A PROPOSITO DI JAZZ, di e con Gerlando Gatto

“AMICI”: Un titolo oramai inappropriato
giovedì, 17 aprile, 2008, 15:55 - Commenti
Secondo alcuni “prof”, di certo tra i più polemici, non sa cantare e in quella scuola non avrebbe dovuto neanche entrarci…e invece Marco Carta, ragazzo ventiduenne di Cagliari, ha vinto a mani basse la finale a quattro. Si è conclusa, con questo paradosso che la dice lunga sulla natura della gara, la settima edizione di “Amici”, il fortunato programma di Maria De Filippi su “Canale 5”.
In effetti Marco non ha praticamente avuto rivali e, ad onta delle dure critiche - spesso immotivate ed esagerate - che l’hanno bersagliato per tutta la durata del programma, è stato in testa al televoto fin dalla prima puntata, il che pone un interrogativo non eludibile: è il pubblico che nulla capisce o sono gli insegnanti che qualche volta partono da posizioni preconcette che non abbandonano sino alla fine?
In realtà, senza particolarmente eccellere, Marco era anche a nostro avviso il “concorrente” più meritevole essendo dotato, almeno, di una timbrica originale che, se ben coltivata, potrà dare qualche frutto.
Gli altri finalisti non si staccavano da un’aurea mediocrità: Roberta Bonanno ha una bella voce ma priva di precisa identità e quindi poco originale, Francesco Mariottini è un buon ballerino ma non ancora di eccelso livello (anche se a lui è andato il premio della stampa) mentre Pasqualino Maione sarà pure il più eclettico dei quattro ma di strada ne deve fare davvero tanta per acquisire una personalità degna di questo nome.
Comunque, indipendentemente dal risultato finale, quest’ anno il programma non ha raggiunto gli standards delle scorse edizioni e ciò per una serie di motivi che cercheremo di illustrare brevemente.
Innanzitutto, come accennavamo, la mancanza di un personaggio che spiccasse sugli altri, di un ragazzo veramente talentoso, e ciò indipendentemente dal fatto che la vittoria finale andasse proprio a lui…ché anzi, l’esperienza insegna, assai di rado in questa trasmissione il voto popolare ha premiato i talenti migliori. Ricordiamo lo scorso anno la splendida voce di Karima mortificata in finale dalla vittoria di un ragazzino dall’aspetto evidentemente gradito alle mille fanciulline che votano in queste occasioni.
Ma questa volta, cosa ancora più grave, non solo non c’erano in pista talenti davvero degni di questo nome, ma neppure personalità rilevanti: un gruppo di ragazzi e ragazze, forse volenterosi, ma sicuramente presuntuosi, capricciosi, immaturi dal punto di vista umano come testimoniano le terrificanti scene mostrate agli spettatori nelle strisce pomeridiane.
Cosa che giustifica più di qualche sospetto…nel senso che forse gli autori, resisi conto della non eccelsa caratura artistica dei partecipanti, hanno preferito virare sulla rissa che purtroppo continua a fare audience. E così se ne sono viste e sentite di tutti i colori con insulti più o meno espliciti, scenette derisorie davvero deprimenti, considerazioni non proprio degne di Pierre de Coubertin.
In tutto questo i professori hanno la loro bella parte di responsabilità… nel senso che mai si sono tirati indietro anzi hanno contribuito a creare un clima di tensione continua con valutazioni in diretta che forse sarebbe stato meglio evitare…e al riguardo forse non sarebbe male che ognuno fosse riandato indietro nel tempo alle proprie esperienze professionali, alle prime “uscite” in pubblico quando le ginocchia tremavano e il cuore batteva a mille all’ora. Ecco, se si fosse guardato più al passato, forse ci saremmo risparmiati certi giudizi inutilmente tranchants che sottolineavano – almeno nelle intenzioni di chi li esprimeva – la propria competenza ma non servivano certo alla maturazione dei giovani.
Con ciò non vogliamo certo dire che gli alunni non andassero ripresi… per carità! Ma c’è modo e modo: perché umiliare i ragazzi davanti a tutti? Perché affermare, coram populo, che tizio o caio non avrà mai un futuro in quel campo? Lascialo decidere a chi andrà a sentirli, a vederli… e se proprio glielo vuoi dire, fallo in privato… hai un sacco di tempo a disposizione !
E a questo proposito ci sorge spontanea una domanda: dato il clima di rissa perenne che si era creato – i componenti della squadra blu contro quelli della squadra bianca, alunni contro professori, professori contro professori – non sarebbe stato più logico chiamare il programma “Nemici” dato che il termine “Amici” risultava quanto meno grottesco?
Cara Maria, stando così le cose, perché non dare una bella sterzata al programma la cui formula può ancora funzionare… magari cambiando alcuni docenti, i più inutilmente polemici, per vedere cosa succede?
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Nasce “I-Jazz” per migliorare la situazione del jazz
martedì, 15 aprile, 2008, 09:12 - News
- Diffondere progetti musicali, e cioe’: associazioni, rassegne, club che svolgono attività durante tutto l’anno; circuiti che uniscono varie città e teatri su base regionale o provinciale; festival estivi ed invernali con sede in luoghi suggestivi e prestigiosi; centri di produzione e formazione con importanti iniziative didattiche;
- rivolgere una profonda attenzione alla musica dal vivo, alla promozione del pubblico, al miglioramento delle le condizioni di ascolto;
- promuovere la priorità del jazz e delle musiche d’oggi, attraverso l’incentivazione della ricerca e della creazione musicale originale, anche in forma di coproduzione;
- sviluppare l’indipendenza nella programmazione, l’apertura verso ogni genere musicale di qualità;
- svolgere un costante lavoro sulla formazione e sul decentramento, nella ricerca di nuovo pubblico;
- sostenere gli interpreti italiani ed europei e valorizzare i nuovi talenti;
- abbattere i costi di produzione e rappresentazione degli spettacoli.
Questi gli obiettivi fondamentali dell’associazione nazionale “I.Jazz” costituita 1 febbraio 2008 e presentata ufficialmente a Roma presso la Casa del Jazz da Gianni Pini (Presidente I-JAZZ), Paolo Fresu (musicista e direttore Time in Jazz Berchidda), Paolo Damiani (musicista e direttore Rumori Mediterranei Roccella Jonica) e da altri direttori e rappresentanti dei Festival aderenti. Ha partecipato anche Jacques Panisset,vice presidente dell’Afijma,associazione che raggruppa i festival jazz e di musica improvvisata in Francia e con la quale “I.Jazz” ha stabilito un rapporto di collaborazione.
In buona sostanza questa nuova “creatura” del mondo del jazz raccoglie alcuni dei più conosciuti e seguiti festival jazz Italiani che si sostanziano in 14 manifestazioni musicali in 12 differenti regioni, dal nord al sud, alle isole; per la precisione: Casa del Jazz, Crossroads, Music Pool, TAM Marche, Itinerari Jazz, Vicenza Jazz,Time in Jazz Berchidda, Pomigliano Jazz, Novara Jazz, Rumori Mediterranei Roccella Jonica, Sardegna Jazz, CAM Sicilia, Siena Jazz, Musica Oggi, Una Striscia di Terra Feconda(Roma).
Questa iniziativa – hanno spiegato i responsabili - prende avvio dalla necessità di costituire un punto di riferimento per attivita’ che in questi anni hanno registrato una sensibile espansione - sia per le potenzialità della creatività artistica sia per l’attenzione del pubblico - ma che non hanno trovato adeguata soddisfazione nella struttura nazionale del mondo della musica. E’ infatti cresciuta la domanda del pubblico ed anche l’offerta può contare su manifestazioni più forti e riconoscibili, ben radicate sul territorio. Tutto questo si somma ad un momento assai positivo per il jazz italiano che, potendo contare su tanti protagonisti di valore, sta vivendo una importante stagione, suggellata da una crescente popolarità all’estero.
Nel dare vita a “I-Jazz” si ritiene che questo sia il momento opportuno per consolidare queste attività, per quanto riguarda sia la produzione sia la circuitazione, senza disdegnare una azione forte per il sostegno dei giovani interpreti.
I-Jazz si impegna, quindi, ad essere presente e sostenere tutte le iniziative finalizzate alla promozione del jazz e delle musiche ad esso collegate, ed in particolare:
- una riforma della legge per la musica indirizzata a tutti i generi musicali e che riconosca il valore sociale del jazz e della musica di creazione, distinguendo tra iniziative di facile consumo e progetti artistici e di ricerca;
- sostegno alla diffusione della musica in tutti gli spazi dove questo e’ possibile, inclusi i piccoli centri, spesso esclusi dai circuiti ufficiali;
- sostegno ai progetti di produzione originale, con particolare attenzione a quelli più innovativi, alla loro incisione discografica, fino alla possibilità di realizzare archivi on line scaricabili legalmente.
- Un maggior investimento sui giovani musicisti e sulle strutture (sale da concerto, sale per prove e registrazione, centri di ricerca, scuole)
I-Jazz punterà altresì alla realizzazione di un maggiore coordinamento dei cartelloni, con programmazione comuni di artisti, la realizzazione congiunta di tour condividendo i costi dei viaggi e della programmazione, la ricerca congiunta di possibili fonti di sponsorizzazione, la individuazione di progetti comuni sui quali far convergere le reciproche energie, lavorando per dare un segnale di razionalità alla offerta di musica privilegiando i progetti ed il coordinamento.
Per quanto riguarda il programma di lavoro per l’anno 2008 si evidenziano i seguenti obiettivi:
- realizzazione fin dalla prossima stagione di un cartellone di eventi coordinati e di creazioni originali in grado di essere rappresentati sull’intero territorio nazionale e possibilmente all’estero, sulla base di una forte collaborazione tra le varie iniziative e con le associazioni europee di jazz;
- il coordinamento, in collaborazione tra i vari festival, della presenza dei piu’ interessanti progetti musicali internazionali, con minori costi ed una gestione più razionale di tour e concerti;
- una forte attività per la promozione ponendo l’accento su tutte quelle iniziative che, patrimonio del lavoro dei singoli soci, testimoniano una forte presenza, oltre che sul piano concertistico, per attività espositive, di formazione, di sensibilizzazione del pubblico;
- indizione di un concorso di composizione con il titolo di “Volare Jazz” rivolto a giovani e con in premio una borsa di studio e la possibilità di rappresentare nei principali festival il progetto vincente;
- apertura di un confronto con la SIAE sui temi della composizione jazz, per il riconoscimento dei diritti di improvvisazione, per affrontare il tema dei costi della musica dal vivo;
- realizzazione di un sito/portale dedicato alla musica jazz, contenente, oltre alle informazioni sui concerti e sulle attività dei soci, un archivio di musica registrata in audio e video da poter mettere a disposizione – gratuitamente ed a pagamento - di soci ed utenti;
- dare vita ad una forte campagna promozionale su quotidiani e riviste specializzate, superando la tradizionale difficoltà di visibilità di queste manifestazioni anche per la ristrettezza dei budget, privilegiando l’azione congiunta;
- sostenere ogni tentativo per dare vita in Italia – così come in tanti paesi europei - ad un momento centrale di promozione del jazz italiano con un vero e proprio italian jazz meeting.


