Luca Rizzo: sax baritono – Roberto Nicoletti: chitarra Carlo Cittadini: pianoforte – Peppe Giampietro: batteria – Paolo Grillo: contrabbasso e basso elettrico

VENERDI 28 MARZO 2008 – ore 21,00
Incontro con la Musica Irlandese

Musica di tradizione orale, improvvisazioni e variazioni sui moduli caratteristici della tradizione irlandese con il gruppo Dornàn

Ruadhrai O’Kane: violino
Jason O’Rourke: concertina
Jim Rainey: chitarra
Eamon Murray: bodhran

SABATO 5 APRILE 2008 – ore 21,00
La sera dell’organetto
*(INGRESSO € 5,00)
una serata dedicata allo strumento principe della musica di tradizione.

Raffaele Mallozzi, Pino Pontuali e vari gruppi di musica popolare del Lazio

SABATO 5 APRILE 2008 – ore 21,00
Concerto di musica classica

Sonata op. 5 n. 1 in FA maggiore e 32 variazioni in DO minore di L. V. Beethoven e la Sonata op. 38 in MI minore di J. Brahms

Andrea Fossà: violoncello
Emanuela Graziosi: pianoforte

DOMENICA 13 APRILE 2008 – ore 19,00
Sognando il ‘68

Viaggio musicale intorno all’utopia, dalle ballate di Woody Guthrie e Bob Dylan alla canzone d’autore di Joni Mitchell e James Taylor, dalla psichedelia dei Beatles al folk-rock inglese

Marina De Tullio: voce
Stefano Ciacci: chitarra , mandolino, armonica a bocca e voce
Stefano Pogelli: bouzouki, dulcimer, ghironda, cornamusa, flauti e theremin

SABATO 19 APRILE 2008 – ore 21,00
Serata Rossiniana

Arie di Gioacchino Rossini per soprano e tenore

Margherita Pace: soprano
Luigi Petroni: tenore
Alberto Galletti: pianoforte

DOMENICA 20 APRILE 2008 – ore 19,00
A qualcuno piace caldo

Concerto per Big Band con brani della tradizione jazzistica americana.
Arrangiamenti originali e direzione di Michele Iannaccone e Silverio Cortesi

DOMENICA 27APRILE 2008 – ore 19,00
Quartetto

Quartetto in sol minore op. 25 di J. Brahms per archi e pianoforte

Susanna Pisana: violino
Giorgia Franceschi: viola
Andrea Fossà: violoncello
Marzia Tramma: pianoforte

Musica & Musica
: direzione artistica e organizzazione: Paolo Cintio e Vincenzo Russo.

Bergamo Jazz festeggia i 30 anni
martedì, 19 febbraio, 2008, 23:37 - Appuntamenti
“Bergamo Jazz" taglia quest’anno, dal 14 al 16 marzo, un importante traguardo: il festival festeggia infatti la 30° edizione, la terza firmata dal pianista e compositore statunitense Uri Caine, incaricato nuovamente dall’Amministrazione Comunale di Bergamo di continuare nella sua opera di innovazione attraverso scelte artistiche che, senza trascurare significativi richiami alla tradizione afroamericana, focalizzino l’attenzione sulle molteplici tendenze che contraddistinguono l’attuale, vivace mondo del jazz.

Di "Bergamo Jazz 2008", organizzato come di consueto dall’Assessorato alla Cultura, Spettacolo e Turismo del Comune di Bergamo, saranno ospiti artisti di riconosciuta fama internazionale, molti dei quali invitati in esclusiva italiana.

Ai concerti al Teatro Donizetti, sede naturale del festival, si affiancheranno appuntamenti organizzati in collaborazione con il "Bergamo Film Meeting" e la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea-GAMeC. E verrà anche dato spazio alla didattica, grazie al coinvolgimento del CDpM-Centro Didattico Produzione Musica, e a giovani musicisti che si esibiranno per le vie e nelle piazze del centro, diffondendo idealmente per tutta la città i suoni del jazz.

Venerdì 14 marzo, la prima delle tre serate al Teatro Donizetti verrà aperta da una delle stelle di primissima grandezza del firmamento pianistico contemporaneo: Chucho Valdés. Il noto musicista cubano, già fondatore dei celebri Irakere e considerato per via della sua padronanza della tastiera l’Oscar Peterson del latin jazz, si esibirà in esclusiva nazionale coadiuvato dal contrabbassista Lazaro Rivero, dal batterista Juan Carlos Rojas, dal percussionista Yaroldy Abreu e dalla cantante Mayra Caridad Valdés, tutti perfettamente sintonizzati sulla lunghezza d’onda di una musica spumeggiamente, ritmicamente contagiosa. Al gruppo di Chucho Valdés seguiranno il trombonista Gianluca Petrella e la sua Cosmic Band, formazione di impianto orchestrale ispirata alle visionarie intuizioni di una delle menti più immaginifiche del jazz, Sun Ra. Petrella, che da due anni primeggia nel prestigioso referendum della rivista americana Down Beat tra le rising star del proprio strumento e che si è anche aggiudicato l’Eurodjango 2007 nella categoria "European New Talent of Jazz", suonerà affiancato da alcuni dei migliori esponenti delle ultime generazioni di jazzisti italiani, tra i quali il pianista Giovanni Guidi, vincitore come nuovo talento del "Top Jazz 2007" del mensile Musica Jazz.

Nel segno delle nuove sonorità provenienti dalla sempre florida scena newyorkese si preannuncia, quindi, la serata di sabato 15. Primo a scendere in campo, il Claudia Quintet, gruppo che si nutre di molteplici ingredienti sonori, inclusi echi folklorici e richiami alla minimal music, inseriti in un contesto musicale ad elevato tasso energetico. Accanto al leader, il batterista John Hollenbeck, il Claudia Quintet schiera altri musicisti di spessore e di provata esperienza quali il sassofonista e clarinettista Chris Speed, il vibrafonista Matt Moran, il fisarmonicista Ted Reichman e il contrabbassista Drew Gress. Dopo di loro sarà la volta di Butch Morris, personalità centrale delle musiche d’oggi, e della sua Nublu Orchestra, straordinaria compagine che riunisce musicisti provenienti dalle file dei Brazilian Girls, Wax Poetic, Kudu e di altri gruppi. Contrassegnata da un organico variabile (a Bergamo ci saranno, tra gli altri, il cornettista Graham Haynes, il trombonista Clark Gayton e il batterista Kenny Wollesen), la Nublu Orchestra agisce sotto l’autorevole direzione del suo fondatore inglobando anche elementi musicali propri del funk e delle più avanzate sperimentazioni elettroniche.

