martedì, 14 aprile, 2009, 23:34 - Recensioni
Cyminology – “As Ney” - Ecm 2084La carismatica vocalist tedesca di origini iraniane Cymin Samawatie è a capo di questo quartetto che fa il suo debutto su ECM.
Si tratta di una formazione multietnica dal momento che, oltre alla cantante, ne fanno parte il pianista francese Benedikt Jahnel, il contrabbassista tedesco Ralf Schwarz e il batterista e percussionista indiano Ketan Bhatti.
Comunque a dettare le atmosfere del tutto originali dell’esecuzione è la Samawatie che non si è limitata a scrivere quasi tutta la musica e buona parte dei testi in concomitanza con la poetessa Forough Farrokhäz, ma ha deciso anche di cantare in farsi. Così la melodia e la tessitura proprie della lingua persiana esercitano una sottile presa sulle modalità espressive del quartetto che riesce a bilanciare assai bene parti scritte e improvvisazione.
Sottolineate le non poche qualità del gruppo, resta da dire che alla fine dell’ascolto si rimane quasi in attesa di qualcosa che purtroppo non arriva, come se – in altri termini – Samawatie e compagni non fossero stati in grado di esprimersi compiutamente.
Keith Jarrett – “Yesterdays” – Ecm 2060Se non andiamo errati, questo dovrebbe essere il ventesimo disco del trio di Jarrett, Peacock e De Johnette inciso nell’aprile del 2001, stesso mese di “Always Let Me Go”e stesso anno di “The Out-of-Towners” e “My Foolish Heart”.
Ciò premesso, bisogna immediatamente aggiungere che anche quest’album si iscrive nell’oramai lunga lista di capolavori firmata Jarrett & C. Ancora una volta “il Trio delle meraviglie” riesce ad esprimersi su livelli di assoluta eccellenza evidenziando quelle doti che ne hanno fatto una delle migliori formazioni della storia del jazz, vale a dire uno straordinario interplay, un raffinato gusto melodico-armonico, la capacità di swingare in totale rilassatezza, per l’evidente gioia di chi suona e di chi ascolta.
Il repertorio, come al solito, comprende celebrati standard tra cui “Scrapple from the Apple” di Parker, “Shaw’nuff” di Gillespie, “Strollin’” di Horace Silver tratti dal repertorio bop, due ballad di Jerome Kern (“Yesterdays” e “Smoke Gets In Your Eyes”), e una sorta di regalo finale costituito da “Stella by Starlight” registrato durante il soundcheck, quindi senza pubblico, con i commenti dei musicisti colti al volo.
Ray Gelato – “Salutes the great entertaines” – DSRG 06di Daniela FlorisSe e’ vero, come e’ vero, che la musica ha valenze multiformi a secondo del tipo di fruizione e/o allo scopo alla quale tende, e’ anche vero che giudicare la qualità di un lavoro musicale ha senso solo se si scardinano, preventivamente, valori “assoluti” ai quali la si vorrebbe, istintivamente, paragonare.
E’ una premessa fondamentale questa per capire e alla fine, apprezzare questo cd: l’ appassionato di jazz, e di swing, infatti lo deve inquadrare (e d’ altronde il titolo stesso e’ esplicito) nell’ intrattenimento puro: divertente, coinvolgente, “ballereccio”. Rimossa la tentazione di cercare l’ ispirazione, la novità, la benché minima sperimentazione, ci si rilassa e si ascolta piacevolmente uno swing di bella fattura, con tutte le caratteristiche delle big band che ben conosciamo (un po’ di Cab Calloway, un po’ di Benny Goodman, e via dicendo), applicate anche agli unici due pezzi originali presenti nel cd, che per il resto e’ fatto di esecuzioni di brani notissimi quali “Night and Day” o “Flyin’ Home” . Gli ingredienti ci sono tutti: il “walkin’ bass”, le entrate dei fiati sincopate sul secondo e terzo tempo della battuta, gli “stop time”, la batteria swingante , la voce molto “italoamericana” , un po’ melodica alla “Dean Martin” , un po’ gradevolmente spaccona, le dinamiche dei fiati da manuale della perfetta brass band. Che si balli e che ci si diverta, dunque, con buona musica, perché questo e’ il fine di questo “new swing”, anche se di nuovo non si trova molto: ma alla fine, date le premesse evidenziate prima, non importa.