Grande jazz made in Italy
martedì, 15 aprile, 2008, 09:11 - Recensioni
Emanuele Basentini & Carlo Atti – “The best thing for you” – Red Records 123311
Ecco un altro “vigoroso” album della “Red Records” che riconferma appieno tutte le caratteristiche di questa etichetta che ha fatto della coerenza una sorta di carta vincente. In effetti tutti gli album targati “RR” si caratterizzano per una certa visione del jazz che sicuramente sta ben lontana da qualsivoglia fumistecheria o da quello sperimentalismo ad ogni costo che tanti guasti ha apportato alla musica.
A ciò si aggiunga il desiderio di puntare su musicisti di sicura affidabilità che per un motivo o per l’altro non hanno però avuto la possibilità di mettersi in luce presso il grosso pubblico così come meriterebbero.
E’ il caso dei protagonisti di questo album: pur essendo da tempo considerati straordinari musicisti , sia Casentini sia Atti non hanno raggiunto quel successo “pieno” che pure le loro straordinarie capacità meriterebbero.
Tenorsassofonista di solida preparazione e di grande sensibilità, Carlo Atti ha già all’attivo una lunga e luminosa carriera che lo ha portato, tra l’altro, a costituire un proficuo sodalizio con un altro sassofonista di tutto rispetto quale Piero Onirici.
Dal canto suo il chitarrista Emanuele Basentini ha vinto nel 1998 il Premio Nazionale “Massimo Urbani” di Urbisaglia , e da allora ha riscosso l’incondizionato entusiasmo di “colleghi” del calibro di Franco D’Andrea e Pat Metheny.
Per questa fatica discografica i due hanno chiamato a loro fianco altri musicisti di sicuro spessore quali i pianisti Pietro Lussu (impegnato anche all’organo in “There’s no you”) e Leonardo Borghi, i contrabbassisti Pietro Ciancaglini, Vincenzo Florio e Giuseppe Talone, i batteristi Lorenzo Tucci e Marco Valeri.
Il risultato è un jazz che si riallaccia direttamente alla lezione dei grandi del jazz moderno impreziosito da grande freschezza e capacità improvvisativa; non a caso l’album si basa su ben 9 standards e solo due originals firmati rispettivamente Emanuele Basentini e Pietro Ciancaglini. Ma neanche per un attimo la tensione interpretativa cala a dimostrazione di uno stato di grazia che ha evidentemente caratterizzato i musicisti idrante le sedute di registrazione svoltesi a Roma tra il marzo e l’aprile dello scorso anno.

Guido Manusardi – “Folk Tales” – Soul Note 121431
La “Soul Note” è un’altra di quelle etichette che oramai da molti anni documentano assai bene il jazz italiano. In questo ambito un posto di tutto rilievo lo ricopre Guido Manusardi , sicuramente uno dei pianisti più originali che la scena jazzistica internazionale possa vantare.
In questo album, registrato nel 2002 ma pubblicato solo nel 2007, Manusardi si avvale della collaborazione di Roberto Rossi al trombone e conchiglie, Lucio Terzano al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria e completa una sorta di trittico dedicato alla musica romena i cui precedenti sono costituiti da “The village fair” e “Doina”.
Anche in questo caso Manusardi prende spunto dalla musica folklorica per dare poi spazio alle proprie capacità improvvisative, alla propria visione della musica in un contesto in cui il jazz – ovvero le modalità espressive del jazz – la fa da assoluto padrone. Quindi chi si attendesse una sorta di musica etnica con una spruzzatina di jazz rimarrebbe del tutto deluso. Qui si ascolta un jazz robusto in cui l’eccezionale padronanza strumentale di Manusardi da un canto si piega alle sue necessità espressive, dall’altro trova il modo di fittamente dialogare con il trombone di Rossi, il tutto ben sostenuto da una ritmica eccezionale fornita dal basso di Terzano e da quell’autentica macchina da swing costituita dalla batteria di Cazzola.

Fabio Morgera – “Need for peace” – Splasc(h) CDH 898
L’antico detto “nemo profeta in patria” ben si adatta a molti jazzisti made in Italy; tra questi c’è il trombettista Fabio Morgera che è dovuto andare negli States per trovare finalmente quella considerazione che le sue capacità ben meritavano.
In questo album della Splasc(h), registrato a New York nel giugno del 2005 e nel gennaio del 2007, lo ritroviamo in una formazione “allargata” in cui spiccano, tra gli altri, il trombonista Jason Jackson e il pianista Joe Ashlar.
L’album come si evince dal titolo – “Need for peace” – è un sentito inno alla pace che origina dalla tragedia dell’11 settembre.
Di qui una serie di composizioni per lo più dello stesso Morgera che, in linea con l’assunto, si svolgono in un clima generale di soffusa malinconia a sottolineare lo stato d’animo del leader e dei suoi compagni di viaggio.
Ciò però non deve far pensare ad un andamento monocorde dell’album ché anzi le atmosfere sono sagacemente variate cosicché la musica risulta sempre interessante .
Molti i brani interessanti tra cui quello che dà il titolo all’album e “All alone” ma, indipendentemente dai singoli pezzi, ciò che si nota maggiormente è la estrema cura con cui l’album stesso è stato realizzato, la precisione dei dettagli, gli attacchi, gli unisono, la successione degli assolo, l’equilibrio tra gli stessi e i pieni orchestrali, la bellezza degli intrecci armonico-ritmici.
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Le voci del jazz, Marilena Paradisi: "L’importante è credere in ciò che si fa"
mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:44 - Interviste
Una voce calda e suadente che sa transitare con estrema disinvoltura dai toni più acuti ai bassi più profondi, un’intonazione perfetta, una bella presenza scenica, una fortissima determinazione ed una naturale carica di simpatia: in pochi anni Marilena Paradisi è riuscita a conquistare la stima della critica, soprattutto quella internazionale. Ma come è riuscita ad ottenere questo straordinario risultato? Ce lo spiega lei stessa nell’intervista che segue.

- Cominciamo dall’inizio; dove sei nata e come è iniziato il tuo rapporto con la musica?
“ Sono nata a Roma ed il mio rapporto con la musica è nato in modo assolutamente spontaneo, naturale tanto che neanche io so individuarne il punto di partenza o la motivazione, anche perche’ in famiglia nessuno era interessato alla musica. Sta di fatto che , sin da piccolissima, ero attratta dalla musica classica ed ascoltavo soprattutto Mozart e Bach. Dapprima ho studiato pianoforte, poi sono passata alla danza classica e quindi il legame con la musica è diventato ancora più stretto tanto che i “Concerti Brandeburghesi” rappresentavano una sorta di pane quotidiano. Il tutto suscitando a volte l’apprensione dei miei genitori ,che non mi vedevano giocare come le altre bambine, a volte una dura opposizione: ricordo che quando studiavo pianoforte, molte porte di casa sbattevano in segno di rifiuto o di fastidio verso i miei studi. Poi , anche per tali motivi, per un lungo periodo ho interrotto questo filo con la musica, filo che ho ripreso molti anni dopo quando sono andata a studiare danza a New York. Lì c’è stato un vero proprio colpo di fulmine: ho incontrato il jazz e me ne sono innamorata! Sono tornata a Roma e ho cominciato a studiare canto; avevo deciso: il canto jazz sarebbe stato la mia strada “.

- In particolare, per quanti anni sei stata lontana dalla musica?
“ Per una quindicina d’anni. Poi, quando ho ripreso, era oramai divenuto un fatto mio, senza che qualcun altro potesse in alcun modo interferire e così sono andata avanti per la mia strada. Tieni presente che, proprio per i motivi che ho precedentemente illustrato, a diciotto anni sono scappata di casa e ho potuto disegnare i miei percorsi in modo assolutamente personale, anche perché mi ero resa oramai indipendente”.