Domenica 16, l’ultima serata al Teatro Donizetti avrà al centro uno degli strumenti principe del jazz: la tromba. Ne saranno protagonisti il norvegese Arve Henriksen, uno dei più interessanti solisti della fiorente scena scandinava, e Roy Hargrove, autentico virtuoso del suo strumento e uomo di punta del neo-bop. Il primo proporrà le sue seducenti alchimie sonore accompagnato dal pianista Morten Qvenild e dallo specialista in manipolazioni elettroniche Jan Bang, mentre il collega statunitense percorrerà speditamente la strada maestra del jazz assieme al sassofonista e flautista Justin Robinson, al pianista Gerald Clayton, al contrabbassista Danton Boller e al batterista Montez Coleman.

Gli eventi collaterali di "Bergamo Jazz 2008" saranno inaugurati giovedì 13 marzo all’Auditorium di Piazza della Libertà, in collaborazione con "Bergamo Film Meeting", da una solo performance del fantasioso percussionista Michele Rabbia, mentre per il pomeriggio di sabato 15 è in programma alla Galleria d’Arte e Moderna e Contemporanea-GAMeC il concerto del vulcanico pianista inglese Django Bates, definito il "Monty Python del jazz", in virtù di quel sottile umorismo che pervade le sue esibizioni. E come ormai consolidata consuetudine, la mattina di domenica 16, alla Sala Conferenze del Teatro Donizetti, si potrà assistere ad un incontro con Uri Caine, affiancato quest’anno dal più illustre dei jazzisti bergamaschi, Gianluigi Trovesi: i due musicisti, stimolati dal critico musicale Angelo Foletto, dialogheranno mettendo a confronto le proprie esperienze musicali, soffermandosi sulle rispettive modalità di approccio a importanti pagine di musica classica.

Per la didattica, infine, il CDpM-Centro Didattico Produzione Musica curerà i tradizionali workshop per le scuole, che avranno luogo nelle mattinate di martedì 4, mercoledì 5 e giovedì 6 marzo all’Auditorium di Piazza della Libertà, precedendo quindi simbolicamente la nutrita serie di appuntamenti concertistici del festival.
commenta commenta ( 2 visite )  |  permalink

I Doctor 3 a Visioninmusica 2008
martedì, 19 febbraio, 2008, 23:33 - Appuntamenti
Prosegue al Teatro Verdi di Terni Visioninmusica 2008 Il prossimo appuntamento è per il 29 febbraio al Teatro comunale di Narni si rivolge agli intenditori del Jazz italiano: in scena ci sono i Doctor 3 – tra le più affermate formazioni del panorama jazzistico, non solo nazionale. Il loro programma vuol celebrare una ricorrenza molto significativa: i 40 anni dall’uscita di un album che ha fatto la storia del rock: Stg. Pepper Lonely Hearts Club, dei Beatles. “Happy Birthday Sgt. Pepper” è il titolo dell’evento musicale allestito dai Doctror 3 (Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra): l’esecuzione integrale dello storico album nella loro raffinata rilettura. La prima di questo spettacolo è avvenuta il primo giugno scorso nella prestigiosa sala S. Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Venerdì 7 marzo Visioninmusica torna a Terni, all’Auditorium Gazzoli, con gli Alti & Bassi: i vincitori del Premio Carosone 2007 e, a giudizio unanime della critica, una delle migliori formazioni italiane di musica a cappella. Il gruppo è nato nel 1994 a Milano, dedicandosi ad un vastissimo repertorio (nell’ultimo lavoro – Medley – cantano canzoni dei Platters, Lucio Battisti, Beatles, Gershwin, Bee Gees...) rielaborando i brani in Swing & Jazz con le sole voci (a cappella), senza accompagnamento strumentale. Ciò che ne scaturisce è semplicemente sbalorditivo: sembra che le corde vocali dei cinque componenti degli Alti & Bassi contengano un’intera orchestra, riproducendone ogni sezione. Gli arrangiamenti sono pregevoli e costituiscono uno dei loro punti di forza.
Giovedì 20 marzo, all’Auditorium Gazzoli, sarà la volta degli Ars Ludi, ensemble modulare di eccellenti percussionisti, guidato da Antonio Caggiano e Gianluca Ruggeri. L’affascinante mondo della musica contemporanea, fra nuove tecnologie e materiali sonori concreti, si schiuderà attraverso un evento d’avanguardia. Il loro programma prevede l’esecuzione di opere di Philip Glass, Errki-Sven Tüür, Steve Reich e Giorgio Battistelli. Di quest’ultimo autore gli Ars Ludi propongo Orazi e Curiazi, composizione ispirata ad un episodio della leggendaria storia di Roma antica (VII secolo a.C.): la sfida fra i membri delle due famiglie designate a dirimere in duello la rivalità tra Roma e Albalonga. Ars ludi con la sua pressoché infinita gamma di soluzioni sonore farà rivivere ogni fase della vicenda – con un coinvolgimento stupefacente.
Giovedì 3 aprile, all’Auditorium Gazzoli, arrivano The Blue Dolls: fenomeno musicale giovane e recente, che ci porterà indietro negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, rinverdendo i fasti del Trio Lescano e del Quartetto Cetra. Tre formidabili cantanti (e ballerine) fanno rivivere le atmosfere di un’Italia ormai lontana sulle note di Baciami piccina, Un’ora sola ti vorrei, Maramao perché sei morto... Musica e immagini nel puro stile Visioninmusica: sul palco le tre protagoniste indosseranno curatissime riproduzioni di abiti d’epoca in una scenografia realizzata ad arte. Le Blue Dolls sono accompagnate da Paolo Volante al piano, Marco Parodi alla chitarra, Riccardo Vigorè al contrabbasso e Luca Rigazio alla batteria (con spazzole). Lo spettacolo, dal titolo Abbassa la tua radio per favore, riproduce una trasmissione radiofonica in cui due speaker introducono i brani con brillanti sketch.