L’ unica considerazione aggiuntiva da fare è che, se è vera l’ ammirazione che nutre Ray Gelato (inglese figlio di italoamericano) per il nostro Fred Buscaglione, si è costretti a notare che manca nel primo quella creatività ironica del secondo, che con lo swing, tanto amato, giocava più che replicarlo, in maniera meno reverenziale ma forse anche meno pedissequa.
Angelo Adamo – “My foolish harp” – Red Records 123314-2di Daniela FlorisIl risultato di un lavoro artistico dipende molto probabilmente dal rapporto che si crea tra l’ artista e colui che quel lavoro ascolta. Se l’ artista decide di abbandonarsi alla musica che ama, senza porsi il problema di stupire, di essere ingegneristicamente nuovo, spesso accade che si rimanga stupiti da un’ originalità vera e per nulla ingegneristica ne’ composta da trovate giustapposte che hanno un fine “altro” da quello realmente artistico e musicale: che non e’ solo estetico, ma espressivo di emozioni, o sentimenti, in quanto linguaggio.
Questa “sincerità” artistica sembra emergere in questo bel cd di Angelo Adamo: chi ascolta, solo per poco si adagia piacevolmente in quella tranquillizzante sensazione del bello a lui noto. Perché poi viene sorpreso dal dialogo tra la elegante tromba di Bosso (sempre più bravo) e l’ armonica cromatica di Adamo, che fraseggia in un mood trombettistico in “Bel Bottom”; oppure dalla sonorità inconsueta della stessa armonica nel registro basso in “My foolish heart” ; o dall’ affascinante, poiché quasi anacronistico in questo contesto jazzistico, suono puro del bass recorder di Gianluca Barbaro in “Apple Juice” e in “Blue in green” ( intimo e lirico anche per merito della chitarra di Di Leone); o dal blues “La mela di Carmela” , che consente di divertirsi improvvisando (con la batteria di Minetto che crea e non solo sottolinea) ; o anche dal solo di basso in “Nardis” di Bassi; o dalle due versioni, maschile e femminile di “My one and only love” in cui le voci di Arnesano e Geremicca sono raffinate ma intense; o dal sax soprano di Ottaviano in “Mizzy il gatto” che dialoga insieme all’ armonica con una divertente naturalezza in un ambito armonico indefinito, come se indefinito non fosse.
Per questo l’ armonica a bocca di Adamo sembra tutt’ altro che insensata o sciocca: il gioco di parole che da’ il titolo al suo cd si accetta solo se si suppone generato da un’ ammiccante civetteria.
Enrico Intra – “Liebman meets Intra” – Alfa Music AFMCD133Ecco uno accanto all’altro due musicisti che, nei rispettivi ambiti, rappresentano punte di eccellenza: il sassofonista David Liebman è giustamente considerato uno dei massimi “specialisti” del sassofono soprano essendo stato uno dei non molti musicisti ad aver saputo interiorizzare talmente bene il linguaggio coltraniano da reinventarne uno proprio; dal canto suo il pianista Enrico Intra si è sempre distinto per la capacità di concepire il piano jazz in modo assolutamente originale, fedele ad una visione che mal sopporta la divisione in generi e rigidi schematismi.
Se a questi due talenti aggiungete un batterista e un bassista di classe quali Tony Arco e Marco Vaggi avrete una formazione di grande impatto che vi offrirà musica appassionante e mai scontata.
In effetti i due leaders duettano con grande empatia, misurandosi su un repertorio scritto totalmente da Intra e che Liebman mostra di apprezzare senza riserve. Così assistiamo ad un susseguirsi di situazioni mai ripetitive in cui i due evidenziano cosa possa significare , nella realtà di oggi, improvvisare guardando avanti senza rinnegare il passato.