- Ricordi qual è stato l’artista o il disco o lo stile che ti ha fatto innamorare del jazz?
“ Assolutamente sì: innanzitutto c’è da rilevare come spesso gli accadimenti di una persona derivano anche dai rapporti umani che la stessa intrattiene in quel determinato periodo storico. Ebbene in quel momento io avevo un fidanzato che amava il jazz, suonava il sassofono e quindi cominciò a farmi ascoltare un bel po’ di musica. In quel periodo io studiavo canto ma ancora non avevo preso alcuna direzione ben precisa. Poi ascoltai l’album “Ballads” di John Coltrane e lì è scattata una vera e propria passione: cominciai ad ascoltare Coltrane, Miles Davis, moltissimo Bill Evans e Chet Baker privilegiando, quindi, quella forma di jazz che si basava soprattutto sul cuore, sull’espressività…”

- Da quanto emerge dai tuoi dischi, sembra che tu utilizzi la voce in modo canonico, del tutto naturale, senza cioè attribuire alla voce stessa alcuna funzione o tonalità strumentale. Eppure tra le tue fonti di ispirazione mi hai nominato solo strumentisti. Come mai?
“ Tieni presente che quei jazzisti che ti ho elencato rispondevano alla Tua domanda circa il mio primo incontro con il jazz…e comunque tra tali musicisti ho citato Chet Baker che era caratterizzato da un’emissione vocale per me assolutamente affascinante: il suo canto è sempre stato ESSENZIALE ed era questo che mi colpiva moltissimo. Anch’io volevo, fortemente volevo, che il mio canto fosse essenziale, senza alcun orpello suppletivo. Poi quando ho cominciato ad intensificare il mio studio sulla vocalità , ho preso moltissimo sia da Helen Merrill sempre per lo stesso motivo (vale a dire l’essenzialità), sia da Shirley Horn. Queste sono le cantanti che mi hanno colpito all’inizio. Molto meno, ad esempio, Billie Holiday, che ho scoperto tardi, come se all’inizio non riuscissi a comprenderne appieno il senso. Sempre in quel periodo mi affascinava anche Sarah Vaughan con le sue improvvisazioni.( Ma ho ascoltato comunque tantissimo gli strumentisti per la mia formazione.) Insomma fin dall’inizio ho sempre avuto un doppio modo di intendere la vocalità: da un lato questa interpretazione molto scarna (avrei voluto essere capace di stare immobile riuscendo egualmente a dire qualcosa, cercando quindi qualcosa di profondo dentro di me); dall’altro il gusto di utilizzare la voce anche in modo strumentale, virtuosistico , cosa che, almeno fino ad ora, si evidenzia poco o nulla dai miei tre dischi. Anche perché una cosa è il live, un’altra il disco. Quando ho fatto i miei album, tutti i grandi musicisti con cui ho lavorato – da Sellani a Piana a Zigmund, – tutti mi hanno raccomandato di essere scarna, di andare al sodo…e io così ho fatto. Il concerto è un altro tipo di esperienza”.

- Come vivi il rapporto con il pubblico ? C’è qualche episodio che ricordi in modo particolare?
“Sai, il rapporto con il pubblico nel campo del jazz è sempre particolare: arriverei a dire che sempre quanto succede sul palco è il frutto di una interazione più o meno forte con il pubblico a cui tu trasmetti qualcosa ma che a sua volta ti rimanda un certo tipo di energia, positiva o negativa che sia”.

- Tu hai avuto la fortuna di esibirti dinnanzi a differenti pubblici, anche al fuori dei confini nazionali;hai lavorato, tra l’altro, a New York e Berlino… ecco, trovi qualche differenza apprezzabile al riguardo?
“Devo risponderti in modo affermativo; spesso ho trovato il pubblico “straniero” più caldo e soprattutto partecipe rispetto a quello italiano, all’estero la figura del musicista e’ una figura sociale molto piu’ importante che qui in Italia. Sei piu’ valorizzato, e penso che sia per un fatto culturale”.

- Pensi che questo possa dipendere anche dal fatto che tu sei donna in un ambiente ancora piuttosto maschilista o le due cose non hanno alcun nesso?
“ Questa è una domanda che potrebbe indurre una discussione di parecchie ore..cosa sicuramente non opportuna in questa sede. Eppure alcune cose si possono dire. Non v’è dubbio che ancora oggi, in qualsiasi campo una donna cerchi di realizzarsi sia piu’ difficile…e sicuramente questo accade anche nel jazz che e’ stato anche storicamente molto piu’ maschile. Ma sicuramente, se hai qualcosa da dire e ci credi fermamente e te lo difendi con tutte le tue forze, ce la puoi fare, eccome!! Le cose stanno cambiando per fortuna e in meglio!!!

- E a che punto sei di questo tuo personalissimo cammino?
“ Io sono molto soddisfatta di quel che ho fatto, dei risultati ottenuti. Ovviamente se mi stai parlando del successo, del grande successo, questo nel mondo del jazz è assai relativo. Se invece ti riferisci – come credo – alla mia intima soddisfazione, allora devo dirti che questa c’è; in cinque anni ho fatto tre dischi cosa certo non proprio comune”.

- A quando risale il tuo primo album, “I’ll never be the same”?
“ Al 2002 ed è stato recensito anche da “Jazztimes” e “Jazz Hot” ottenendo così un grande successo all’estero. In realtà ho cominciato a lavorare nei clubs nel 1997 e poi, dopo i classici cinque anni di apprendistato, è nato questo primo lavoro discografico che ha visto la luce anche da una serie di elementi fortuiti. Io avevo conosciuto Eliot Zigmund durante un corso in Veneto e tornata a Roma gli ho scritto una mail quasi per gioco dicendogli: “ma faresti un disco con me?” e dopo qualche giorno lui mi rispose “ma certo, perché no; io sono libero l’otto e il nove aprile”. Era gennaio e a quel punto il dado era tratto, non potevo certo tirarmi indietro: mi sono rimboccate le classiche maniche e ho cominciato a lavorare al repertorio, agli arrangiamenti, e a pensare alla scelta degli altri due straordinari musicisti – Piero Leveratto e Paolo Tombolesi – e in tre mesi ce l’ho fatta ad organizzare il tutto”

- Ma il disco te lo sei prodotta da sola?
“ Assolutamente sì, ed è stato bellissimo. Ci siamo visti alle 8 del mattino con Eliot che veniva da New York, Leveratto da Genova e Tombolesi che invece era residente qui a Roma. Non avevamo provato alcunché … per primo abbiamo registrato “You’are my thrill” che è anche il brano che apre il CD ed è stata buona la prima. Finito questo pezzo, sono andata in regia ad ascoltarlo e la commozione era tale e tanta che mi sono sciolta in un pianto liberatorio: è stato un momento bellissimo che credo mi accompagnerà per il resto della vita. Era accaduta una sorta di miracolo”.

- E gli altri due album, “Intimate conversation” e “Pensiero –Omaggio a Gino Paoli”?
“ Il primo è una logica conseguenza di “I’ll never be the same” dove c’è un brano eseguito in duo con Piero Leveratto, “If you go”, che è stato segnalato dalla critica con particolare attenzione, ritenendolo una piccola gemma. Di qui l’idea di fare un intero CD in duo con questo eccezionale contrabbassista che ha immediatamente accettato la sfida. Ed è stata un’altra esperienza straordinaria: anche in questo caso se non era buona la prima , lo era sicuramente la seconda in quanto l’intesa tra me e Piero si è dimostrata entusiasmante. Ovviamente anche questo album me lo sono finanziato da sola così come il terzo. Al riguardo ho notato una cosa: se i soldi ce li metti tu, nessuno viene a dirti cosa devi o non devi fare. Viceversa se qualcuno investe anche una sola lira, allora si sente in diritto di giudicare, di valutare limitando così le tue scelte artistiche, che invece devono rimanere esclusivamente tue.. almeno io la penso così.”

- Come è nato l’omaggio a Gino Paoli?
“Dai concerti dal vivo che ho fatto con Renato Sellani. In questo caso l’idea è venuta ad entrambi, volevamo avventurarci in un repertorio di song italiane, e abbiamo scelto Paoli proprio perche’ penso che le sue composizioni siano molto vicine, come intenzioni profonde,come modo di raccontare, al jazz e al blues. E così l’abbiamo realizzata dal vivo inserendo anche Dino Piana: io ero rimasta particolarmente colpita da una foto in cui c’erano Piana, Sellani ed Helen Merrill e quindi mi è parso quasi naturale, dovendo fare un album di un certo tipo, chiamare anche Dino Piana. Mi affascinava questa loro antica amicizia. E devo dire che i fatti mi hanno dato ragione: l’apporto del trombonista è di assoluto livello, così come il pianismo raffinato, elegante ed essenziale di Sellani”.

- Quale di questi tre album ti è rimasto particolarmente nel cuore?
“Mah, in una certa misura tutti e tre: certo, il primo è particolare in quanto lo considero la mia nascita artistica, il mio venire alla luce!! Tra l’altro sono stata presa di sorpresa dal piccolo successo che mi è piovuto addosso: recensioni su “Jazz Hot” recensioni su “ Jazz Times ” , su “Musica Jazz” ed io che non sapevo come valorizzare il tutto. Certo il successo è stato soprattutto all’estero in quanto ancora oggi in Italia se canti il repertorio del Songbook Americano, anche il piu’ raffinato e originale negli arrangiamenti, viene bollato come “standards” forse in modo un po’ prevenuto e superficiale, e si fatica un po’ a farsi apprezzare. Ma ripeto, e’ un fatto culturale!!!”

- Tornando all’inizio della nostra conversazione, tu facevi riferimento ad un aspetto virtuosistico del tuo canto che però non si evince dagli album che hai fatto. Qual è il tuo concetto di improvvisazione?
“ Molto dipende ovviamente dal materiale su cui sto improvvisando: se lo faccio su composizioni jazz è una cosa, se improvviso su compositori contemporanei come Bruno Maderna, il quadro cambia completamente: l’uso della voce è completamente diverso”.

- In quale campo ti trovi più a tuo agio?
“ Mi piacciono tutti e due , sia il jazz che la musica contemporanea, ma come ti dicevo la mia ricerca sulla vocalita’ , sta tendendo sempre di piu’ verso la scoperta di nuovi timbri, di nuovi colori espressivi. E’ come se mirassi ad avere una tavolozza di mille colori, con cui poter dipingere la mia improvvisazione. Indubbiamente e’ stata la scoperta di Demetrio Stratos e i suoi studi sulla vocalita’,che mi hanno fatto capire quanto le potenzialita’ della voce siano illimitate”.