Spazio alle immagini: Zawinul, Mingus, Coltrane
martedì, 19 febbraio, 2008, 23:31 - Recensioni
Come avevo sottolineato nell’editoriale dello scorso numero, anche nel mondo del jazz le immagini stanno assumendo un’importanza sempre crescente tanto è vero che l’unico settore a soffrire relativamente della grave crisi in atto nel settore discografico è quello dei DVD.
E’ quindi con vero piacere che sottopongo alla vostra attenzione tre DVD di grande interesse dedicati, rispettivamente, a Joe Zawinul, Charles Mingus e John Coltrane.
Dei tre quello che mi ha maggiormente colpito è stato il primo ma per motivazioni che prescindono dalla qualità del filmato; in effetti spendere la parola “amico” è forse esagerato ma di sicuro con Zawinul c’era un bel feeling. E così poteva capitare che di passaggio a Roma mi venisse a trovare per discutere di musica dinnanzi all’immancabile bottiglia di whisky o di grappa. Rivederlo quindi in bella forma è stato davvero emozionante. In effetti “ Joe Zawinul – A musical portrait – Art Haus Musik 101 819” tende a tracciare un quadro complessivo della multiforme personalità del musicista austriaco. Dopo le immagini iniziali che lo ritraggono in gran forma durante un allenamento di boxe nel giardino di casa, si ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di questo straordinario artista. Ne viene fuori la figura di un innovatore che ha saputo davvero trasfondere nella sua musica tutti gli input che gli provenivano dalle direzioni più disparate, nel riuscito tentativo di varare una sintesi musicale che fino ad oggi è rimata ineguagliata.
Così come ineguagliata è rimasta la sua straordinaria abilità nel piegare qualsivoglia strumentazione elettronica elle sue esigenze espressive, senza mai lasciarsi condizionare nel prendere una direzione piuttosto che un’altra. E a conferma di ciò abbiamo l’opportunità di ascoltare Zawinul e la sua formazione in alcune splendide interpretazioni tra cui “East 4th street band” e “Tower of silence”
Di impostazione diversa gli altri due DVD che ci propongono immagini di straordinari concerti tenuti da Mingus e da Coltrane.
In particolare “Charles Mingus – Live in ’64 – Naxos 2.119006” ci ripresenta il contrabbassista in uno dei suoi periodi migliori: siamo nel 1964 e Mingus è in tournée in Europa con un gruppo assolutamente straordinario comprendente Eric Dolphy, Clifford Jordan,Johnny Coles, Jaki Byard, Dannie Richmond. E credo basti l’elencazione di questi nomi per capire che ci troviamo dinnanzi ad una delle più straordinarie formazioni che la storia del jazz possa vantare. E la visione del filmato, girato in Belgio, Norvegia e Svezia non fa che confermare questa per altro facile previsione: la musica è di livello superiore, con quelle accelerazioni tipiche di Mingus ed un Dolphy che ancora, a distanza di tanti anni dalla sua precoce scomparsa, non si può fare a meno di rimpiangere al pensiero di quello che avrebbe potuto ancora dare al jazz.
Se il DVD dedicato a Mingus è quindi di straordinario interesse, non è certo da meno “John Coltrane – Live in ’60, ’61 & ‘65 – Naxos 2.119007” in cui il grande sassofonista viene colto durante alcun esibizioni europee, per la precisione a Dusseldorf il 28 marzo 1960, a Baden-Baden il 4 marzo 1961, e a Comblain-La –Tour il I agosto 1965.
Coltrane viene quindi “ritratto” a cinque anni di distanza e la differenza si coglie evidente; nel 1960 è in un momento fondamentale della sua storia artistica e umana , all’inizio del successo planetario, quando crea un quartetto che, dopo alcuni cambi di organico, sarebbe divenuto uno dei più gruppi più famosi della storia del jazz. In questo video, nei brani del ’60 Coltrane è invece in compagnia dei “Jazz winners 1960” portati in tournée dal Norman Granz’s JATP e quindi accanto a lui suonano il pianista Wynton Kelly, il bassista Paul Chambers ed il batterista Jimmy Cobb (con Stan Getz al sax tenore e Oscar Peterson al piano in due brani). Nel 1961 Coltrane è accompagnato da Eric Dolphy al sax alto e flauto, McCoy Tyner al piano, Reggie Workman al basso e Elvin Jones alla batteria…una formazione, quindi, assai vicina a quella dello storico quartetto
Quartetto che ritroviamo nella tournée del 1965: il gruppo ha ottenuto unanimi apprezzamenti di pubblico e di critica e la visione artistica di Coltrane si è affermata come una delle poche che in quel periodo potesse indicare una strada per l’evoluzione del jazz…cosa che puntualmente si è verificata. E così , ancora a distanza di oltre 40 anni, risulta emozionante rivedere Coltrane alla testa del suo gruppo con McCoy Tyne, Jimmy Garrison e Elvin Jones esibirsi in alcuni brani che hanno davvero scritto la storia del jazz come “My favorite THings” e quel “Naima” che, a giudizio di chi scrive, resta uno dei pezzi più belli che il repertorio jazz conosca.

Alla faccia della coerenza
martedì, 19 febbraio, 2008, 23:21 - Editoriali
Attenzione: questa volta parlo per fatto personale e quindi in evidente ma dichiarato conflitto di interessi.
E veniamo al punto. Già altre volte su queste stesse colonne mi sono occupato del rapporto non certo idilliaco tra mass media e jazz, un rapporto avviato oramai sulla china di un logoramento sempre più evidente.
All’interno degli stessi media, poi, alberga una polemica tutt’altro che sopita: i giornali accusano – a ben ragione – la televisione (sia essa pubblica o commerciale) di strutturare palinsesti la cui unica stella polare è l’audience, tralasciando così qualsivoglia ricerca della qualità.
Nello specifico, i giornali rimproverano alla televisione – ancora una volta essendo nel giusto – di non occuparsi di jazz proprio perché si ritiene che tale musica non porti sufficienti ascolti.
Ed in effetti se si scorre i programmi delle varie emittenti televisive non si troverà un solo programma dedicato organicamente alla musica jazz.
In questo panorama di assoluto disinteresse, una emittente che trasmette via satellite ed anche via Internet – Nessuno TV (canale 890 di SKY – www.nessuno.tv) - e quindi visibile potenzialmente anche al di fuori dei confini nazionali, decide di accettare la sfida e vara un programma in 12 puntate ,di 25 minuti cadauna, intitolato “Jazz Life” e dedicato alla storia del jazz vista soprattutto sotto una chiave sociologica ed economica.
L’ideazione e la conduzione vengono affidate al sottoscritto che, per rendere più appetibile e fruibile il discorso, chiama a collaborare alcune ben note personalità del mondo jazzistico nazionale e internazionale quali Riccardo Fassi, Dino Piana, Giovanni Tommaso, Eugenio Colombo, Maurizio Giammarco, Massimo Nunzi, Paolo Damiani, Luciano Linzi, nomi che non hanno certo bisogno di presentazioni.
A questo punto, viste le premesse di cui in apertura, in un Paese normale era lecito attendersi che la carta stampata – doverosamente informata – desse un certo risalto alla notizia, con articoli, commenti o quanto meno con la semplice diffusione della notizia.
Ma il nostro , evidentemente, non è più un Paese normale da alcun punto di vista e così niente di tutto ciò è accaduto: la notizia è passata quasi sotto traccia in un silenzio davvero assordante, eccezion fatta per quattro giornali ( “Il Corriere della Sera”, “Il Giornale”, “Il manifesto” e “JazzIt”) e tre agenzie ( “ADN Kronos”, “Il Velino” e “9 Colonne” ) che hanno diffuso la notizia.
Ovviamente non entro in merito alla qualità del programma (può essere stato buono o scadente) ma l’informazione quella, a mio avviso, andava data anche perché si parla sempre di trash televisivo e poi non si fa alcunché per combattere realmente questa tendenza.