Flora Faja – “Italian songs” – Revelation series 27 W440di Daniela FlorisQuando una brava cantante decide, insieme a validissimi musicisti, di affrontare canzoni famose (in questo italiane) ci si aspetta di quelle una reinterpretazione anche personalissima, ma in una chiave a loro contestuale: o dal punto di vista di atmosfera, o dal punto di vista emozionale, o da quello della collocazione di quelle nel loro contesto storico, per poi discostarsene e in corso d’ opera rileggerle artisticamente. L’ operazione di Flora Faja, e di Giovanni Mazzarino e’ diversa. In questo caso si decontestualizza da subito il tema melodico originale, lo si estrapola dal suo contesto, e così come e’ lo si assurge a “valore assoluto” inserendolo in contesti armonici e ritmici completamente nuovi, moderni, ed “altri”. La reinterpretazione, la variante, e’ demandata al tessuto strumentale sottostante e circostante. Il compito della bella voce di Flora Faja e’ quello di tenere graniticamente in vita la melodia originaria, senza dare spazio all’ improvvisazione se non in maniera minima, facendosi forte a questo scopo di una vocalità dritta, sicura, con poco indugiare sulle dinamiche, che “resista” insomma, come una roccia contro la mareggiata, alle sollecitazioni modernissime dell’ arrangiamento.
Il risultato e’ un lavoro stilistico elegante, raffinato, anche nelle composizioni originali (“Il colore che non so” e “Primavera sarà, nonché i “raccordi” tra i vari brani); l’ apporto prezioso di Bosso e Cafiso e’ strettamente jazzistico, poiché, non dovendosi attenere al tema melodico ( presente nella voce e dunque non bisognoso di “doverose” reminiscenze) , improvvisano sul tessuto squisitamente strumentale ed armonico dell’ arrangiamento, che diventa una composizione “ex novo”.
E’ interessante notare come nel brano “la Gatta” in un certo senso si svolga un processo quasi inverso a quello sopra descritto. Curiosamente qui la decontestualizzazione melodica lascia spazio invece ad una contestualizzazione profonda del testo, che, nell’ originale di Paoli ha una componente “nostalgica” non corrispondente allo scanzonato giro armonico e ritmico che lo racchiude: l’ atmosfera poetica dunque diventa l’ ispirazione per una morbida “ballad” , che intona sorprendentemente le parti musicale e testuale.
Bravissimi tutti i musicisti, bello il tocco mediterraneo dato dalla fisarmonica di Mascellino in “Donna sei tu”, aggancio piacevole all’ origine di molti degli artisti impegnati in questo cd. Piace notare come, paradossalmente, questo lavoro riesca a prendere le distanze dall’ “italianita’” delle canzoni interessate mantenendo intatta proprio la parte melodica che le rendeva, a sua volta, inconfutabilmente molto “italiane”.
Guitto Gargle – “Guitto Gargle” – Nu Bop cd 06Ecco un altro debutto discografico: i “Guitto Gargle” si sono costituiti nel 2006 a seguito dell’esperienza dei seminari di Sant’Anna Arresi e giungono al loro primo album grazie alla piccola ma valorosa Nu Bop Records di Achille Silipo.
Il gruppo è una sorta di “multi regionale italica” comprendendo una senese (Silvia Bolognesi al contrabbasso) , un veneziano (Piero Bittolo Bon sax, flauto e clarinetto), un cagliaritano (Simone Schirru chitarra) , un romano (Alberto Fiori pianoforte) e un palermitano (Simone Sfameli batteria).
Il quintetto si muove lungo direttrici non originalissime seppur coinvolgenti grazie da un lato alla preparazione tecnica dei singoli, dall’altro alla capacità compositiva di tutti e cinque i musicisti che propongono brani ben strutturati e altrettanto ben arrangiati in cui si intersecano le influenze più diverse, da Braxton a Steve Coleman fino al progressive rock. Il tutto filtrato da una eccellente capacità di portare ad unicum linguaggi così differenti.