- Tu vivi solo di musica?
“Sì: sono una decina d’anni che oramai non faccio altro, dedicando buona parte del mio tempo anche all’insegnamento di tecnica vocale, e rieducazione della voce”.

- Che tipo di soddisfazione trai dall’insegnamento?
“ Sicuramente qualcosa di molto diverso rispetto all’attività di cantante, ai concerti…però devo confessarti che non la considero affatto una attivita’ di ripiego, tirar fuori una voce, costruire una voce, è una soddisfazione davvero grande. E’ un lavoro bellissimo che mi piace tanto”.

- Progetti immediati?
“Ovviamente tanti . Sicuramente mi piacerebbe fare un album con un gruppo più allargato, magari un quintetto o un sestetto, con un repertorio che guardi nuovamente all’estero. E poi c’è un progetto incentrato sulla musica contemporanea, all’insegna dell’improvvisazione più radicale e libera, con il chitarrista Arturo Tallini, un progetto per me assolutamente entusiasmante. Il 9 maggio parteciperemo all’Università di Roma ad un convegno su “ Immagine e suono” e noi improvviseremo estemporaneamente su dei quadri di grandi artisti contemporanei, quali Eva Gebhardt e Alessandro Ferraro; dopo di che sarà fatta una pubblicazione con CD annesso. Sei chiaramente invitato!”

Ci sarò; grazie e a presto!!
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Che musica per le orecchie!
mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:39 - Recensioni
Francesco Bearzatti Tinissima Quartet – Suite for Tina Modotti – Parco della Musica Records
Per molteplici ragioni che non è il caso di esaminare in questa sede, i musicisti friulani sono particolarmente attaccati alla loro terra, alle loro radici, alle loro tradizioni. A quest’aurea regola non fa eccezione l’eccellente sassofonista e clarinettista di Udine, Francesco Bearzatti, che ha da poco proposto il suo nuovo progetto discografico intitolato non a caso “Suite for Tina Modotti”. Si tratta, in effetti, di un omaggio a questa storica fotografa friulana (nata a Udine nel 1896 e morta a Città del Messico nel 1942) che si rese per l’appunto testimone del rivoluzionario Messico degli anni Venti. Personaggio eclettico, difficilmente inquadrabile in una ben definita categoria (operaia, artista, attrice, attivista politica) essa stessa amava definirsi “una fotografa e nient’altro” e probabilmente sotto questo aspetto ha dato il meglio di sé.
A lei Bearzatti dedica, quindi, questa suite in nove movimenti ben scritta e altrettanto ben strutturata in cui il leader si muove con perfetta consapevolezza ben coadiuvato dai suoi partners: il trombettista Giovanni Falzone, il bassista Danilo Gallo , il batterista e percussionista Zeno de Rossi.
I quattro sono perfettamente a loro agio nell’ambito di una partitura alle volte non facilissima, in cui i richiami ai movimenti d’avanguardia si sposano perfettamente con gli echi delle tradizioni folkoriche friulane nonché con alcuni rimandi, del tutto coerenti, alla musica messicana. Il tutto vissuto con piena partecipazione e sincerità di intenti il che allontana del tutto qualsivoglia pericolo di forzatura o artificio.

Marco Castelli Quartet - “Patois” – Blue Serge BLS-012
Il sassofonista veneziano Marco Castelli si ripresenta al pubblico con un quartetto piano-less di tutta eccellenza completato da Ermanno Maria Signorelli alla chitarra classica, Lello Pareti al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria.
E il risultato globale è pienamente all’altezza della bravura dei singoli musicisti: un album gradevole dalla prima all’ultima nota, che mai denota un momento di stanca e che si fa ammirare anche per la varietà delle situazioni proposte. In effetti “Patois” oltrepassa un linguaggio jazzistico canonicamente inteso per affrontare altri territori le cui origini sono piuttosto differenziate. Così, accanto ad un brano prettamente jazzistico quale “African marketplace” di Dollar Brand troviamo la malinconia del Tenco di “Ho capito che ti amo”, la dolce ispirazione di Dulce Pontes (“El primeiro canto”), la splendida melodia di Goran Bregovic (“Ausencia”), la tristezza in canto di Jacques Brel (“Ne me quitte pas”)…a cui si aggiungono cinque originali dovuti tre alla penna di Marco Castelli e uno ciascuno a Ermanno Signorelli e Lello Pareti. Originali che si inquadrano perfettamente nell’atmosfera generale dell’album che privilegia la linea melodica rispetto ad altre chiavi di lettura.
Quindi niente pezzi particolarmente lunghi e molto “suonati”, ma composizioni sobrie, raccolte, capaci di porre nel giusto rilievo sia la capacità di scrittura degli autori (particolarmente rilevanti al riguardo “Good weather” di Castelli e “La Cattedrale” di Signorelli) sia la pertinenza esecutiva.
A quest’ultimo proposito particolarmente felice ci è parsa la scelta di un quartetto orfano di pianoforte in quanto la splendida chitarra classica di Ermanno Maria Signorelli, unitamente all’immaginifico basso di Pareti e al puntuale drummer di Beggio, si incaricano di fornire quello straordinario tessuto ritmico-armonico su cui Castelli e lo stesso Signorelli possono disegnare i loro magnifici assolo.
Complimenti, davvero un bel disco!

Roberto Cipelli – “A’ Léo” – Radio Fandango
Davvero delizioso questo omaggio in chiave jazzistica ad uno dei più grandi interpreti della canzone francese :Léo Ferré.
L’idea è venuta al pianista Roberto Cipelli che per realizzarla ha costituito un gruppo all-stars con Paolo Fresu alla tromba, Philippe Garcia alla batteria, Attilio Zanchi al contrabbasso mentre alla voce di Gianmaria Testa è stato affidato il compito più difficile: reinterpretare le straordinarie liriche di Ferré.
Il risultato è più che soddisfacente in quanto sia gli strumentisti sia il vocalist hanno dato prova di grande duttilità sapendo adattare la loro arte alle musiche e ai testi di Ferré con una pertinenza ed una originalità fuori del comune.
In particolare il piano di Cipelli e la tromba di Fresu affrontano questo materiale allo stesso tempo con rispetto ma con una certa spregiudicatezza il che li porta ad esecuzioni straordinarie in cui si avverte sempre ben presente l’originale che viene comunque arrangiato e rivissuto secondo la personale sensibilità dei musicisti.
Dal canto suo Gianmaria Testa fa valere le sue doti interpretative soprattutto nei brani meno noti come “Les Forains” e “Monsieur William”.

Sergio Coppotelli – “Goin’ solo” – Alfa Projects AFPCD 108
E restiamo in territorio italico con un chitarrista che proprio in questi giorni ha festeggiato i suoi sessanta ani di attività e, proprio in questa occasione, ha consegnato all’attenzione del mondo jazzistico questa sua ultima fatica discografica significativamente sottotitolata “celebrating 60 years in jazz guitar”.
In effetti Sergio Coppotelli si forma nel secondo dopoguerra sotto l’influenza del jazz importato dalle truppe americane, dopo di che passa allo studio del bop; successivamente approfondisce tutti gli stili che man mano si susseguono fino a rasentare, come egli stesso afferma “il free e non disprezzando per un certo periodo nemmeno la fusion” .
Dopo lunghi anni trascorsi da free lance accanto a grosse personalità anche della musica leggera quali Bruno Martino, ha la possibilità di collaborare ed incidere tra gli atri con i più celebri compositori di colonne sonore di casa nostra quali Moricone, Rota e Piccioni … senza dimenticare la permanenza nell’orchestra della Rai di Roma che gli offre l’opportunità di esibirsi accanto ai più grandi jazzmen del mondo. Attorno alla metà degli anni ’80 Sergio intraprende una carriera solistica che lo porta ad incidere alcuni apprezzati album, fino a giungere a quest’ultimo che ben rappresenta la sua vita musicale.
Dotato di una non comune freschezza melodica, di un eccellente senso dello swing e di un naturale blues feeling, Coppotelli racchiude tali elementi in questo album che raccoglie brani, tutti rigorosamente in “solo” , incisi in epoche diverse, alcuni dei quali mai pubblicati in precedenza.
Particolarmente interessanti, a nostro avviso, “So what” di Davis, “Yesterday” di Paul McCartney e i due brani incisi con Jim Hall “Summer dream” dello stesso Coppotelli e “Autumn leaves” di Kosma-Prevert.

Enrico De Carli – “We love Cole” – Music Center BA CD 179
Enrico De Carli è un eccellente pianista ben conosciuto soprattutto nell’area milanese, dotato di un’eccellente preparazione tecnica e di un senso dello swing assai marcato.
In questo lavoro, già esplicito nel titolo, evidenzia tutto il suo amore, la sua ammirazione per Cole Porter e che si tratti di “vero amore” risalta chiaramente sin dalle prime note dell’album, godibile in ogni sua parte.
Ottimamente coadiuvato dalla cantante Eleonora D’Ettole, dal contrabbassista Andrea Di Biase e dall’eccellente batterista Tiziano Tononi, De Carli ci offre la sua personale rilettura del vasto song-book di Cole Porter.
Il materiale tematico viene trattato con il massimo “rispetto” mentre si è lavorato di più sulla struttura armonica e sul lato ritmico.
Ben dieci i brani di Porter cui si aggiungono due originals di De Carli, l’uno “Hello Mr.Porter” scritto da solo, l’altro “I remember Cole” con la collaborazione di D’Ettole autrice dei testi. Tra i pezzi di Porter figurano i più noti: da “Night and day” a “I love Paris” da “What is this thing called love” a “Love for sale” , alcuni proposti in forma strumentale come “Ev’ry time we say goodbye” o “Beguine the beguine” “assai distante – come afferma lo stesso De Carli – dall’originale”.