La musica dei neri americani
martedì, 19 febbraio, 2008, 23:20 - Recensioni
Per gli amanti del jazz un libro da non perdere

Ecco un volume degno della massima attenzione: “La musica dei neri americani. Dai canti di lavoro ai Public Enemy – Eileen Souther – il Saggiatore, pagg. 686, € 45” rappresenta un testo fondamentale per capire come si è evoluta quella che può essere considerata la forma artistica più originale e creativa del XX secolo.
In effetti Eileen Southern , ricercatrice e musicologa, è stata la prima docente afroamericana ad insegnare presso l’Università di Harvard e ha dedicato buona parte della sua vita (è nata nel 1920 ed è scomparsa nel 2002) proprio a ricercare sul campo qualsiasi elemento utile ad illustrare al meglio questa “Sua” storia della musica “nera”.
Così il libro viene edito una prima volta nel 1971 con il titolo “La musica dei neri americani”, testo che ,attraverso una serie di approfondite rivisitazioni, ha visto altre due edizioni, l’ultima nel 1997 che ora, finalmente, è tradotta in italiano.
Certo, dalla fusione tra i ritmi portati dagli schiavi africani e le melodie e le armonie traghettate nel Nuovo Continente dagli emigranti europei nacque il jazz…ma la musica nera non si esaurisce in questo che fu l’idioma di Parker e di Coltrane: ci sono stati il pop, il soul, il R&B, la dance music, il rap, tutti legati da un filo rosso che ci riporta all’Africa, al destino comune di questi uomini-donne-bambini che vennero sdradicati con la forza dalle proprie terre, dai propri affetti, dalle proprie usanze per essere schiavizzati in terre lontane, trattati come bestie,senza diritti, senza speranze, senza alcuna possibilità di trascorrere un’esistenza degna di questo nome. E la musica, come in genere tutta l’arte, rappresentò un modo per emanciparsi da questa situazione: ma quanti sforzi, quanti tentativi andati a vuoto, quante lotte!
La Southern ripercorre una dopo l’altra tutte le tappe di questo lungo cammino che probabilmente ancora non si è del tutto concluso dato che negli States – o almeno in alcune sue zone – l’eguaglianza “vera” tra bianchi e nera è di là da da raggiungere.
Così la lettura del ponderoso volume scorre fluida, grazie allo stile narrativo dell’autrice che si avvale anche di una serie di notazioni cronologiche, di aneddoti, di riflessioni personali che ne arricchiscono i contenuti.
Il libro è diviso in quattro parti, ciascuna delle quali preceduta da una tabella cronologica che indica le date fondamentali del periodo. La prima sezione – “Canti in una terra straniera 1619-1775” – parte quindi da quel terribile 1619 data della prima deportazione avvenuta a Jamestown e prende in considerazione la musica in africa occidentale , la diaspora africana, la musica nelle colonie, il canto religioso, la musica ricreativa, lo sviluppo delle abilità musicali e le feste di schiavi secondo la tradizione africana. Di qui un primo interessante spaccato su molteplici elementi quali, ad esempio, la ricchezza della strumentazione musicale sbarcata nel Nuovo Mondo che si riallaccia immediatamente ai rituali religiosi e alle consuetudini sociali degli schiavi deportati
La seconda parte – “Libera la mia gente 1776-1865” – illustra la situazione dei musicisti neri nelle forze armate, il significato e l’importanza della chiesa nera, il camp meeting, lo stato della musica nelle città del nord, in quelle del Sud, nelle campagne , nonché, a nostro avviso particolarmente interessante, il ruolo della musica negli eserciti sia confederato sia unionista.
Nella terza sezione, che va dal 1865 al 1919, si analizza quanto accaduto dopo la guerra civile sempre con specifico riferimento, si intende, ai fatti musicali; dal nostro punto di vista ,le pagine più coinvolgenti sono quelle in cui si parla, con grande competenza e proprietà di linguaggio, del vaudeville e delle commedie musicali nonché delle varie forme espressive che precedettero il jazz vale a dire ragtime e blues.
Nell’ultima parte si giunge fino al 1996 attraversando così tutti gli anni più importanti della storia del jazz; in questo ambito un capitolo è dedicato per intero alla “popular musica” intendendo con tale termine il pop, il R&B, il soul il rock’n’roll , la dance music.
Il capitolo successivo è invece dedicato a quegli artisti neri che in qualche modo sono riusciti ad affermarsi nel campo della musica “colta” – opera lirica, musica sinfonica, musica “moderna” - .
Insomma, come ho cercato di illustrare attraverso questa semplice elencazione, davvero un esame quanto mai esaustivo ed approfondito dell’universo musicale “nero” lumeggiato in ogni suo aspetto, con chiavi di lettura sempre appropriate e mai banali.
Ma, per quanto si cerchi di illustrare al meglio le qualità del volume, risulta davvero difficile fornirne un quadro che possa in qualche modo risultare soddisfacente: oltre alla storia della musica, il libro è, infatti, un vero e proprio saggio sociologico assai approfondito sul contesto in cui i musicisti neri hanno condotto le loro battaglie per far riconoscere la loro arte: insomma il volume va letto, dalla prima all’ultima pagina, con grande attenzione.
Vi aiuterà a capire molte, moltissime cose della musica afro-americana… e non solo!

Ermanno Maria Signorelli si confessa: anche nella musica avanza la globalizzazione
giovedì, 10 gennaio, 2008, 19:50 - Interviste
A colloquio con l’eccellente chitarrista

Ermanno Maria Signorelli è senza alcun dubbio un personaggio di primissimo piano nel mondo musicale non solo per l’eccellenza della sua musica ma anche per la lucidità e l’estrema intelligenza con cui affronta le problematiche che man mano si pongono. Ne abbiamo un’ulteriore conferma nell’intervista che vi proponiamo qui di seguito.

- Come valuti l'attuale panorama jazzistico internazionale?
A dire il vero mi sembra vivace e stantio nello stesso tempo. Vivace perché accadono molte cose, stantio perchè basta aver fruito degli ultimi vent’anni di jazz per rendersi conto che bene o male sentiamo quasi sempre gli stessi grossi nomi: Jarrett, Steve Coleman, Metheny, Lovano, Scofield, per citarne qualcuno, e che i progetti che portano in giro sono più o meno gli stessi, forse anche per fatti meramente commerciali. Ogni tanto si aggiunge qualche giovane talento, ma che comunque non si discosta, per stile e per modo, poi così tanto.
Trovo che la globalizzazione si stia facendo sentire anche nella musica, compattando tutto in un unico sentire. Da una parte mi sembra cosa buona, così spero cessino quelle insopportabili mode che hanno visto, per esempio, quel “povero martire” di Astor Piazzola e il suo tango in mille salse e intingoli. Mode come lo yoga, il training autogeno, la salsa, il merenghe e chi più ne ha più ne metta, che hanno tentato, inutilmente, di colmare quella pesantezza e crisi di identità tutta europea e occidentale. Dall’altra parte, quasi certamente, credo ci si debba abituare all’idea di un mondo che si esprima in un solo respiro culturale, spero non in una omologazione intesa come mancanza di autenticità e appiattimento.