Giovanni Falzone – “R-Evolution Suite” – Soul Note 121448
Questo album può, a nostro avviso, essere considerato la prova più matura e compiuta prodotta fino ad oggi dal sassofonista palermitano Giovanni Falzone.
Questa volta, infatti, l’obiettivo era tanto ambizioso quanto pericoloso: mettere a stretto contatto di gomito un sestetto jazz ed un quintetto di sassofoni di estrazione classica, ponendo a loro disposizione una partitura in grado di evidenziare le qualità melodiche, armoniche, timbriche, dinamiche, espressive di un organico così complesso e particolare, un organico che non può non richiamare certi esperimenti propri della Third Styream Music.
Ebbene Falzone vince a pieni punti questa difficile sfida con una musica assolutamente coraggiosa in cui non mancano echi di un certo free : così nell’ambito di una complessa tessitura ben scritta, si lasciano ampi spazi ad interventi solistici all’insegna della più completa improvvisazione che, grazie alla bravura dei singoli, mai appaiono debordanti o peggio ancora slegati dal contesto.
Ecco, l’organicità del tutto è forse il pregio maggiore dell’album che in alcuni momenti appare assolutamente travolgente con una energia sorprendente che magnificamente si sposa con una mai dimenticata raffinatezza espressiva.

Keith Jarrett/Gary Peacock/Jack DeJohnette – “Setting standards New York Sessions” – ECM 2030-32

Volete sapere dove sta di casa il grande jazz di oggi? Allora aprite questo box della ECM contenente in altrettanti CD i tre LP incisi all’inizio della loro “carriera”, nel 1983, in soli due giorni dall’oramai celebre trio del pianista Keith Jarrett con Gary Peacock al basso e Jack DeJohnette alla batteria: “Standards Vol.1”, “Standards Vol.2”, “Changes”.
Quasi a voler sottolineare l’importanza documentaristica ed artistica di questa ristampa, i curatori hanno volutamente rispettato le originarie sequenze e durate e così, almeno per chi ha subito apprezzato questa musica, l’impressione è davvero forte.
Ad oltre venticinque anni di distanza si ha l’ennesima conferma che la musica di qualità non conosce confini né di tempo né di spazio: se questi album venissero presentati oggi per la prima volta sono assolutamente convinto che l’impatto sarebbe esattamente lo stesso di allora. Non cambierebbe l’ammirato stupore nell’ ascoltare questi tre straordinari musicisti confrontarsi con pezzi assai noti eppure saperli rivivere in modo assolutamente fantastico ed originale, grazie ad una gioia dell’improvvisare che traspare evidente, assieme ad una maestria tecnica ed un interplay che appaiono assolutamente magici.
Così, già dal primo brano del primo CD , “Meaning of the blues” si avverte la sensazione di essere dinnanzi ad un vero e proprio capolavoro del jazz moderno che resterà tale per tanti e tanti anni. E man mano che l’ascolto procede la sensazione si conferma vieppiù grazie ad alcune interpretazioni assolutamente grandiose: valgano per tutte quelle di “God bless the child” che già al suo apparire fece scandalo, “Never let me go” e “Prism” una delle tre composizioni originali di Jarrett contenute nell’album “Changes”.

Marilyn Mazur , Jan Garbarek – “Elisir” – ECM 1962
Troppo spesso in questi ultimi mesi abbiamo letto giudizi pesanti su Jan Garbarek accusato di un certo manierismo e soprattutto di non fare altro che ripetere, stancamente, se stesso.
Ebbene, chi fosse afflitto da simile pericolosa miopia è vivamente consigliato di ascoltare con attenzione questo splendido nuovo album firmato dalla percussionista Marilyn Mazur e dal sassofonista norvegese.
“Elisir” è veramente una sorta di scrigno ripieno di perle preziose che vanno scoperte e ammirate con estrema cura una dopo l’altra, a comporre una sorta di puzzle splendido per colori e varietà di situazioni.
I due si conoscono a menadito collaborando assieme dai primi anni Novanta e questa intesa risulta evidente in un intreccio di suoni che alle volte ha davvero dell’incredibile. Il fatto è che, nell’occasione, si fondo due straordinari talenti: Marylin Mazur è unanimemente considerata una delle più grandi percussioniste dell’universo jazzistico avendo collaborato, tra gli altri, con Miles Davis e Gil Evans; dal canto suo Jan Garbarek è stato tra gli iniziatori di un nuovo modo di concepire l’approccio alla musica jazz sviluppando una sonorità affatto particolare e proprio per questo del tutto riconoscibile.
In questo album, nato a Copenaghen sotto la supervisione del solito infaticabile produttore Manfred Eicher, i due si lasciano andare al proprio spirito improvvisativo ed i risultati sono di assoluto livello; i richiami sono i più svariati: si va da suoni assolutamente eterei, ad espressioni più materiche di chiara matrice funk , per giungere ad atmosfere arabeggianti come quelle che si avvertono in “Orientales”, il tutto legato da un interplay davvero magico.

Marcin Wasilewski – “January” – ECM 2019
Il pianista Marcin Wasilewski, il contrabbassista Slamowir Kurkiewicz e il batterista Michal Miskiewicz sono abbastanza conosciuti nell’ambito di un pubblico più attento per costituire la sezione ritmica del celebrato quartetto del trombettista polacco Tomasz Stanko che ha già registrato alcuni album per la stessa ECM.
Adesso l’etichetta tedesca ci propone i tre come componenti di un trio autonomo che , ad un attento ascolto, risulta avere parecchie frecce al proprio arco.
Innanzitutto l’ottima padronanza tecnica : il pianista è dotato di un tocco sopraffino e di una spontanea “leggerezza” che lo porta a fraseggiare ed improvvisare sempre con grande fluidità; anche il contrabbassista , dalla cavata sicura e aritmicamente possente, trova nella capacità improvvisativa la sua arma migliore mentre il batterista rinuncia a porsi in particolare luce per fornire ai compagni un drumming di rara efficace e precisione.
Ma, tecnica a parte, è anche la scelta del repertorio che appare del tutto convincente: ai quattro originals (per altro davvero validi) di cui tre firmati dal leader ed uno da tutti e tre i musicisti, si affiancano brani della più svariata estrazione provenienti dalle penne di Gary Peacock, Prince Rogers Nelson, Carla Bley, senza dimenticare Tomasz Stanko e … udite udite, la musica italiana: c’è infatti il brano “Cinema Paradiso” di Ennio ed Andrea Morricone interpretato con grande partecipazione emotiva da questo trio che sicuramente farà molto parlare di sé.

Jacob Young – “Sideways” – ECM 1997
Non v’è dubbio alcuno che la Norvegia si confermi come straordinaria culla di grandi talenti… così come non v’è dubbio alcuno che probabilmente una simile fioritura non ci sarebbe stata senza l’attenta opera di valorizzazione e diffusione operata dalla ECM.
A questa sorta di regola non sfugge il giovane e brillante chitarrista Jacob Young che si ripresenta al pubblico alla testa di un quintetto con Mathias Eick alla tromba, Vidar Johansen al tenore e clarinetto basso, Mats Eilertsen contrabbasso e Jon Christensen alla batteria…come a dire un gruppo che già nei nomi è una garanzia.
E l’ascolto non delude…tutt’altro!
La musica messa in vetrina da Young ,nella duplice veste di compositore ed esecutore, si riallaccia ai più originali filoni del jazz norvegese, quindi distacco dalle matrici afro-americane e ricorso alle proprie radici sia folk (si ascolti soprattutto “Near South End”) sia colte (“Hanna’s Lament”). Il tutto eseguito con straordinaria perizia e partecipazione in cui risaltano le doti di tutti e cinque i componenti del gruppo.
In particolare Eick si fa ammirare per la sua poetica così vicina a quella di un Kenny Wheller mentre il leader evidenzia uno stile assolutamente essenziale nella sua ricchezza che sembra discendere direttamente dalla lezione del grande Jom Hall che non a caso è stato suo maestro.

La storia di Chet Baker su “JazzIt”
mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:35 - News
È in distribuzione il nuovo numero di “JazzIt” con molti articoli di rilevante interesse.

La copertina è dedicata ad un grande trombettista: era il 13 maggio 1988 e Chesney Henry “Chet” Baker moriva in circostanze quanto meno strane. In questi vent’anni ancora nessuno è riuscito a spiegare il mistero della sua morte, né della sua esistenza. Né di quella sua arte fragilissima e meravigliosa. Per questo, per tutto il 2008, JazzIt ospiterà una sezione dedicata al trombettista: saggi, interviste, ricostruzioni, foto. Si inizia dalla Francia, dove nel 1955 partì la sua prima tournée europea.
Una bella intervista vede protagonisti Tom Harrell e Dado Moroni, in occasione dell’uscita per la Abeat di due bei dischi in cui suonano insieme

Calcisticamente parlando, Ed Simon sarebbe una mezz’ala, una di quelle di una volta. Uno serio, solido, affidabile. Poco appariscente, ma di sostanza. Jazzisticamente parlando, Simon è un pianista arrivato a una personale fusione tra le sue radici latinoamericane e il più sofisticato idioma jazz contemporaneo. Anche a lui “JazzIt” dedica un’intervista che molto ci fa scoprire di questo personaggio ancora non pienamente valutato.

“ROBERTO CECCHETTO / Al centro della musica” è il titolo di un ampio servizio dedicato al chitarrista. Dopo aver militato negli Electric Five di Enrico Rava e nella Jazz Chromatic Orchestra - tanto per citare solo due delle numerose formazioni di cui ha fatto parte - Roberto Cecchetto, specialista della sei corde e musicista tra i più brillanti del panorama nazionale, licenzia per Auand il suo primo album da leader, in cui mette completamente in gioco se stesso e la sua musica.

È unanimemente riconosciuta come una tra le migliori cantanti jazz di tutti i tempi. Dianne Reeves torna alla ribalta con “When You Know” in uscita in questi giorni per la Blue Note, un disco maturo che ha preso forma dopo l’intensa attività dal vivo che l’ha vista impegnata negli ultimi tempi. JazzIt ce la presenta in una intervista telefonica di sicuro interesse.

Anne Ducros
, in Francia, è una diva. Ma è anche una donna simpatica e disponibile. E’ stata incontrata a Cagliari qualche mese fa, e tra un caffè e l’altro ha raccontato la sua storia. E la sua musica.

A pochi mesi dalla scomparsa, non poteva mancare un ritratto di Oscar Peterson, sicuramente uno dei più grandi pianisti che abbiano mai calcato le scene del jazz.
Infine due interviste con i responsabili di storici jazz-club, l’”Alexander Platz” di Roma e il “Blue Note” di Milano. L’ “Alexander Platz”, più di ogni altro, corrisponde ai canoni che un jazz club assume nell’immaginario collettivo degli appassionati: ambiente piccolo e caldo, ottimi drink e cucina, una programmazione irreprensibile, foto storiche alle pareti e quei suggestivi graffiti - dediche, disegni, firme - che artisti di tutto il mondo hanno lasciato negli anni, a imperitura memoria del loro passaggio. Di questo, e molto altro, si è parlato con il suo fondatore e direttore artistico, Giampiero Rubei.
Con Paolo Colucci, socio di maggioranza del Blue Note di Milano, si tirano le somme di questi primi cinque anni d’ininterrotta attività del jazz club meneghino.

Leonard Cohen il 28 luglio a Roma
mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:32 - Appuntamenti
Leonard Cohen torna in concerto , dopo 15 anni di assenza. La sua musica e le sue parole attraverseranno di nuovo le nazioni e le generazioni. Uscirà del suo isolamento spirituale e la sua voce tornerà a colpire al cuore poveri e ignoranti, ricchi e istruiti, peccatori e santi.
Luglio Suona Bene 2008, la stagione estiva della Fondazione Musica per Roma, annuncia, dopo Pat Metheny, Gary Burton, Bjork e Sinead O’Connor, l’arrivo di un’altra star internazionale, Leonard Cohen. Entrato nel Rock and Roll Hall of Fame il 10 marzo 2008, il cantautore e poeta canadese ha annunciato il suo ritorno in tour dopo 15 anni, un tour mondiale che partirà da Toronto, la città che lo ha visto nascere come musicista e scrittore . L' Auditorium Parco della Musica ospiterà il suo concerto lunedì 28 luglio nella spettacolare cavea all’aperto.
Cantante e autore intimista, poeta e scrittore, Leonard Cohen ha avuto la sua consacrazione internazionale agli inizi degli anni sessanta . Tra i numerosi album sono da ricordare Songs Of Leonard Cohen (1967), Songs Of Love And Hate (1970), I’m Your Man (1990), The Future (1992), Ten New Songs (2001) e Dear Heather (2004) - considerati dei classici della musica mondiale .
Molti dei suoi brani sono diventati cover interpretate da artisti famosi, da Judy Collins (Suzanne) a Jeff BucKley (Hallelujah) e le sue canzoni hanno “viaggiato” attraverso le voci di U2, REM, STING, NICK CAVE, RUFUS WAINWRIGHT e JOHNNY CASH.
Il tour toccherà sia teatri più raccolti sia grandi festival rock (il 29 giugno suonerà in Inghilterra nel leggendario Glastonbury Festival per 150.000 persone)
Leonard Cohen si presenterà sul palco insieme a un ensemble di altissimo livello formato da Roscoe Beck (basso e voci, direzione musicale),Neil Larsen (tastiere, strumenti a fiato), Bob Metzger (chitarre e voci), Javier Mas (chitarre acustiche), Christine Wu (Violino, viola, violoncello e tastiere), Rafael Gayol (batteria e percussioni) e Dino Soldo (tastiera, sassofoni e voci).

New Conversations - Vicenza Jazz dal 2 al 10 maggio
mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:30 - Appuntamenti
La musica dei più grandi jazzisti calata nelle monumentali architetture del Palladio: questo il filo conduttore della tredicesima edizione di New Conversations - Vicenza Jazz, intitolata "Le architett re del jazz", che si terrà dal 2 al 10 maggio, promossa dal Comune di Vicenza, in accordo con la Regione Veneto, con il sostegno del Ministero per i beni e le attività culturali, con il fondamentale concorso di A.I.M., la partecipazione di Assicurazioni Generali, Jolly Hotel Tiepolo, Avit, ristorante Ponte delle Bele e la collaborazione di Radio Company.
In occasione del quinto centenario della nascita di Palladio, le cui opere architettoniche conferiscono un volto unico alla città di Vicenza (tanto da averla portata a far parte della lista dei beni mondiali sotto tutela Unesco), New Conversations porta la musica improvvisata a interagire con gli affascinanti e prestigiosi spazi di Palazzo Barbaran da Porto, del Teatro Olimpico e di Piazza dei Signori, secondo un programma preparato dal direttore artistico Riccardo Brazzale con diverse occasioni concertistiche in esclusiva.
Tra i protagonisti musicali del festival, spesso in formazioni all stars, ci saranno nomi di richiamo corne Mike Stern, Stacey Kent, Oliver Lake, Jean-Luc Ponty, Greg Osby, Larry Coryell e, tra gli italiani, Enrico Rava, Quintorigo, Giovanni Allevi, Franco D'Andrea, Fabrizio Bosso, Gianluca Petrella.
Oltre alla consueta attenzione per il jazz più attuale, sia statunitense che europeo, l'edizione 2008 del festival vicentino avrà poi un altro tema caratterizzante: la musica del vicino oriente mediterraneo. Sarà l'occasione per una parata di orchestre (Fanfara Tirana, Kocani Orkestar), cori (Sintonia Tbilisi) e solisti (Noa, Ariel, Florin Niculescu).

Le date ufficiali dell'edizione 2008 di New Conversations - Vicenza Jazz saranno precedute da due anteprime. Mercoledi 23 aprile Noa si esibirà al Teatro Comunale. La cantante israeliana, che ha fatto dell'incrocio tra jazz, pop, rock e sapori mediorientali il veicolo di un dialogo musicale per la pace, presenterà il suo nuovo album Genes and Jeans. Quindi, martedi 29 aprile, nella cornice inimitabile del Teatro Olimpico e in collaborazione con il Soave Guitar Festival, sarà la volta del chitarrista Frank Vignola: un altro artista versatile e capace di conquistarsi il pubblico del jazz, della fusion e del pop jazz più elegante grazie a una tecnica che riassume modelli eterogenei della tradizione corne Django Reinhardt, Joe Pass, Wes Montgomery.

Quattro grandi del jazz a Roma: Jamal, Walton, Corea e Burton
mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:27 - Appuntamenti
In questi giorni di fine marzo tre grandi del jazz a Roma

Tra i maestri indiscussi del jazz, Ahmad Jamal (alla nascita Frederick Russel Jones), il grande pianista classe 1930, si è esibito all’Auditorium accompagnato da James Cammack al contrabbasso e dal leggendario Idris Muhammad alla batteria, i suoi compagni abituali.
Sulle doti musicali di Jamal sono stati scritti fiumi di parole. Così come innumerevoli sono le manifestazioni di apprezzamento e stima nei suoi confronti da parte di numerosissimi musicisti che lo hanno conosciuto e studiato (Shirley Horn, Julian "Cannonball" Adderley, Philly Joe Jones, Keith Jarrett, Miles Davis). Jamal, come molti altri giganti del pianoforte, inizia ad interessarsi alla musica in tenerissima età. Attorno ai 20 anni è già il leader del proprio trio, formato da pianoforte, contrabbasso e chitarra (The Three Strings), con Eddie Calhoun e Ray Crawford. Incide i suoi primi dischi con questa formazione. Nella prima fase della sua carriera, Jamal raggiunge tutti i traguardi più ambiti per un musicista, aprire un proprio locale, avere la propria etichetta discografica, essere in vetta alle classifiche per mesi e mesi con i propri dischi. Intorno al 1952 avviene la sua conversione all'Islam. Fritz Jones diventa Ahmad Jamal. Da questo momento le biografie di Jamal sono alquanto discordanti. Molte fra queste biografie ci parlano di una sua costante attività jazzistica, altre invece ignorano bellamente il periodo che segue la sua conversione, passando drasticamente a riparlarci di Ahmad Jamal negli anni '80 e lasciando sottintendere che il periodo antecedente non sia stato particolarmente rilevante. Nel corso della sua lunga carriera Jamal ha spesso variato il proprio modo di suonare: negli anni '50 era caratterizzato da un pianismo piuttosto lieve. Negli anni '70 attraversa una fase funk, sudamericana e caraibica. Negli anni '90 ci propone invece uno stile maggiormente virtuosistico. Restano comunque sue caratteristiche inconfondibili il grande utilizzo delle dinamiche, i suoi tipici "crescendo" e la sonorità dei suoi accordi staccati. Vanno ricordati i cd The Essence of Ahmad Jamal, Pt. 1 (con Gorge Coleman al sax tenore), The Essence Pt. 2 del 1997, The Essence Pt. 3 del 1998, fino al 70th Birthday Concert, del 2000. Nel 2003 viene pubblicato In Search Of Momentum, con James Cammack e Idris Muhammad, bene accolto dalla critica, a cui segue il suo primo DVD, Live in Baalbeck.