- Più in particolare, come vedi la situazione del jazz italiano?
Caro Gerlando, non so perché, ma questa tua domanda mi richiama alla memoria, in un tiepido passato quando negli anni ’60 ero bambino, quelle trasmissioni televisive Rai nelle quali il caro amico Franco Cerri, tra una pubblicità e l’altra, si apprestava, in una sorta di didatta-pedagogista, a erudire il popolo italiano verso la musica jazz. Da allora si sono fatti grandi passi in avanti: si è completamente assimilata la cultura americana e il linguaggio jazzistico, e da un po’ di anni a questa parte si è riusciti, per lo meno per alcuni, a dire la “nostra”, e in tal senso a suscitare interesse anche fuori dell’Italia. Approfitto dello spazio che mi dai per togliermi qualche sassolino dalla scarpa e porre l’accento, chiaramente in modo negativo, su quei progetti da tempo in voga che vedono molti bravi musicisti alle prese con rifacimenti e commistioni tra musica jazz e musica leggera. Come in una incapacità di assunzione delle proprie responsabilità, si asseconda e addirittura si aiuta quel mondo che, nel corso degli ultimi 50 anni, si è appropriato di quasi tutti gli spazi culturali del nostro Paese. In una specie di sindrome di Stoccolma, in cui la vittima s’innamora del proprio carnefice, e invece di prendere le opportune distanze, ci si dimentica dei sacrifici fatti e si donano, per quattro soldi, grandi competenze favorendo i vari “nani” della musica. Persone di bassa “statura” culturale, che si vedono conferire lauree “honoris causa”, alcuni addirittura docenti nelle, oramai prive di ogni ritegno e serietà, università italiane, veri e propri emissari di pochezza e mediocrità. Se poi, e concludo, vogliamo guardarci un po’ indietro, con un minimo di dignità, possiamo ripescare nei grandi musicisti, molto più moderni, per scrittura e intuizione, di tanti contemporanei, come Scarlatti, Paisiello, Cimarosa, Rossini, Mascagni e altri. Se ne siamo capaci!

- Secondo Te è possibile parlare di un "jazz italiano"?

Certamente si! In Italia ci sono grandi musicisti e l’arte dell’improvvisazione appare nel nostro Paese da quando il musicista, nel passato, doveva qualificare il proprio intervento durante le celebrazioni liturgiche, e poi basti pensare all’improvvisazione contrappuntistica del barocco, quella romantica e impressionista. Insomma, il jazz inteso come atto improvvisatorio, in Italia è sempre esistito. Desidero menzionare un musicista con cui ho avuto il piacere di studiare una ventina d’anni fa, veramente intelligente, che ha saputo saggiamente coniugare la tradizione jazzistica del “Nuovo mondo” con il grande patrimonio culturale italiano ed europeo: Franco D’Andrea.

- E veniamo a Te, alla Tua musica: come è cambiata nel corso degli anni?
La mia musica è cambiata insieme ai mutamenti avvenuti dentro di me. Il desiderio di appartenenza, la nascita di un figlio e gli affetti che vai via via consolidando, tendono ad aprirti nuovi luoghi espressivi. Luoghi nei quali il pensiero di te stesso lo ritrovi in una piena interazione e continuità con gli altri. Il cambiamento più evidente è stato quando, in una profonda crisi intesa come passaggio evolutivo, la chitarra elettrica mi iniziò a diventare particolarmente stretta e non più tramite ideale, per letteratura, suono e potenzialità, dei miei pensieri più intimi. Il riprendere in mano pienamente la chitarra classica, il cui suono mi ha catturato fin dai primi anni di vita, rappresentava il modo per sentirmi ricollocato, in termini di spazio e tempo, in un contesto storico molto più ampio che mi permettesse di conquistare quel senso di appartenenza e continuità “culturale” che stavo lentamente perdendo.
La mia più grande sfida, attualmente, consiste nel cercare il modo di trovare la giusta collocazione della chitarra classica in dinamiche del nostro tempo, in linguaggi tipici della musica contemporanea applicata alle tecniche peculiari dello strumento classico. In sostanza, mi piace l’idea di suonare brani che vanno dai maestri del ‘500, passando da De Visée, Roncalli, Weiss, e Bach per arrivare a Malipiero, Maderna, Coltrane e Davis.

- Quali sono gli elementi che maggiormente hanno concorso a determinarla così com'è oggi?

L’elemento fondamentale è stato l’aver attuato concretamente un progetto musicale in acustico.
Questa ricerca comanda di metterti completamente in gioco in una logica scevra da elementi artificiali, come l’utilizzo dell’elettronica da me già in passato sperimentata. Ti apre spazi espressivi nei quali si può riuscire a dare forma ai silenzi che paradossalmente possono diventare, superando il primato del suono, in una moltiplicazione di reazioni emotive, l’elemento dominante del discorso.

- Quanto ami "raccontarti " in musica?
Mi racconto totalmente attraverso la musica che faccio, e la cosa sorprendente è che le mie composizioni mi aiutano a capire me stesso. E’ una sorta di staffetta in cui il testimone, le mie emozioni, passano alla musica e arrivano fuori. Il risultato è preciso e determinato nonostante costituisca la sommatoria di contraddizioni, paure, tormenti che caratterizzano me e probabilmente qualsiasi altro individuo. “Dove tutti urlano non c’è voce che basti per farsi sentire” (F. Costantini), forse l’unico modo per raccontare se stessi e per farsi ascoltare è la musica.

- Quanto ha influito sulla tua formazione di musicista l'essere meridionale e napoletano?
Le mie origini hanno certamente, in parte, influito sulla mia formazione, entrando in contatto, però, con altri punti di vista culturali. Avendo vissuto in Francia, a Milano e attualmente a Padova, ho avviato un processo di interiorizzazione di più elementi culturali che si sono combinati in una sintesi a me confacente e positiva. Credo, altresì, che l’essere di origine partenopea abbia influito sulla mia scrittura musicale, dove presto particolare attenzione al senso melodico, forse grande eredità del melodramma italiano e della canzone napoletana, in modo diretto. Caro Gerlando, ti confesso, e mi scuso per la sfrontatezza, che mi mancano molto i “friarielli” che fanno tanto bene al palato e allo spirito.