Sabato 29 marzo al Dimmidisi, un nuovo locale di Roma, si esibirà Cedar Walton in quintetto con Piero Odorici al sax, Roberto Rossi al trombone, James Williams al contrabbasso e Joe Farnsworth alla batteria.
Walton è tra i grandi del jazz,uno tra i nomi che nella storia del piano jazz si fanno ricordare, per via di una cifra stilistica coerente ed esplicativa di quanto per anni si è condiviso riguardo il termine hard-bop.
Cedar Walton, uno dei più stimati accompagnatori nell'ambito del jazz, è un pianista versatile che, col suo tocco funky e la persuasività del suo senso melodico, ha dato lustro alle registrazioni di molti dei più grandi musicisti jazz.
Walton ha scritto numerosi ed eccellenti pezzi musicali (Mosaic, Ugetsu e Bolivia, per citarne solo alcuni) che hanno trovato il loro posto nel repertorio di Art Blakey durante il periodo che il pianista passò coi Jazz Messengers, nei primi anni Sessanta.
Il primo insegnante di pianoforte di Walton fu sua madre. Dopo avere frequentato l'Università di Denver, si trasferì a New York nel 1955, apparentemente per fare musica. Fu invece chiamato nell'esercito. Spedito in Germania, Walton suonò coi musicisti statunitensi Leo Wright, Don Ellis e Eddie Harris. Dopo essere stato congedato, Walton ritornò a New York, dove iniziò la sua carriera, questa volta sul serio. Dal 1958 al '61, suonò, tra gli altri, con Kenny Dorham, J.J. Johnson e il Jazztet di Art Farmer. Si unì poi, nel 1961, a Blakey, col quale rimase sino al '64 in quello che fu il più influente dei gruppi del batterista, con Freddie Hubbard e Wayne Shorter.
Walton fece poi da accompagnatore a Abbey Lincoln tra il 1965 e il '66, mentre tra il 1966 e il '68 incise dei dischi con Lee Morgan. Nel periodo dal 1967 al '69, Walton lavorò anche come sideman in molti album prodotti dalla Prestige. Suonò poi in un gruppo con Hank Mobley, nei primi anni Settanta, e tornò con Blakey nel 1973 per un tour del Giappone. Il gruppo che Walton dirigeva in quel periodo, chiamato Eastern Rebellion, era formato da un cast di musicisti in continua rotazione: tra essi vi furono Clifford Jordan, George Coleman, Bob Berg, il contrabbassista Sam Jones e il batterista Billy Higgins.
Durante gli anni Ottanta e Novanta, Walton continuò a guidare le sue valenti formazioni, registrando per la Muse, la Evidence e la Steeplechase. Tra le sue molte imprese, è meno noto il fatto che Walton fu il primo pianista a registrare con John Coltrane, nell'aprile del 1959, Giant Steps, uno di quei brani che incutono timore: diversamente dallo sfortunato Tommy Flanagan un mese dopo, a Walton non fu richiesto un assolo, ma la sua presenza è lo stesso magnifica.

Infine domenica 30 marzo, sempre all’Auditorium, un attesissimo ritorno, un duo straordinario che ha fatto la storia del Jazz: il pianista Chick Corea e il vibrafonista Gary Burton si incontreranno nella Sala Santa Cecilia dopo aver celebrato l’anno scorso i 35 anni di Crystal Silence, uno dei dischi più importanti del duo e uno dei dischi cardine del jazz contemporaneo. Corea e Burton insieme creano un interplay raro, telepatico, c’è una logica e una magia unica nel momento in cui suonano. Nel corso degli anni hanno inciso numerosi album insieme, oltre a Crystal Silence: Duet (1978) (Grammy Award come Best Jazz Instrumental Performance), Zurich Concert (1980) (Grammy Award come Best Jazz Instrumental Performance), Lyric Suite (1986), Native Sense:The new duets (1997).

Di origini italiane, Chick Corea inizia a suonare negli anni sessanta con il trombettista Blue Mitchell, e con alcuni grandi della musica latino-americana come Willie Bobo e Mongo Santamaria. Collabora con grandi jazzisti come Woody Shaw, Steve Swallow, Roy Haynes, Miroslav Vitous. Verso la fine degli anni sessanta, si unisce al gruppo di Miles Davis e compare su album importanti, come In a Silent Way e Bitches Brew. All'inizio degli anni settanta, Corea intraprende alcuni progetti come leader. Tra il 1970 e il 1971, è attivo nel gruppo Circle, un complesso avant-jazz in cui militano Anthony Braxton, Dave Holland e Barry Altschul. Nel 1971 fonda un'altra band, Return to Forever. Nel 1993 si aggiudica la Targa Tenco per la canzone Sicily, interpretata con Pino Daniele. È stato fondatore e membro dei gruppi Chick Corea Elektric Band e Chick Corea Akoustic Band. Da questi gruppi sono emersi sulla scena nuovi talenti, quali: John Patitucci, Dave Weckl e Frank Gambale. Interessante anche il lavoro svolto con il progetto Touchstone e con musicisti come Avishai Cohen. L'album Corea Concerto ha vinto il premio Grammy come miglior arrangiamento strumentale (per "Spain for Sextet and Orchestra") nel 2001.
Gary Burton, assieme a Bobby Hutcherson, Milt Jackson e Lionel Hampton è uno dei pochi vibrafonisti conosciuti nel mondo, dotato di una notevole tecnica che gli permette di suonare come se fossero tre persone a farlo. Autodidatta e fan di Bill Evans, ha un approccio allo strumento di tipo pianistico. A diciassette anni comincia a collaborare con musicisti di varia natura musicale. Firma nel 1961 un contratto con la casa discografica RCA e registra una serie di dischi. Nel 1963 è in tournée con il pianista George Shearing e dal 1964 al 1966 con il sassofonista Stan Getz. Nel 1967 guida il suo quartetto di fusion. Dal 1970 comincia una serie di collaborazioni importanti con i pianisti Chick Corea e Keith Jarret. Negli anni novanta si unisce al musicista di tango Astor Piazzolla, a testimonianza della sua versatilità. Negli ultimi anni si è dedicato anche alla musica classica prima di tornare al suo primo amore: il jazz.

I primi 60 anni di Lord Andrew Lloyd Webber
mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:24 - Commenti
Festeggiamenti in grande stile per il sessantesimo compleanno di Lord Andrew Lloyd Webber; il grande compositore e produttore di tantissimi musical apprezzati in tutto il mondo come Jesus Christ Superstar, Evita, Cats e The Phantom of the Opera
ha compiuto 60 anni il 22 marzo scorso.
Andrew Lloyd Webber è figlio e fratello d'arte. Il padre era il compositore William Southcombe Lloyd Webber, la madre una violinista e pianista, mentre il fratello Julian Lloyd Webber è un violoncellista. Iniziò a comporre musica molto presto e pubblicò una suite di sei pezzi all'età di nove anni. Conobbe il mondo del teatro grazie anche ad una zia attrice, che lo portò a vedere numerosi spettacoli e a visitare i teatri dietro le quinte. Lloyd Webber studiò per un certo periodo storia ad Oxford, ma abbandonò gli studi per dedicarsi alla sua passione per il teatro musicale. La prima collaborazione professionale con il paroliere Tim Rice fu "The Likes of Us" nel 1965, un musical basato sulla storia vera di Thomas John Bernardo. Il musical fu rappresentato per la prima volta solo nel 2005 quando ne fu realizzata una versione teatrale al festival di Sydmonton. Nel 1968 ai due fu commissionato un pezzo per il saggio di fine anno alla Colet Court School. Il risultato fu "Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat", una versione del racconto biblico di Giuseppe e i suoi fratelli nel quale Lloyd Webber e Rice si divertirono a creare numeri musicali dagli stili più diversi.
"Jesus Christ Superstar" fu inizialmente realizzato come incisione discografica con Ian Gillan, da poco entrato nei Deep Purple, nella parte di Gesù. L'album, uscito nel 1970, ebbe un grande successo di vendite. La produzione teatrale debuttò a Broadway nel 1971 e l'anno successivo a Londra, dove rimase in scena consecutivamente per otto anni. Del musical fu realizzato un celebre film nel 1973 per la regia di Norman Jewison, con Ted Neeley, Yvonne Ellimann e lo straordinario Carl Anderson. La collaborazione di Lloyd Webber con Rice continuò con un altro capolavoro dal calibro di "Evita". Il musical "Cats" del 1981 è una versione musicata e danzata dell'opera di Thomas Stearns Eliot "Old Possum's Book of Practical Cats".