- Qual è la "collaborazione" che ricordi più volentieri?
La collaborazione che più mi ha emozionato e che ancora oggi ricordo piacevolmente è stata quella con Reggie Workman, con cui ho tenuto alcuni concerti negli anni 80 nella ex Yugoslavia. La cosa che più mi colpiva era suonare con il contrabbassista che aveva inciso, nel 1961, con il quartetto di Coltrane l’album “Impressions” insieme a McCoy Tyner ed Elvin Jones. Incredibilmente, stavo partecipando ad una performance con un musicista, particolarmente trainante, che veramente aveva vissuto il periodo, capitanato da John Coltrane, in cui il jazz determinava la forte rottura con il passato dirigendosi verso l’improvvisazione modale. Periodo storico, non direttamente vissuto dalla mia generazione, ma solamente ereditato come bene dal passato.

- E' corretto affermare che soprattutto nel tuo ultimo lavoro discografico
"3" si avverte ben presente il richiamo alle concezioni di Bill Evans?
Questo accostamento è in parte corretto, in quanto alcuni brani del mio ultimo lavoro discografico, per esempio “Trieste”, ricordano la compostezza formale, quasi in punta di piedi, delle composizioni in 3/4 di Bill Evans. Tuttavia, credo che la grandezza di questo musicista non sia tanto nella gestione rivoluzionaria del trio, invasa da grandi oscillazioni di dinamica, ma quanto nella profonda ricerca armonica particolarmente originale che possiamo ritrovare nelle sue composizioni.
Nel micro-cosmo in cui mi muovo e, quindi già lusingato di questo avvicinamento al grande Bill Evans, ritengo che la mia musica si manifesti in un concetto meno formale e più istintivo, come in un mantice che in apertura e chiusura crei continue oscillazioni istantanee sensitive.

- Cosa c'è nel futuro di Ermanno Maria Signorelli?
C’è un grande desiderio di suonare perché, finalmente, da pochi anni a questa parte, ho capito con chiarezza e consapevolezza a quale ruolo di “narratore” sono chiamato a rispondere.
Voglio pensare che sia una grande responsabilità, perché nel momento in cui chi ti ascolta ed entra in forte sintonia con te fino ad emozionarsi, è come se si facesse prendere per mano e portare in aree espressive di pura gratuità, dimenticandosi per un istante di essere spettatore e vivendo da protagonista quello che si sta facendo. E questo per me è un grande valore.
In un futuro vicino, vorrei, insieme ad Ares Tavolazzi e Lele Barbieri, registrare un nuovo cd. C’è l’idea di vederci a casa mia, visto che ora vivo in una zona tranquilla di campagna, per passare qualche giorno insieme e pensare a quale direzione musicale si intenda prendere.
Nel frattempo stiamo portando in giro per l’Italia il nostro ultimo lavoro “3” che è il frutto di anni di concerti e di una grande voglia di stare assieme.
In cantiere ho anche un progetto molto ambizioso, un cd di chitarra solo, e in questo l’etichetta “Blue Serge” con cui lavoro, nella figura di Sergio Cossu, sta spingendo da tempo.
commenta commenta ( 13 visite )  |  permalink

Novità discografiche, talenti alla ribalta: Cecchetto, Tamburrino, Franco, Zanghieri
giovedì, 10 gennaio, 2008, 19:47 - Recensioni
Il mondo del jazz italiano è popolato da una serie davvero notevole di nuovi talenti che ne fanno una delle più belle realtà a livello internazionale.
Ovviamente alcuni di questi talenti hanno già ottenuto i riconoscimenti che meritano mentre altri attendono ancora il loro momento nonostante abbiano già tutte le carte in regola.

Tra i primi figura certamente l’ottimo chitarrista Roberto Cecchetto che , come riferiamo in altra parte, ha vinto quest’anno il referendum indetto da “Musica Jazz” nella categoria che univa pianisti e chitarristi
Questa vittoria è dovuta anche all’ultima sua fatica discografica , “Dowtown- auand AU9013” . Cecchetto suona in trio con Giovanni Maier al contrabbasso e Michele Rabbia batteria, percussioni e loops, firmando tutte e dieci le composizioni dell’album.
Ascoltando il CD nella sua interezza un dato risalta evidente: la compattezza del gruppo che consente di attraversare qualsivoglia terreno senza la minima esitazione, sapendo perfettamente in ogni momento cosa si sta facendo e perché. Questo non significa mancanza di improvvisazione, tutt’altro. Significa una assoluta padronanza dei propri mezzi espressivi che ti consente di improvvisare in ogni momento, di librarti in illuminanti frammenti (“Uptown”) , di avventurarti in sonorità del tutto inusuali e a volte oniriche (lo splendido “Oslo Hotel”) così come in ogni momento ti consente di rientrare nell’ambito di un discorso più canonico e strutturato ( quale il brano d’apertura “Where are you”). Ed è proprio questa alternanza che rende l’album, a mio avviso, particolarmente esaltante ed originale , originalità evidenziata anche dall’uso quanto mai intelligente ed appropriato delle “nuove macchine” che così risultano funzionali all’intento dei tre, mai soverchiandone le idee.
In tal modo Cecchetto, Maier e Rabbia sono in grado di dare il meglio di sé in qualsiasi contesto si esibiscano, all’interno delle possibilità offerte dalla formazione: quindi assolo, duo, trio.