C’è molto da leggere per gli appassionati di musica
mercoledì, 26 marzo, 2008, 15:22 - Recensioni
Devo confessare che, almeno all’inizio, ho fatto una certa fatica a leggere “Broadway – New York l’età del jazz e la nascita di un mito” Jerome Charyn Il Saggiatore pagg.271 €.22 . La scrittura agile e nervosa, dall’andamento quasi boppistico, la miriade di richiami, quel continuo alternarsi di verità e fantasia possono frastornare il lettore…ma poi, inoltrandosi nel volume, dopo qualche capitolo, appena si riesce ad entrare nell’atmosfera del libro, allora tutto cambia e si ha l’occasione di gustare quel clima che già nel primo dopoguerra fece di New York una città unica. Una città caratterizzata da quella babele di lingue, di razze, di religioni determinata dal continuo flusso migratorio e dal ritorno dei reduci della prima guerra mondiale.
E a descrivere questa città, questo clima è un saggista, romanziere e sceneggiatore che proprio nel Bronx è nato nel 1937; nella “coda” al volume Jerome Charyn dichiara di aver scritto “Broadway” a pochi giorni di distanza dall’11 settembre nella piena consapevolezza che oramai nulla può essere dato per scontato, tutto può scomparire. Di qui il desiderio di far rivivere, attraverso la scrittura, una delle zone più significative di New York, quella Broadaway che per l’appunto negli anni venti visse il suo momento di massimo splendore.
Così non è certo un caso che , nel secolo scorso, la maggiorparte dei fruitori della produzione culturale statunitense identificasse Broadway come “The Great White Way” o “The Main Stem” proprio grazie alle strade sempre accese, ai moltissimi teatri e locali notturni che la popolavano e dove si potevano incontrare personaggi particolari quali gangster, miliardari in cerca di avventure, pugili e ballerine, scrittori e cantanti di jazz, attori di blackface e trafficanti di vario genere…tutti a determinare la leggenda di Broadway, una leggenda che parte da lontano.
Già all’inizio del XX secolo Broadway è,infatti, tutto un fiorire di teatri che ospitano spettacoli nel cui titolo ricorre con grande frequenza il nome stesso di Broadway mentre, dal punto di vista della trama, a farla da padroni sono il mondo dello sport e quello degli artisti. Qualche esempio ? “Forty-five minutes from Broadway” del 1906, “From Broadway to the Bowery” (1907), “Mr. Hamlet of Broadway” (1908), “Up and down” (1910)… E’ in questo stesso periodo che le vicende di Broadway cominciano ad essere oggetto di film che rappresentano lo show business o di giornalisti quali Damon Runyon e Walter Winchell che ne esportano le vicende anche oltre i confini nazionali.
Tutti questi personaggi, queste complesse vicende di vita vissuta li ritroviamo compiutamente nel volume in oggetto seppure inseriti in un contesto diverso, visti da un’angolazione affatto particolare.
Citare tutti i personaggi cui Charyn fa riferimento è davvero impossibile dato il loro elevatissimo numero; tanto per fare qualche esempio ecco Scott e Zelda Fitzgerald descritti con poche ma originali pennellate che aggiungono qualcosa di nuovo alla loro statura artistica ed umana…ecco Marion Davies e William Hearst immortalati – e non certo positivamente – da Orson Welles con “Quarto potere”…ecco Al Capone…ecco Ziegfeld e le “Ziegfeld Follies …ecco addirittura Primo Carnera … e poi tanti, tanti altri personaggi, luoghi, locali quali, tanto per citare qualcuno di particolare interesse per chi legge queste pagine,Al Jolson, Irving Berlin, Bix Beiderbecke, il Cotton Club, Gorge Gershwin, Bestie Smith, Tin Pan Alley…
Insomma un viaggio a ritroso nel tempo che non mancherà di entusiasmare.

Ad un grande personaggio della cultura afro-americana è dedicato un altro interessante volume, “Amiri Baraka. Ritratto dell’artista in nero” a cura di Franco Minganti e Giorgio Rimondi, Bacchilega Editore pagg.300 € 20”.
E mai come in questo caso i nomi dei curatori sono garanzia della buona riuscita dell’operazione: Minganti è docente di lingua e letteratura angloamericana all’università di Bologna e autore di diversi libri sulla cultura e l’estetica afroamericana mentre Rimondi è docente di letteratura italiana all’Istituto Dossi di Ferrara, autore anch’egli di volumi sulla cultura afroamericana e sulla jazz fiction.
Di qui l’intento di esplorare la figura di Amiri Baraka sotto le più svariate angolazioni grazie agli scritti dello stesso Baraka (con pagine recentissime alcune pubblicate addirittura nel 2007) e all’apporto di numerosi studiosi e saggisti italiani, francesi e americani. A collaborare sono stati , quindi, chiamati personaggi di assoluto livello quali , tanto per citare qualche nome, Luigi Ballerini, Christian Béthune, Giampiero Cane, Julie Patton…
Grazie a questi contributi, si riesca ad ottenere un quadro abbastanza unitario di ciò che Amiri Baraka rappresenta nel panorama culturale odierno e la sua personalità e la sua arte ottengono finalmente, anche presso il pubblico italiano, la valutazione che meritano. In effetti, da noi Amiri Baraka è forse più conosciuto con il nome di LeRoj Jones autore nel 1963 di “Blues People” poi tradotto in italiano, per i tipi della Einaudi, nel 1968 con il titolo “Il popolo del blues”, testo ritenuto, a ben ragione, fondamentale per chiunque abbia in qualche modo approcciato la cultura afromaericana in generale e quella musicale in particolare.
Ma confinare Amiri al ruolo di autore di “Blues People” è davvero riduttivo. Il settantatreenne nativo del New Jersey ha fatto molto, molto di più pubblicando, negli ultimi quarant’anni, una ventina di raccolte di poesia, incidendo numerosi album , scrivendo numerosi testi teatrali, opere jazz, un numero imprecisato di saggi…tutti all’insegna di una visione quanto mai approfondita e personale della cultura afroamericana e del suo ruolo all’interno della società statunitense. Non si può, infatti, dimenticare che Amiri assunse questo nome dopo l’assassinio di Malcom X con ciò volendo dare una svolta, visibile già nel nome, alla sua esistenza che da questo momento sarebbe stata votata ad esaminare temi ancora oggi scottanti al di là dell’Atlantico quali il razzismo, l’oppressione nazionale, il colonialismo e il neocolonialismo visto anche sotto l’ottica dell’autodeterminazione dei popoli. E si può ben dire che le sue prese di posizione al riguardo hanno costituito linfa vitale per l’elaborazione teorica dei movimenti più legati alle lotte per l’eguaglianza .
Gli autori chiamati a “rileggere” il suo pensiero ne evidenziano così i mille risvolti positivi senza però cadere nell’inutile piaggeria: così, ad esempio, Lorrai nel suo saggio significativamente intitolato “Black Music” , non risparmia ad Amiri significativi appunti laddove considera troppo rigido lo schema con cui Baraka analizza la storia del jazz :”da parte nera c’è separazione, completa autonomia estetica; da parte bianca c’è come risposta, edulcorazione recupero a cui da parte nera si reagisce con un’ulteriore separazione (bebop, New Thing)”.
Dal canto suo Giampiero Cane, pur esaltando il ruolo del celebre volume “Il popolo del blues” cui prima si è fatto riferimento, non manca di sottolineare alcune incogruenze del testo laddove, ad esempio, esprime una “valutazione tanto confusa” sulla musica di Ellington.
Ma ciò, ovviamente nulla toglie alla statura di un personaggio che , ne siamo ai duri, avrà ancora molto da dire negli anni a venire.

Può la storia di un’etichetta discografica costituire l’argomento di un libro interessante? Se questa etichetta è la Impulse la risposta è sicuramente affermativa e se ne volete conferma andatevi a leggere “The House That Trane Built – La storia della Impulse Records” Ashley Kahn, Il Saggiatore pagg.340, € 35.
Ma, prima ancora di addentrarci nei contenuti del volume, una precisazione appare obbligatoria, soprattutto per i lettori più giovani, quelli, tanto per intenderci, che poca o nulla dimestichezza hanno con gli LP. Ebbene, quando i CD ancora non esistevano, gli album della Impulse erano immediatamente riconoscibili per il loro caratteristico dorso nero ed arancione e non a caso il volume si apre con queste parole: “Arancione e nero. Fuoco ed ebano. Furia ed orgoglio”. E sempre non a caso l’inizio di ogni capitolo è contrassegnato da una foto, in bianco e nero, dei celebri dorsi di questi album…come a ricordarci costantemente quanto la Impulse abbia fatto storia anche sotto l’aspetto non secondario della identificazione della qualità con una certa “confezione”.
Passando alla sostanza del libro, il titolo già la dice lunga: si parte, infatti, proprio dagli inizi, da quell’oramai lontano 1960 quando, la Impulse nacque dalla ABC-Paramount per l’esigenza di creare una sezione jazz separata e indipendente. Sotto la guida del capace produttore Creed Taylor, già discreto trombettista, la Impulse finì con l’identificarsi con la figura di John Coltrane e più in generale con il movimento “new thing”.
In effetti fu proprio Coltrane a dare visibilità e soprattutto credibilità artistica alla Impulse: il suo primo album inciso per questa nuova etichetta fu “Africa Brass”, una realizzazione giustamente considerata “storica” che ebbe, tra l’altro, il merito di rompere definitivamente con il passato e gettare i semi per un futuro che sarebbe stato, almeno dal punto di vista artistico, quanto mai fruttuoso ed importante.
Ma sarebbe riduttivo limitare l’importanza della Impulse al pur grande Coltrane. Così l’autore ci guida per mano attraverso quella che a ben ragione qualcuno ha definito una vera e propria “avventura culturale” facendoci vivere momento per momento le realizzazioni di questa etichetta., attraverso un “racconto” inframmezzato da una serie di schede dedicate a singoli album, e con foto d’epoca il cui valore documentaristico è fin troppo evidente.
Scorrendo in ordine cronologico i tanti dischi pubblicati, ci accorgiamo che il primo nel 1961 era a nome di due artisti sicuramente “non free” quali Kai Winding e J.J.Johnson…cui fecero seguito i più bei nomi del jazz sia d’avanguardia (Archie Shepp, Pharoah Sanders, Albert Ayler…) sia di correnti più tradizionali , a costituire un catalogo tra i più completi ed entusiasmanti che la storia del jazz possa vantare.
Insomma la Impulse documenta, come meglio non si potrebbe, un periodo particolarmente felice per la storia del jazz, caratterizzato dalla contemporanea presenza di un numero impressionante di artisti a rappresentare tutte le correnti del jazz: si tenga presente che mentre Coltrane incideva i suoi primi dischi, erano ancora in attività musicisti del tutto diversi come Count Basie, Duke Ellington, Louis Armstrong.
In questo quadro, ovviamente, un posto di rilievo lo occupano i produttori e così l’autore dedica una grande attenzione soprattutto alla controversa figura di Bob Thiele, il più importante produttore della Impulse a cui va riconosciuto il merito di aver messo sotto contratto in esclusiva proprio Coltrane.
Insomma un volume davvero di estremo interesse oltrechè di grande fruibilità…ma proprio per questo vorremmo rivolgere una domanda ai curatori del volume: ma perché nel compilare le schede si è fatto a meno di citare le formazioni ? La fatica sarebbe stata minima e il volume ne avrebbe acquisito in completezza.


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