Se Cecchetto ha quindi raggiunto la fama che merita, un musicista ancora del tutto sottovalutato è il pianista, arrangiatore e compositore Norberto Tamburrino che ha da pochissimo licenziato un pregevolissimo album dal suggestivo titolo “Prigioniero del mare – Prisoner of the sea – AR AJ 0183” . Il cd contiene 12 brani, 10 composizioni originali dello stesso Tamburrino (con un'Alt take) e il celeberrimo "Pannonica" di Thelonious Monk.
Il CD è strutturato in due parti ben distinte: la sezione ritmica, composta da Joseph Lepore al contrabbasso e Bruce Cox alla batteria, è presente nelle prime sei tracce mentre J. D. Allen al sax tenore si fa ammirare solamente nelle due versioni di "Prigioniero del Mare" registrate
a New York nel novembre del 2006. Le altre 6 tracce del disco sono in solo piano, registrate in Italia, per la precisione a Taranto, città dove Tamburrino è nato nel 1964 e dove risiede ancora oggi. L’album fa seguito all’altro eccellente CD pubblicato a maggio 2006 da Splasc(H) Records, intitolato "Deco", e contenente numerosi brani originali. Nel disco, registrato in parte a New York, appaiono tra gli ospiti due illustri solisti di scuola americana: ancora il sassofonista americano J. D. Allen, ed il trombettista Fabio Morgera.
Devo dire che già all’ascolto di questo primo album mi avevano colpito alcune caratteristiche di Tamburrino, caratteristiche che ho ritrovato amplificate in questo nuovo album che non esito a definire eccellente. E per più di un motivo.
Innanzitutto l’artista pugliese dimostra di essere musicista a tutto tondo facendosi apprezzare sotto svariati aspetti, primo fra tutti quello compositivo. Come già detto quasi tutti i brani sono suoi e nello scrivere l’artista evidenzia un tratto quanto mai felice, con elementi di suggestiva introspezione che fanno capolino ora qui ora lì. Particolarmente interessantI, al riguardo, “A breath on wings”, “Ocean view” e “Tramonti di pioggia” mentre “Prigioniero del mare” ci riporta su territori di un mainstream vissuto comunque con originalità e consapevolezza.
Originalità e consapevolezza che ritroviamo nel Tamburino esecutore, dotato di una solida preparazione di base, di un tocco leggero ma sempre swingante, di una grande facilità improvvisativa e di una particolare ricchezza armonica.
Partendo da queste premesse, avrete già capito che l’album si fa ascoltare con grande interesse dalla prima all’ultima nota anche perché ,una tantum, il materiale non viene “trattato” ma lo ascoltiamo così come lo ascolteremmo dal vivo, eccezion fatta per "Stars in Box" in cui il pianoforte di Tamburrino si sovrappone ad una base , preregistrata, composta da organo, koto, violini ed un piano elettrico.

E restiamo ancora nel Sud per fare la conoscenza di un pianista e cantante che negli ultimi tempi ha firmato due nuovi album : Larry Franco , “Two in one – Philology W361” e “A crooner in the land of Dixie – Philolgy W362”.
Musicista di chiara impostazione swing, Larry Franco incide adesso per la Philology, cosa a prima vista piuttosto strana ove si tenga ben presente la linea perseguita dell’etichetta negli ultimi vent’anni; ma è lo stesso Paolo Piangiarelli, responsabile della Philology, a spiegare l’arcano nelle note che accompagnano il secondo album laddove afferma esplicitamente che la decisione di fare un’eccezione ed aprire al jazz tradizionale è dovuta al fatto che, a suo avviso, la “Jazz Society” di Larry Franco è “la migliore in assoluto in Italia, l’unica che sappia davvero celebrare i fasti e l’allegria del Dixieland, arricchendoli con intelligenti spunti di jazz moderno”.
Anche se l’analisi può forse peccare di eccessivo entusiasmo, non c’è dubbio alcuno che l’album sia di eccellente fattura grazie alla felice scelta del repertorio, al perfetto interplay tra band e crooner, e in particolare alla felice intuizione di Larry Franco che riesce a far rivivere brani come “Non sparate sul pianista” , “Marilù”, “Permettete signorina” alla riscoperta di quel patrimonio nostrano che per fortuna è oramai entrato nelle grazie di molti jazzisti.
Comunque, tra i due l’album che preferisco è “Two in one” dove Larry Franco duetta con alcuni dei migliori pianisti oggi in esercizio e non solo nel nostro Paese. Dado Moroni, Franco D’Andrea, Renato Sellani – tanto per citare qualcuno – sono nomi di assoluto livello internazionale ed in tutti i casi Larry regge perfettamente il confronto duettando da pari a pari con una maturità ed una duttilità davvero non comuni. Basti al riguardo ascoltare “Wild waves” e “Do you know what it means to miss New Orelans” con Franco D’Andrea o “Goodbye” e “Arrivederci” con Renato Sellani.

“Nemo profeta in patria” recita un vecchio detto che si adatta perfettamente alle vicende professionali di Claudio Zanghieri, un eccellente bassista che dopo essere “emigrato” in Germania ed essersi fatto lì apprezzare come talentoso musicista, adesso cerca di trovare i giusti apprezzamenti anche sul suolo patrio. E lo fa con un bell’album : “Claudio Zanghieri – Envisions - Jazzsick Records 5021 JS” .
Si tratta di un disco fusion , ma una fusion di qualità che rende merito al gruppo, una piccola multinazionale del jazz messa su da Zanghieri che ha voluto accanto a sé, per questa sua prima fatica da leader, l’altro italiano Cristiano Micalizzi alla batteria, l’ungherese Tony Lakatos ai sax tenore e soprano e il tedesco Christian Lohr all'organo Hammond e tastiere varie.
Il risultato è davvero notevole: il gruppo si muove con estrema compattezza ed affronta con eguale disinvoltura sia i brani più mossi come “Never alone” (in cui risulta evidente un qualche influsso dei Weather Report), sia le ballad (splendida “Castle March” impreziosita da assoli del leader e di Christian Lohr). In ogni brano si evidenzia, comunque, un senso della misura dovuto alla sapiente regia del laeder che non si è accontentato di firmare tutte le composizioni, ma le ha altresì arrangiate e prodotte... oltre ad aver suonato diversi tipi di basso acustico, elettrico e synt...insomma una prova da musicista completo sotto ogni punto di vista.
Se ne accorgeranno in Italia? Il dubbio è obbligatorio!
commenta commenta ( 1 visita )  |  permalink

Da Bixio a Tenco, novità in libreria
giovedì, 10 gennaio, 2008, 19:44 - Recensioni
Il mercato editoriale ci propone due belle novità dedicate rispettivamente a Luigi Tenco e alla celeberrima canzone “Mamma”.
A questo punto molti lettori si staranno chiedendo come mai trovino ospitalità tra queste colonne, prevalentemente dedicate al jazz, due volumi che almeno in apparenza sono distanti anni luce dalla musica afro-americana.
Ebbene, la risposta è quanto mai semplice: innanzitutto perché si tratta di libri che vale la pena leggere, in secondo luogo perché quando si parla di musica con competenza tutto si tiene in un contesto più generale in cui – come vi accorgerete anche dalla lettura dei libri in oggetto – il jazz ricopre oramai un ruolo non secondario.
Ma entriamo, adesso, più nello specifico.

“Il mio posto nel mondo – Luigi Tenco cantautore” a cura di Enrico de Angelis, Enrico Deregibus e Sergio Secondiano Sacchi, BUR pgg.574 €12,00 è il volume più completo che sia stato finora dedicato al celebre cantautore. Nato per iniziativa del Club Tenco, è una sorta di puzzle, molto complesso e variegato, in cui uno accanto all’altro si ritrovano interventi di carattere assai diversi ma uniti dallo scopo finale: lumeggiare al meglio la figura dell’artista mettendone in luce le caratteristiche più importanti e trascurando quegli aspetti morbosi che pure hanno accompagnato – e non poteva essere diversamente – la sua tragica fine. Non a caso, oltre al presidente della Camera che ha firmato la prefazione, sono oltre duecento i personaggi che in vario modo hanno collaborato all’opera con contributi per lo più inediti. Impossibile ricordarli tutti in questa sede anche se qualche nome lo si può fare giusto per dare un’idea dell’importanza di tali “collaboratori”: da Salvatore Quasimodo a Fernanda Pivano, da Francesco De Gregori a Giorgio Calabrese…fino a Giovanna Marini e Paola Turci.
Di qui un affresco a tutto tondo in cui emerge chiaramente non solo la figura del Tenco arista ma anche e forse soprattutto quella dell’uomo Tenco, inserito in un contesto socio-economico che tanto importante è stato per il successivo sviluppo del nostro Paese.
Dato l’ampiezza del materiale, assai opportunamente i curatori lo hanno diviso in tre grandi sezioni: “INTORNO” dedicato al contesto in cui si è mosso Luigi Tenco, “DURANTE” che esamina in particolare le canzoni e il percorso artistico del cantautore piemontese, “DOPO” che tratta quanto accaduto successivamente al 1967, il tutto preceduto da una sorta di lunga introduzione in cui i tre curatori del libro “conversano” ponendo sul tappeto i loro personali ricordi su Tenco.
Personalmente ho gradito di più la prima parte del volume che tratteggia in modo assai intelligente le condizioni dell’Italia tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’60. Così per ogni anno viene descritto un quadro sintetico ma quanto mai chiaro che ci riconduce, passo dopo passo, alla riscoperta di tanti elementi che troppo spesso abbiamo colpevolmente dimenticato.
In tale contesto di particolare rilievo gli interventi della Pivano e di Sergio Secondiano Sacchi dedicati rispettivamente “Alla radice del dissenso di Tenco” e a “La musica che gironzolava intorno”. Come accennavamo in apertura, in queste pagine risulta chiaramente l’amore di Tenco verso il jazz e quanto importante sia stata questa musica nella formazione artistica del giovane cantautore.
Formazione che il volume segue passo dopo paso e approfondisce soprattutto nella seconda parte dove vengono prese in considerazione tutte le canzoni con un’analisi che va oltre il fatto meramente musicologico per scendere nelle più profonde motivazioni che hanno spinto in una certa direzione il Tenco poeta.
Insomma un volume che si fa leggere con grande interesse dalla prima all’ultima pagina.

Di impostazione completamente diversa il secondo volume “Alle origini di uno stereotipo italiano MAMMA La canzone più famosa di C.A.Bixio nella testimonianza dei figli Carlo e Franco Bixio e nel racconto di Sabina Ambrogi” – donzelli canzoni – pgg.152 € 16,00.
A giudicare dal titolo sembrerebbe un volume interamente dedicato a questa celeberrima canzone, ed invece anche in questo caso i curatori hanno pensato bene di storicizzare il tutto nel tentativo, perfettamente riuscito, di fornire un quadro dell’Italia che fu.
Così accanto all’approfondita narrazione delle vicende umane ed artistiche di C.A.Bixio troviamo tutta una serie di annotazioni mai banali o superflue che connotano assai bene il periodo in cui il racconto si svolge. Di qui una vividezza di immagini che si trasmette pagina dopo pagina e che rende la lettura del libro quanto mai appassionante.
Quindi una storia della musica che si svolge parallelamente ad una storia del costume nel cui ambito “Mamma” ,come afferma Sabina Ambrogi, rappresenta l’identità italiana costruita sulla figura materna.
Ma questo brano ha rappresentato anche qualcos’altro ed è anche grazie a queste ulteriori caratteristiche che è divenuto un brano immortale, eseguito in tutto il mondo.
Innanzitutto nell’ambito dello show-business italiano “Mamma” è stato il primo pezzo “leggero” che con voluta determinazione viene lanciato come oggetto di consumo, e il lancio viene pianificato ed attuato attraverso tutti i mezzi allora disponibili, vale a dire i 78 giri, la radio, il cinema, le sale da ballo. Ed al riguardo particolarmente interessanti le notazioni circa il rapporto che allora legava il cinema e la canzone.
In secondo luogo sul piano del linguaggio “Mamma” rappresenta forse il punto di sutura tra la canzone “classica” proveniente dalla romanza e la cosiddetta “canzone nuova” assumendo così connotazioni linguistiche tali da consentirne la traduzione praticamente in tutti gli idiomi, dall’inglese al francese, dallo spagnolo al portoghese, al tedesco…
E così il miracolo si perpetua fino ai nostri giorni con grandi artisti che non disdegnano di misurarsi con questo pezzo che oramai rappresenta una fetta importante della nostra storia musicale…e non solo.
commenta commenta ( 2 visite )  |  permalink

Tanti cari auguri, Sergio!
giovedì, 10 gennaio, 2008, 19:42 - Appuntamenti
Sergio Coppotelli, chitarrista di vaglia, festeggia il I febbraio prossimo i primi 60 anni di carriera e lo fa con una grande festa all’Alpheus di Roma; per il concerto si esibirà il quintetto dello stesso Coppotelli completato da Cristiana Polegri (Sax e voce), Cinzia Gizzi (piano), Pino Sallusti (contrabbasso) e Marco Rovinelli (batteria); ma nel corso della serata dovrebbero salire sul palco, come graditi ospiti, alcuni dei musicisti che negli anni hanno collaborato con lui quali, tanto per citare qualche nome, Maurizio Giammarco, Stefano di Battista, Stefano Sabatini, Roberto Gatto, Giampaolo Ascolese, Giovanni Tommaso, Marcello Rosa…
In effetti tanti anni sono passati da quell’oramai lontano 1948 quando fu tenuto a battesimo da Bruno Martino che lo volle con se dopo averlo ascoltato in una jam session in cui erano presenti anche Piero Piccioni, Armando Trovaioli, Nunzio Rotondo, Carlo Loffredo, De Carolis.
Da allora Coppotelli di strada ne ha fatta tanta collaborando con alcuni dei più grandi musicisti del jazz internazionale ed al riguardo c’è un ricordo che Sergio mantiene sempre vivo nel cuore, il complimento che gli fece Gli Evans davanti a tutti i colleghi della Big Band della RAI di cui ha fatto parte per molti anni : “Sergio, I’m glade to hear you”.
Per festeggiare al meglio questi 60 anni di carriera, uscirà un nuovo disco edito dall’Alfa Music Studio di Roma significativamente intitolato “Sergio Coppotelli “Goin’ solo” (60 years in Jazz guitar)” tratto da una session registrata dal vivo alcuni anni fa e che presenta il chitarrista per la prima volta impegnato in un difficile album per solo chitarra eccezion fatta per un brano in cui duetta con Jim Hall.


<<Inizio <Indietro | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 | 30 | Avanti> Fine>>